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Nel deserto dei migranti

/ 01/04/2024
Lina Bertola

«Ho camminato diciannove ore, fino alle sei del mattino, montagne di sabbia, valli di sabbia, tutto di sabbia (…) Andrò avanti ancora un po’ (…) ho camminato tutto il giorno. A piedi nudi. (…) mi sono tolto i pantaloni e li ho arrotolati sulla testa per proteggermi dal sole (…) alla fine li ho abbandonati sulla sabbia. E sono andato avanti così, in mutande e maglietta. A piedi nudi, sulla sabbia bollente. A passi sempre più corti. Alle diciannove zero zero sono rimasto senz’acqua, e ho calcolato: “quest’uomo tra poco morirà”. Quando dico quest’uomo, quell’uomo sono io. Io e il deserto e il deserto è senza fine».

Ibrahima Balde è sopravvissuto anche a questo momento di disperazione. Durante la traversata del deserto, dalla sua Guinea alla Libia, alla ricerca del fratellino che sognava l’Europa, ha superato prove ancor più faticose, ripetute mortificazioni del corpo e dell’anima. Ferite indelebili che Ibrahima condivide con tanti altri ragazzi come lui, con un’intera umanità, fragile, disorientata, alla ricerca di qualcosa di sempre sfuggente, qualcosa a cui aggrapparsi per poter dare almeno un nome alla propria vita.

Il fratellino in Europa non è mai arrivato, lui invece, dopo un cammino estenuante, sempre sospeso tra la speranza di poter continuare a vivere e l’accettazione disincantata di un imminente morire – di sete, di fame, di torture – è arrivato in Spagna. Di questo suo interminabile deserto, ha raccontato tanti dettagli, uno per uno, a un giornalista e poeta popolare basco che ne ha trascritto le parole, con amorevole cura, una per una, senza interferenze (Fratellino, Feltrinelli, 2020).

Ibrahima mi ha ospitata dentro le sue parole-mondo. Parole che hanno camminato con lui, con i suoi passi nel deserto, fino a invadere il mio cuore in modo inatteso e sorprendente. Nelle sue parole mi sono sentita come coloro che stavano in ascolto delle parole di Socrate per cercare di capire dove fosse la vera realtà.

Se torno a parlare dei disperati del mare è perché questo racconto, scoperto per caso qualche giorno fa, mi ha offerto un’esperienza preziosa, un altro sguardo sul mio abitare la vita assieme agli altri, un vissuto ulteriore rispetto alla consueta condivisione nel vedere le immagini dei barconi e nell’ascoltare le notizie dei naufragi di tanti ragazzi, donne e bambini. Ho incontrato tra queste pagine il valore e il senso di una possibilità forse più vera, più radicale, di fare esperienza del dolore dell’altro. Non solo quella condivisione che da lontano rende anche mio l’urlo di sofferenza di un mare ferito; non il malessere che mi prende nell’assistere impotente al moltiplicarsi delle ingiustizie del mondo. E nemmeno quella sofferenza empatica con cui possiamo avvicinarci all’altro e al suo dolore, né quel sentimento che ci capita di sperimentare quando riconosciamo qualcosa di profondamente nostro nei protagonisti di opere letterarie.

Tutte queste esperienze, per quanto intensamente vissute, lasciano sempre l’io e l’altro al proprio posto. Sono io che lo vedo, lo guardo e lo accolgo; sono io che accolgo in me la presenza dell’altro, i suoi occhi in attesa che mi interpellano da lontano. Siamo abituati a guardarci intorno, a osservare il mondo e a comprenderlo secondo i criteri della razionalità che rende ogni realtà un oggetto conoscibile.

Può accadere però che la realtà non si lasci addomesticare dal nostro sguardo e dal bisogno di contenerla. Tra le pagine di Fratellino mi è accaduto proprio questo: le cose guardate da Ibrahima sono diventate il mio sguardo, le sue emozioni, i suoi sentimenti, hanno cominciato a scandire i battiti del mio cuore. La percezione del dolore dell’altro era già oltre: un di più di realtà, e di verità, mi ha gettata oltre la condivisione di tante tragedie raccontate, oltre le immagini e le parole. Tra queste pagine, il «tu» si è come dissolto: un’assenza di differenza, una pura presenza, stava forse a indicarmi anche un di più del mio esserci.

Questa esperienza è stata infatti come un rivelarsi a me stessa di qualcosa di più grande. Qualcosa che scavalca ogni distinzione razionale per accogliere verità più radicali custodite nel sapere del cuore. Forse è proprio in questi vissuti che si esprime il tessuto più autentico della nostra comune appartenenza all’umanità, anche in situazioni meno dolorose, anche in attimi di felice condivisione.

Il valore, la grazia di momenti in cui riusciamo a percepire l’assenza di differenza tra noi e l’altro, è un dono straordinario della mente e del cuore che ci aiuta a rimanere abbracciati alla nostra umanità e a resistere a tutto ciò che ci allontana da noi stessi, prima ancora che dall’altro.