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La cultura nell'audio

Produzioni che crescono tra sperimentazioni e genere di formato
/ 12/02/2024
Stefano Vassere

Podcast e cultura danno sostanza a un sodalizio ideale. L'ascolto differito quando ce ne siano opportunità, luoghi favorevoli, occasioni e disposizione d'animo è abito tipico del prodotto culturale, da quando esiste. E infatti i contenuti culturali hanno trovato nel genere del podcast una sorta di loro casa, dove proliferano in gran quantità. Da anni questo canale si definisce in contrasto alla sua casa matrigna che è la radio, in virtù di parecchie caratteristiche che ne disegnano un prodotto ormai indipendente, con sue espressioni e soprattutto un suo pubblico esclusivo. Serialità; sviluppo di registri e generi, tra i quali alcuni sembrano affermarsi come tipici (recensioni di libri e crimini su tutti); trasportabilità nel tempo e nello spazio; accreditarsi di case di produzione e garanzie d'autore; importanza della musica, che con la sua collocazione punteggia e scandisce ideali virgolette, citazioni, salti di paragrafo, note e piè di pagina.

Certo fa ancora strano parlarne in rassegna, recensire le produzioni e i filoni. Perché se da un lato il medium si presta molto a passioni collettive e condivise, al passaparola e sempre più a classifiche di gradimento, esso sembra ancora non approdato a formati condivisi: si alternano produzioni di taglio radiofonico tradizionale, documentari in senso stretto, dibattiti chiacchierati e quasi domestici, sermoni imperativi e senza respiro nei quali i contenuti sono imposti senza via di scampo, narrazioni con attenzione alla forma.

Rappresentativi in questo senso sono due filoni italiani di diversa natura: a esemplificare la prima categoria Amare parole condotto da Vera Gheno; sull'altro fronte gran parte delle produzioni Chora Media. Gli episodi di Amare parole, prodotto de «il Post», hanno cadenza settimanale; lo spunto di esordio è variamente legato ad avvenimenti di cronaca che abbiano a che fare con la comunicazione: un'uscita sessista di un politico, la violenza contro le donne, il linguaggio rispettoso molto caro alla curatrice. Esposto il caso, Vera Gheno dichiara i suoi punti di vista con il riconosciuto tono assertivo, sostenendosi tra l'altro sulla nota attenzione all'uso rigoroso delle parole, che è un po' la bandiera di una benvenuta neoortodossia ossequiosa nei confronti dei diritti delle minoranze. Infine, è tratta una sorta di morale, che chiude come in un ciclo la crisi aperta dal fatto di attualità dell'esordio. Certo a questo argomentare improntato alla correzione e a una tacita sanzione bisogna farci un po' l'abitudine, perché il contraddittorio è del tutto assente, prendere o lasciare. Ma il risultato complessivo è l'impressione di un quarto d'ora di gratificante responsabilità nei confronti dei difetti del mondo.

E dovendo scegliere tra le numerose e belle prove della produzione Chora Media, tra quelle che meglio rappresentano quell'impostazione, la tentazione è di promuovere il non recentissimo ma ottimo Prima di Sara Poma, dedicato alla vicenda triste e insieme così moderna e coraggiosa di Maria Silvia Spolato. Oppure, nella serie delle cronache italiane, La città dei vivi, esercizio luminoso di Nicola Lagioia alle prese con una delle prime trasposizioni in podcast di un (suo) libro di successo.

O infine la bella, bella e ancora bella Storia del mio nome della giovane afrodiscendente di Castel Volturno Sabrina Efionayi. Sono produzioni che hanno appuntamenti meno fitti e regolari (ma che importa, slegati come siamo dall'incedere regolare) con un procedere meno marziale e decisamente narrativo-morbido, nei toni della voce di chi racconta e, ancora, nella musica.

Una «stagione» del podcast va sciroppata tutta intera, perché anche se la serialità concede respiro e fedeltà, essa è soprattutto un vincolo per gli autori: il tutto deve essere legato, tutti i cerchi devono chiudersi e i fili devono essere ripresi, pena lo scadere del prodotto. Nella sua casa privilegiata attuale, quella del telefono multifunzionale, le applicazioni che lo veicolano permettono di ascoltare i trailer, la serie partendo dall'inizio o dalla fine, e soprattutto il prodotto a diverse velocità di riproduzione, come già capita con i messaggi vocali, i promemoria e altro sulla piattaforma. Ora, qualcuno avrà deciso di prevedere anche qui questa opzione forse non rendendosi conto della solo parziale sua compatibilità con i contenuti culturali; e inducendo però nell'osservatore l'impressione che là in fondo, anche nella passione culturale che più indurrebbe alla lentezza, al ragionamento, alla pace, infuria ancora il cuore di tenebra della fretta e forse della pigrizia. Al pari degli spensierati e ossessivi balletti di «TikTok».