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FIT Festival, dal 29.8 all’8.10 2023 a Lugano. www.fitfestival.ch


FIT, il respiro della scena contemporanea

Incontro  ◆  Paola Tripoli, direttrice artistica del FIT, ci racconta la nuova stagione al via il 29 settembre
/ 25/09/2023
Giorgio Thoeni

Segna l'inizio di una nuova stagione teatrale e il pubblico luganese lo attende come uno degli appuntamenti di spicco della nostra regione. Originale, eclettico e provocatorio, talvolta spiazzante e mai banale, dal 29.9 all'8.10 torna con la sua 32esima edizione il Festival Internazionale del Teatro e della scena contemporanea. Per tutti ormai rimane il FIT, il suo acronimo, anche se pochi ricordano un'avventura che agli albori era la Giostra del Teatro. Fra i suoi creatori, Vania Luraschi nel 1977 già intuiva la potenzialità di un'offerta fuori dal comune che altrimenti sarebbe stato difficile incontrare sulla scena tradizionale. Spettacoli audaci, un respiro internazionale, l'offerta svizzera con le produzioni delle compagnie indipendenti locali. Un festival glorioso che nel 2005 rinasce come FIT anche grazie alla presenza di Paola Tripoli che nel 2016 ne assume la direzione artistica dando al festival un profilo marcato, con progetti mirati su tematiche della scena contemporanea.

Da dove arriva la passione teatrale?
Ho iniziato giovanissima a Lecce, dove sono nata. C'era un piccolo teatro che si chiamava Scenastudio. Una sala piccolina. Avevo 16 anni, erano gli anni '80 e all'epoca il teatro si faceva in piccole case. Sono entrata. Non ricordo il nome dell'artista, un attore romano che usciva dalla generazione degli anni '70, mi era piaciuto moltissimo. Così ho cominciato ad andare a teatro, mi sono appassionata e da allora tutte le mie vacanze le ho fatte d'estate girando tutti i festival in Europa, soprattutto a Parigi. Poi mi sono laureata in Lettere e Filosofia con specializzazione in Storia del Teatro con Fabrizio Cruciani. Erano gli anni anche di pensatori come Ferdinando Taviani, Nicola Savarese, Eugenio Barba... lo zoccolo duro del Terzo Teatro. Sono stata fortunata a poter studiare all'Università della mia città dove c'era molto fermento e una delle migliori biblioteche teatrali.

Nei sette anni di direzione artistica del FIT è cambiata l'urgenza teatrale degli artisti?
Non particolarmente. Lasciamo perdere gli anni '70 in cui il teatro era necessario. C'è stato un cambiamento negli anni '80-'90 quando intellettuali e artisti dovevano dire delle cose: un processo proseguito lento e radicale. Oggi avverto questa urgenza perlopiù da parte di artisti provenienti da aree geografiche "povere" come l'America Latina. Forse l'esigenza è cambiata se la si vede nel senso del nuovo contrapposto al vecchio, senza dare un giudizio di valore. È come se ci fossimo cristallizzati in un tempo che abbiamo già superato.

Quindi dobbiamo distinguere tra un'urgenza di carattere sociale e quella legata a forma e contenuto di un teatro alla ricerca del nuovo. Nell'editoriale di questa edizione ci sono interrogativi legati al rapporto fra spettatori e scena, fra corpo e rappresentazione, fra dispositivo scenico e drammaturgico: perché ancora queste domande?

Sono domande molto vecchie. I miei colleghi europei non se le fanno più. Per loro sono un tempo già passato. Adesso i filoni sono la questione di genere, la fluidità, il politically correct, qualche anno fa era il problema migratorio.  È come se la cronaca entrasse come necessità nelle curatele artistiche, soprattutto nel teatro contemporaneo. Certe domande sono una mosca bianca eppure continuo a pormele perché sono interessanti e perché ancora non ci sono state delle risposte. Ho sentito la necessità di tornare a capire qual è il rapporto fra chi sta di là, che sia un teatro o una piazza, e l'artista che in qualche modo vuole comunicare.

È il problema di sempre. E poi chi ha detto che sono domande necessarie?
Appunto. Sono un po' smarrita. Sto cercando di tornare indietro insieme al pubblico. La cosa bella che noto e di cui ringrazio questa città, è che a Lugano abbiamo un pubblico vero, sia per il teatro contemporaneo sia per quello più tradizionale. Ci sono tutti. I trentenni (i ventenni un po' meno), i cinquantenni, la signora borghese, l'artista... Se vai in altri contesti quel pubblico non c'è: ci sono soprattutto gli addetti ai lavori.

