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La riforma mancata di Benedetto XVI

La sua battaglia sulla traduzione dal latino delle parole della consacrazione del vino durante la messa
/ 06/02/2023
Gino Driussi

C’è un aspetto del pontificato di papa Benedetto XVI del quale non si è parlato in occasione del suo decesso – lo scorso 31 dicembre – perché poco conosciuto, se non dagli specialisti, ma che riguarda però tutti i fedeli ogni qualvolta assistono alla messa. Con l’entrata in vigore della riforma liturgica dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965), il rito della messa non solo è stato modificato, sotto il pontificato di Paolo VI, ma anche tradotto nelle varie lingue nazionali, sebbene il latino continui a essere la lingua di riferimento (tanto da chiamare quella latina l’«edizione tipica» del messale perché funge da base e da modello per le varie traduzioni). Da allora, nella messa in italiano, le parole della consacrazione del vino suonano così: «Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me». Ma non è così in tutte le lingue.

Per mettere un po’ di ordine, per rispettare il «pro multis» sempre utilizzato in latino (anche nell’attuale messa, detta di Paolo VI, quando viene celebrata in questa lingua) e anche – immaginiamo – per fedeltà alla Sacra Scrittura (in Matteo 26:28, nella Bibbia della Conferenza episcopale italiana del 2008 si legge: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati»), tre mesi dopo la sua elezione, papa Benedetto XVI fece compiere dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, allora presieduta dal cardinale Francis Arinze, un sondaggio tra le Conferenze episcopali, per conoscere il loro parere circa la sua intenzione di tornare a tradurre fedelmente il «pro multis» con «per molti». Ricevuti questi pareri, il 17 ottobre del 2006, su indicazione del Papa, il cardinale Arinze inviò una lettera circolare a tutte le Conferenze episcopali del mondo elencando sei ragioni a favore del ripristino del «per molti» ed esortandole – laddove la formula «per tutti» fosse in uso – a «intraprendere la necessaria catechesi dei fedeli» in vista del cambiamento. Ma questa richiesta si urtò a molte resistenze e fu accolta solo in parte, in particolare dagli episcopati di lingua ungherese, inglese e spagnola, che si adeguarono nelle successive traduzioni del messale romano. (Da notare che per i francofoni il problema non si poneva, perché sin dalla primissima traduzione si era adottata la formula «pour la multitude»).

Tra le opposizioni più tenaci alla modifica vi fu quella della Conferenza episcopale tedesca. Visto che sei anni dopo non se n’era fatto ancora niente, nel 2012 Benedetto XVI indirizzò una lunga e severa lettera all’allora presidente dei vescovi tedeschi Robert Zollitsch per sollecitare l’applicazione di quanto già disposto («la Santa Sede – si legge in particolare – ha deciso che nella nuova traduzione del messale l’espressione “pro multis” debba essere tradotta come tale, senza essere già interpretata. La traduzione interpretativa “per tutti” deve essere sostituita dalla semplice traduzione “per molti”»). Ma non ci fu nulla da fare, tanto che nei Paesi tedescofoni (Svizzera tedesca compresa) nella formula di consacrazione durante la liturgia della messa si continua a dire «für alle».

Emblematico anche il caso della traduzione in italiano, che ci riguarda da vicino. Sebbene uno degli scopi delle terza traduzione italiana del messale romano – durata ben 16 anni ed entrata in vigore, anche nella diocesi di Lugano e nella parte italofona della diocesi di Coira, nell’Avvento 2020 – fosse di adeguare più fedelmente il libro liturgico all’editio tertia latina del messale romano e malgrado le direttive del Vaticano già ricordate, non se ne fece niente ed è così rimasto il «per tutti» a causa dell’opposizione al cambiamento di buona parte dell’episcopato italiano, che venne consultato.

Quindi si può dire che la ferma intenzione di Benedetto XVI di ripristinare, nella messa, le parole della consacrazione del calice riprese testualmente dai Vangeli e in uso per secoli (anche nelle Chiese orientali), ma nei decenni scorsi sostituite quasi ovunque da una diversa traduzione è stata un mezzo fallimento. Diverse nuove versioni postconciliari della messa hanno trasformato il «pro multis» in un immaginario «pro omnibus». E così invece di «per molti» hanno tradotto «per tutti».