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Cosa c’è dietro Il postino di Massimo Troisi

Anniversario  ◆  La vera storia del soggiorno di Neruda a Capri a trent’anni dalla morte dell’attore napoletano 
/ 12/02/2024
Roberto Festorazzi

Quest’anno ricorrono i trent’anni dalla morte di Massimo Troisi, e dall’uscita del suo ultimo film, Il postino, del regista Michael Radford, che rappresenta il testamento artistico del grande interprete del registro universale dell’umorismo napoletano, reinventato in una chiave contemporanea, oltre la maschera di Pulcinella, il teatro di Eduardo De Filippo, e Totò, coniando un grammelot italo-partenopeo che, nella frantumazione dei tempi comici, ha consentito di colorare la narrazione dell’anti-eroicità degli ultimi e degli umili con giochi semantici e tinte di sublime surrealismo.

Non è un caso che Troisi, assurto a ruoli non più comici, ma sentimentali e drammatici, si sia spento, stremato dalla sua fragilità cardiaca, praticamente sul set cinematografico del Postino, girato tra Salina e Procida, dal marzo al maggio del 1994.

Di quella pellicola, che ha ricevuto cinque candidature agli Oscar, ricordiamo proprio la tragica consumazione del corpo attoriale di Massimo, sempre più scavato, inerme e sofferente, tanto da morire, pochi giorni dopo la conclusione delle riprese del film, il 4 giugno 1994. L’opera per il grande schermo narra, in chiave di fiction, la vicenda del soggiorno, sull’isola di Capri, del poeta cileno Pablo Neruda, giunto esule in Italia per motivi politici, a causa della sua militanza nelle primissime file del Partito comunista: egli è in fuga dal suo Paese, dal suo matrimonio e, forse, un poco, anche da sé stesso. Protagonisti del film, Philippe Noiret, nei panni di Neruda, e, in quelli del postino isolano, il comunista idealista Mario Ruoppolo, per l’appunto, Troisi.

Il portalettere, animo predisposto alla poesia, ma incapace per timidezza di rivelare i suoi sentimenti a una ragazza del posto che ama perdutamente (Beatrice, interpretata da Maria Grazia Cucinotta), stringe così un’amicizia con Neruda, il quale riesce a cavar fuori da lui l’espressione lirica della sua passione.

Mario conquista così il cuore della donna, che sposa.

La narrazione raggiunge l’incanto poetico verso la fine, quando Ruoppolo-Troisi decide di registrare, su magnetofono, i suoni naturali dell’isola, per poter inviare il nastro al vate ormai tornato nella sua patria: il rumore del mare, delle onde piccole e di quelle grandi e spumeggianti che si rovesciano infrangendosi sulle rocce, il mormorio del vento tra i cespugli, fino alle campane assordanti della chiesa. Ma Mario non riuscirà a portare a termine la sua impresa, perché morirà, durante scontri tra la polizia e militanti comunisti. Soltanto in occasione di una sua successiva visita a Capri, Neruda riceverà dall’ormai vedova del postino il prezioso dono lasciatole dal marito. E conoscerà il figlio della coppia isolana: Pablo, così chiamato in onore del celebre amico venuto da lontano.

La vera storia del soggiorno a Capri del poeta cileno comincia, nel gennaio del 1952, quando questi sbarca sull’isola, con la sua nuova compagna, la cantante Matilde Urrutia. Durante questo periodo, scoppia l’idillio dei sensi, consacrato in celebri versi, raccolti poi nel volume Las uvas y el viento, dedicato interamente alla sua donna, e nel libro Los versos del Capitán. La coppia arriva a giurarsi amore eterno.

Pochi conoscono i retroscena dell’esilio caprese di Neruda, ospite – in una sua villa, la Casa di Arturo, affacciata sulla baia di Marina Piccola –, di Edwin Cerio. Il profilo di questo anfitrione, esponente del jet set internazionale, merita di essere ritratto, a sbalzo, per la sua eccezionale e magnetica personalità. Un carisma che lo rese il genius loci, ossia l’attore fondamentale della conservazione dell’armonia naturale del paesaggio, fusa con gli elementi antropici del patrimonio tradizionale locale. Quel giorno d’inverno del 1952, il padrone di casa introduce gli ospiti con la sua consueta amabilità. Abbraccia Pablo, bacia la mano a Matilde. Dice loro: «Sono felice di avervi qui». I due innamorati varcano la soglia nell’ambiente domestico ed è Cerio a introdurveli: «Qui c’è una camera da letto. Dall’altra parte ce ne sono altre due. Ecco, la cucina. Là in fondo c’è uno studio per il maestro. E questo invece è il salotto sull’infinito». La villa caprese custodisce anche un camino, una terrazza, tre balconi. Ma il suo punto debole è l’energia elettrica: «Funziona a capricci», borbotta Cerio prima di congedarsi dalla coppia.