Quindi il FIT è un festival dove gli addetti ai lavori sono assenti?
Non del tutto. Però è faticoso portarceli, pur avendo il teatro in qualche modo una funzione sociale. Qui la provincia ha una curiosità e una capacità che non ho mai visto altrove. Ecco perché continuo scegliere direzioni non percorse dalle stagioni teatrali. Ho visto spettacoli che mi sono piaciuti moltissimo ma che non ho scelto per rispetto del pubblico.

Senza il FIT certi artisti rimarrebbero "invisibili"...
Sì, faccio un esempio. Alessandra Garcia (in scena con lo spettacolo d'apertura, ndr) l'ho incontrata leggendo un articolo su un suo testo che aveva vinto un premio. Che è già una cosa strana: chi si occupa più degli autori? Ogni tanto ci ricordiamo anche di loro. Così ho provato a scriverle per farmelo mandare. L'ho letto e mi ha incuriosito. La Garcia è molto conosciuta specialmente a Malaga dove ha perso molti premi. Ma altrove, in Spagna, lo spettacolo non l'ha visto nessuno. E da tre anni fermo lì. Nei festival girano altre necessità e molte produzioni contemporanee rimangono sconosciute. A meno che non siano dei grandi nomi. Allora diventa un altro discorso. In quel caso non ci sono tematiche, cioè. un Romeo Castellucci può fare quello che vuole e andare ovunque...

Il FIT dunque non propone nomi di richiamo lasciando in un certo senso certe scelte alla stagione del LAC?
I motivi sono soprattutto di ragione economica. Ci sono sicuramente cose che avrei voluto portare ma che non mi posso permettere. Spettacoli che non arriveranno comunque al LAC perché sono troppo difficili per la sua stagione, sebbene Carmelo Rifici propone escursioni interessanti nel contemporaneo.

In quale misura la programmazione riflette i temi della società con le sue problematiche più sensibili come l'ambiente, l'inclusione, la parità di genere... c'è una coerenza?
La coerenza la trovo negli anni, cioè da quando ho preso la direzione unica. Quello che ho sempre detto è che la mia curatela non è solo quella di ogni edizione bensì di un periodo dove ogni anno aggiungo il capitolo di un libro che mi piacerebbe comporre: dalla violenza e potere alla scena della perdita al teatro autobiografico, ecc. La passata edizione mi sono voluta spostare al genere femminile che andrà avanti fino alla prossima. Spero di farcela perché è molto difficile, non ci sono abbastanza artiste donne e quando ci sono non vengono distribuite.

Non c'è il rischio che il tema alla lunga generi stanchezza o indifferenza?
Leggevo della mostra che Marina Abramovich sta facendo alla Royal Academy Londra dove lei si pone la domanda: ma sapete che sono la prima donna artista che si esibisce da sola alla Royal Academy da 225 anni? Questa cosa mi spaventa. Non in quanto donna, ma perché non è possibile... il mondo è fatto di visioni diverse ed è abbastanza evidente che è il nostro genere che ci fa vedere le cose in maniera diversa. Quindi perché privarci di quello sguardo? L'indifferenza? A Lugano no, è una città curiosa. Ho imparato a conoscere e apprezzare il suo pubblico. Anche quando non capisce. Perché dovrebbe sempre capire? C'è una curiosità bambina e una che è quella di lasciarsi accompagnare.

Che cosa dovremo attenderci l'anno prossimo?
Non credo che mi farò altre domande. Voglio continuare a chiudere delle cose. Poi passerò la mano a qualcuno di più giovane. Il mio desiderio è che piano piano qualcuno mi affianchi.

Nei prossimi cinque o sei anni?
Sì, se riesco. Vorrei che gradualmente questa persona si integrasse, decidesse insieme a me.

Un processo già iniziato?
Non ancora, devo riflettere. Il FIT è una macchina rodata ma molto difficile da guidare. Devi tenere assieme molte cose, a cominciare da un budget limitatissimo e progetti che devono proseguire. Devo essere proprio sicura che la persona sia giusta. Ci tengo molto.

Dispiaciuta che non abbiamo chiesto niente sugli spettacoli?
No, affatto. Sarebbe stato inutile, banale.