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Bibliografia

Giorgio Falco, Il paradosso della sopravvivenza, Einaudi, Torino, 2023


La storia di Fede e del suo corpo ingombrante

Romanzo  ◆  Un corpo di vent’anni e centocinquanta chili, nato con una fame ancestrale finché incontra lo sguardo di Giulia
/ 01/04/2024
Roberto Falconi

Ho l’impressione che l’ultimo romanzo di Giorgio Falco confermi uno dei tratti più manifesti anche delle opere precedenti dello scrittore, ossia la tendenza a indagare senza sosta le catene di causa-effetto che determinano le cose; a inserire l’individuo in una cornice fenomenologica che cerchi di illuminarne la condizione.

Ne Il paradosso della sopravvivenza si assiste al passaggio senza soluzione di continuità da elementi minuscoli a fenomeni macroscopici

Lo si vede bene in Ipotesi di una sconfitta, nella scelta dei microeventi che costituiscono l’autobiografia dell’impiegato (e poi scrittore) Giorgio Falco; lo si vede in Flashover, in cui il desiderio dell’odore di nuovo della BMW porta l’elettricista Enrico Carella a mandare in fumo il teatro della Fenice con un cannello per saldare rimasto «inavvertitamente» acceso; ma anche Condominio oltremare, sebbene con strategie diverse, sembra costruito sulla dialettica tra storie e Storia.

Ne Il paradosso della sopravvivenza (nella foto la copertina del libro) si assiste al passaggio senza soluzione di continuità da elementi minuscoli (la pepita di zucchero che cade dalla brioche della madre e che il protagonista Federico Furlan intercetterà gattonando sotto il tavolo, prima avvisaglia della futura obesità) a fenomeni macroscopici (i movimenti millenari di acqua e terra attorno a Pratonovo, dove egli vive). Come dire: le nostre vicende determinano e sono determinate da quelle che ci trascendono.

Federico Furlan, per tutti Fede, ha un unico tratto identitario. È per tutti «il ciccione», non si sa nemmeno quanto, visto che la bilancia del dottor Cles (sarà lui a informare del significato del titolo) si ferma a 150 kg, la lancetta non può andare oltre. A Pratonovo cresce (a dismisura) e frequenta le scuole; nel capoluogo che sta più a valle si laurea in Storia. Fede esiste attraverso il proprio corpo e attraverso il corpo di Giulia, la ricca e bella compagna di scuola con cui si instaurerà un gioco. Lui, bulimico, è costretto a sottostare alle regole imposte da lei, anoressica: Fede, nudo, deve ingurgitare cibo di ogni sorta con una gabbietta in acciaio (della Ruhr, qualità tedesca) che gli imprigiona i genitali e di cui lei custodisce la chiave; in cambio può guardarla mentre si tocca.

Falco inserisce la storia di Fede in una serie di cerchi concentrici sempre più ampi: ne ricostruisce, con una modalità non dissimile da quel che avviene ne La gemella H (con cui questo libro condivide per certi versi anche la topografia), la genealogia famigliare, a partire dal precisissimo istante in cui sua madre e suo padre si scambiano il primo sguardo; la incrocia più o meno lateralmente con le storie dei personaggi implicati nella caduta della funivia di Pratonovo, da quella dell’unico bambino superstite a quella dell’unico responsabile riconosciuto dell’incidente, che – scontata la pena – Fede incontra regolarmente, seduto su una panchina ai bordi del laghetto. Nessuno si siede con lui su quella panchina. Nessuno tranne Fede e qualche ignaro turista.

Falco torna a riflettere sul rapporto opaco tra realtà e costruzione dei suoi simulacri, qui indagato anche attraverso alcune scene di valore metaletterario: Fede quattordicenne che, al Bar Sport, batte il record al videogioco di Popeye (prima che qualcuno raggiunga un punteggio ancora più alto, nulla è destinato a durare); Fede e Giulia che in una rievocazione storica per turisti rappresentano rispettivamente i ruoli dell’inquisitore e della strega, in una sorta di cortocircuito identitario tra vittima e aguzzino. Sono questioni affrontate in particolare nella seconda parte del romanzo, quando Fede fugge in una Milano spersonalizzante in cui si radicalizzano alcune dinamiche già avviate a Pratonovo: se nel villaggio di montagna il rapporto tra Io e Mondo, pur doloroso, era ancora possibile, ora le vicende dei personaggi appaiono tra loro impermeabili: indistinguibili i monolocali in cui Fede via via trasloca; le storie dei colleghi restituite attraverso un copia-incolla che le rende interscambiabili; il primo e ultimo rapporto con una donna (Barbara, soprannominata Barbie Cassonetto: nomen omen) destinato a chiudersi in fretta. All’unicità dell’esperienza si sostituiscono la serialità e la mercificazione del tempo e dello spazio (ormai limitato a seminterrati, ascensori a specchi, distributori automatici, luci al neon) imposte dal Capitale. Fede, tra gli altri lavori, si ritrova a dover taggare video porno, cinquanta all’ora, non uno di meno, tanto si può sempre mangiare davanti al computer: insomma, bisogna imparare in fretta se l’etichetta «pregnant» sia più o meno importante di «black» o di «anal». E bisogna farlo mentre, tre scrivanie più in là, la collega riceve al cellulare la notizia della morte del padre e fugge in bagno: nell’anonima orizzontalità dell’open space è caduto anche l’ultimo labile confine tra pubblico e privato e il lutto può raggiungere anche in luoghi che ne impediscono la condivisione.

E a nulla serve il ritorno a Pratonovo, dove la ricomposizione è ormai impossibile: i genitori sono morti, Giulia avviata a prendere il comando dell’azienda di famiglia. Per Fede le uniche lacrime sono quelle di fronte alle fotografie sulle lapidi del dottor Cles e della moglie, morta un paio di anni più tardi. Lui è ritratto mentre suona la chitarra; lei nel salotto di casa, con alle spalle la fotografia che poi sarà quella della lapide del marito. È forse in questo vortice tra vita e morte che sta l’insensatezza del Mondo.