Proviamo a raccontare il co-protagonista nascosto di questa straordinaria vicenda. Nato a Capri nel 1875, dal medico isolano Ignazio Cerio e dall’inglese Elisabeth Grimmer, il vulcanico Edwin è stato un intellettuale raffinato ed eclettico: poliglotta, ingegnere navale e businessman, ma anche autore di romanzi, botanico, collezionista d’antichità, studioso di architettura. Le sue denunce contro l’incipiente speculazione edilizia, che lo portarono a organizzare nel 1922 un convegno internazionale sul paesaggio di Capri, divennero la causa della sua vita. Strenuo difensore delle tecniche costruttive locali, fu, tra il 1920 e il 1923, ultimo sindaco dell’isola, prima dell’avvento dell’era dei podestà. La poetessa Ada Negri lo definì «sindaco della bellezza». Cerio, a un certo punto, divenne il punto di equilibrio tra la vocazione universalistica di Capri, con le sue ambizioni ad accogliere anche i dépravé, purché di ottimo censo, e l’incedere del «nuovo corso» in camicia nera. Se, pubblicamente, Cerio lanciò la sua crociata per ripulire l’isola «di tutti i detriti dell’umanità» che avevano fatto di Capri la capitale mondiale dell’omosessualità, in realtà si ha l’impressione che poi chiudesse un occhio, suggerendo ai suoi concittadini di fare altrettanto. E del resto non potrebbe essere diversamente, visto che Cerio era stato collaboratore dell’industriale Fritz Krupp, protagonista ai primi del Novecento di uno scandalo al sole al centro del quale vi erano tresche con i giovani femminielli isolani di cui era protettore. Al fianco del magnate dell’acciaio, e fabbricante di cannoni, Edwin diede il meglio di sé, quale progettista e costruttore di navi da guerra e sommergibili, lavorando, tra il 1900 e il 1913, in Germania, Spagna, Inghilterra, Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Cile. Nel 1920, dopo aver divorziato dalla moglie Elena, Cerio si ritirò definitivamente nell’amata isola, dove ingaggiò battaglie contro gli scempi architettonici e lo snaturamento delle linee costruttive autoctone. Si dedicò poi a lanciare strali contro gli «indesiderabili», protagonisti della rinascita della Sodoma contemporanea. L’opera di «pulizia morale» conobbe il suo acme, tra il 1927 e il 1928, quando un ex funzionario di Pubblica sicurezza passato alla Polizia Politica diretta da Arturo Bocchini, Giuseppe Dosi, pescò con le mani nella marmellata un sacerdote irlandese, venuto a Capri a molestare una bambina. L’incessante pellegrinaggio di coloro che venivano additati come «pederasti», non fu arrestato neppure dal fascismo e la comunità gay seguitò a lambire i faraglioni.

Lo scrittore Curzio Malaparte, venuto ad abitare a Capri, scoccò dardi avvelenati contro la «banda di pervertiti, di cocainomani, di scrocconi, di parassiti, di fannulloni sciocchi, presuntuosi volgari» che s’era installata nell’isola. L’Arcitaliano, fautore della «tolleranza zero» contro i pubblici sodomiti, non lesinò bordate: «S’incontrano e si sfiorano coppie di omosessuali dalle labbra e dagli occhi dipinti, teneramente abbracciati, o cocainomani dall’occhio morto, dai linguaggi e dai modi equivoci». Edwin Cerio, in quel periodo, era già entrato in confidenza con Roberto Farinacci, ingombrante ex segretario del Partito nazionale fascista, che a Capri era di casa. Questo spiega la ragione della visita, nella sua domus aurea, della figlia del gerarca di Cremona, Adriana Farinacci, accompagnata dal marito, nell’estate del 1938.

Cerio regalò a Neruda un libro sulla lucertola azzurra, che colpì il poeta per la bellezza della carta e dei caratteri a stampa: tanto è vero che si informò sui costi dei materiali per un’edizione simile. Così videro la luce Los versos del Capitán.

Il «re di Capri» si spense nel sonno, il 24 gennaio 1960.