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«O diventerà il più grande o finirà in manicomio»

In ricordo  ◆  L’indimenticabile e straordinaria carriera del pianista Maurizio Pollini, scomparso di recente
/ 01/04/2024
Enrico Parola

Lo scorso 23 marzo, il mondo musicale ha pianto la scomparsa di Maurizio Pollini (nella foto sul palco del KKL di Lucerna nel 2004), uno dei grandi pianisti dell’ultimo secolo. Ottantadue anni compiuti il 5 gennaio, nell’agenda aveva ancora concerti per tutto il 2024, ma la malattia, se non ne irretiva la volontà, ne prostrava ormai da anni il fisico e lo aveva costretto ad annullare vari recital; è stata in Svizzera, a Zurigo, la sua ultima esibizione, il 30 agosto. Beethoven e Chopin gli autori che più ha legato a sé: una vita dedicata ad esplorare nelle loro profondità più recondite le Sonate del Tedesco, un legame col Polacco che ha segnato innanzitutto la sua rivelazione al mondo della musica: nel 1960, appena diciottenne, vinse il Concorso Chopin di Varsavia incantando pubblico e giurati; tra questi, il sommo interprete chopiniano Arthur Rubinstein commentò: «Questo giovane suona tecnicamente meglio di tutti noi»; e Piero Rattalino, dopo averlo ascoltato negli Studi del Polacco, si lanciò in una sorta di profezia: «O diventerà il più grande pianista del mondo o finirà in un manicomio».

A creare il mito di Pollini concorse innanzitutto la tecnica: granitica, monumentale, con cui scolpiva le architetture formali di Beethoven e di Boulez

La palma di migliore è forse impossibile da attribuire con oggettiva certezza (nel 1957 era arrivato secondo al concorso di Ginevra, dietro la coetanea Martha Argerich), ma figura sicuramente tra i massimi dell’ultimo secolo. Al LAC aveva suonato nella passata stagione di Lugano Musica: neppure un’ora di programma, Chopin e il «suo» Novecento, che è stato per tutta la sua carriera quello di Schönberg, Berg, Staockhausen, Boulez, Nono, Berio: autori di cui è stato fervente apostolo e indomito evangelizzatore in tutto il mondo, sia accostandoli stabilmente nei suoi programmi ai grandi classici, sia addirittura costruendovi un festival, il Progetto Pollini, simile a quello della Argerich, in cui programmaticamente alternava classici e moderni.

Una vocazione probabilmente iscritta nel suo patrimonio genetico: suo padre Gino era architetto razionalista, lo zio materno Fausto Melotti, celebre scultore, suo cugino Carlo Belli, il cui manifesto Kn fu definito da Kandinskij «il Vangelo dell’arte astratta». Così il quinto concerto di Beethoven, il magnifico Imperatore, seguiva La fabbrica illuminata di Luigi Nono nel concerto che il 9 gennaio 1972 lo vedeva protagonista, diretto da Bruno Martinotti, nella fabbrica grafica Paragon di Genova occupata da settantadue giorni: nell’opera di Nono un soprano intonava poesie di Pavese e testi di Giuliano Scabia, accompagnato dagli strumenti e dai suoni registrati di rumori industriali, voci di operai, lacerazioni sonore dello spazio. Perché la trinità ideale di Pollini aveva come pietra angolare, oltre alla classicità e alla modernità, la socialità. Quello genovese fu il primo dei concerti nelle fabbriche, tenuti anche in compagnia di un altro idealista quale fu Claudio Abbado; e alla Scala promosse con l’allora sovrintendente Paolo Grassi cicli come i Concerti per Lavoratori e Studenti, anche qui intrecciando Beethoven e Chopin a Schönberg e Nono, che gli dedicò Sofferte onde serene eseguito il 9 maggio 1977 durante uno degli appuntamenti di quel ciclo.

A creare il mito di Pollini concorse innanzitutto la tecnica: granitica, monumentale, con cui scolpiva le architetture formali di Beethoven e di Boulez; eppure lui non la considerò mai un elemento primario: «Non è un obiettivo, è una necessità per eseguire i brani. Non ho mai fatto esercizi di tecnica pura, mi sono esercitato nella musica, suonando brani belli. Poi, diventando vecchi, come mi confidava la mia amica Martha Argerich, bisogna suonare di più» confessava pochi anni fa, in una sorta di bilancio della propria biografia artistica e umana in cui affermava anche di non aver «sentito di fare sacrifici, se non qualche volta da ragazzo. Ma più si susseguivano le stagioni, più mi sentivo libero nelle mie scelte; il criterio con cui ho deciso che cosa suonare in pubblico non rispondeva alle attese dei teatri, degli impresari, della gente, ma a una sorta di egoismo: suonavo solo pezzi che sapevo non mi avrebbero stancato; non avrei mai accettato di dover suonare con noia o senza entusiasmo».

Un criterio che ribadì anche davanti alla scomoda domanda sui frutti del suo apostolato verso la musica moderna: è stata fatta conoscere, ma è stata anche apprezzata? Più di una volta, durante i suoi recital, quando arrivava il momento di Chopin o Beethoven miracolosamente nessuno più tossiva come faceva invece durante le note di Boulez o Stockhausen; ma Pollini ha rimarcato di non aver «voluto fare il missionario, davvero ciò che suonavo lo suonavo con piacere, solo per il piacere di eseguire quel determinato brano».

Il culto dell’arte e non la ricerca del successo: fu chiaro fin dal concorso Chopin: «Dopo la vittoria avevo molti ingaggi, ma non ero preparato, volevo maturare con calma; mi presi due anni per studiare. Dopo quella pausa, quasi nessuno si ricordava di me e le offerte si erano ridotte a pochissime». Recuperò, nei sessant’anni successivi, senza più fermarsi.