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Un eroe della globalizzazione

/ 29/01/2024
Claudio Visentin

Quale personaggio storico incarna l’idea di globalizzazione? Facile, direte voi: Ferdinando Magellano, il navigatore portoghese passato al servizio degli spagnoli. Cinque secoli fa Magellano progettò la prima circumnavigazione del globo; per sfidare il monopolio portoghese, Magellano cercò una rotta alternativa per le Molucche, le isole delle spezie. Ma quando il 6 settembre 1522 l’ultima nave superstite, la Victoria, rientrò a Sanlúcar de Barrameda ‒ il porto di Siviglia da dove era partita nel 1519 ‒ in pessime condizioni e con solo diciotto marinai a bordo, Magellano non era più tra loro. Il coraggioso comandante era morto nelle Filippine il 27 marzo del 1521, nel tentativo di conquistare l’isola di Mactan e convertire gli indigeni al Cristianesimo. Magellano si era gettato a capofitto nell’impresa con pochi soldati, sicuro del sostegno divino. Curioso: l’alfiere della globalizzazione multiculturale era un fanatico credente e, mentre collegava tra loro popoli e mercati, si preoccupava soprattutto della salvezza delle anime.

Potremmo allora prendere come nostro eroe il basco Juan Sebastián Elcano, il nuovo comandante che dopo mille peripezie riuscì a ritrovare la strada di casa. Elcano fu senza dubbio il primo europeo a circumnavigare il mondo, ma era anche un uomo infido, pericoloso. Quando la flotta navigava lungo le coste del Sud America, alla ricerca dell’incerto passaggio che sarà poi chiamato lo Stretto di Magellano, Elcano si ammutinò, insieme ad altri ufficiali. Fu sconfitto e incatenato per mesi, prima di ottenere il perdono.

Un altro candidato è il vicentino Antonio Pigafetta: se Elcano dettò a Carlo V uno scarno resoconto di settecento parole soltanto, Pigafetta diede alle stampe la sua dettagliata Relazione del primo viaggio intorno al mondo. La più grande impresa mai tentata sugli oceani fu dunque raccontata in un cantilenante dialetto veneto. Ma Pigafetta fu appunto solo il cronista di quella interminabile navigazione.

Qualcuno crede invece che il primo uomo a circumnavigare il globo sia stato Enrique di Malacca, anche se a malapena è ricordato dagli storici. Enrique era uno schiavo di Magellano, catturato bambino nel 1511 quando i portoghesi saccheggiarono la capitale della Malesia. Quando nel 1519 Magellano salpò dalla Spagna portò con sé Enrique come interprete, poiché il malese era una sorta di lingua franca in quei mari d’Asia. Nel suo testamento il gran capitano promise di restituire la libertà a Enrique, quale ricompensa per i suoi servigi; ma quando Magellano fu ucciso, i suoi compagni non mantennero l’impegno. Duarte Barbosa, il comandante della nave, minacciò anzi di far frustare Enrique se non avesse continuato a svolgere i suoi compiti abituali a bordo. Fu allora che il malese ‒ racconta Pigafetta ‒ ordì una congiura. Sfruttando la sua conoscenza della lingua convinse re Humabon di Cebu, fresco di conversione, ad attaccare gli spagnoli in difficoltà e a impadronirsi dei loro beni. E così, durante un banchetto, la maggior parte degli occidentali furono uccisi, salvo naturalmente Enrique. I pochi sfuggiti al massacro cominciarono un lungo e penoso viaggio di ritorno di 15mila chilometri, costantemente insidiati da portoghesi.

Da questo momento le fonti storiche tacciono su Enrique. Ma sappiamo per certo che egli era vivo sull’isola di Cebu, a soli duemila chilometri dalla sua nativa Malacca. Sappiamo inoltre che il re di Cebu gli era debitore, che era uomo di mare e che molte navi di mercanti siamesi o cinesi partivano regolarmente da Cebu verso la Malesia. Insomma, la strada del ritorno era aperta davanti a lui, relativamente facile e veloce. Se Enrique l’ha percorsa, come sembra logico pensare, è senza dubbio tornato a casa prima degli spagnoli e sarebbe dunque lui il primo uomo ad aver circumnavigato il globo. Infatti, nel decennio precedente era già andato dalla Malesia alla Spagna come schiavo, poi dalla Spagna alle Filippine con la spedizione di Magellano; non gli mancava che quest’ultimo tratto.

In Malesia, Enrique è un eroe nazionale. Ma forse anche a noi viaggiatori d’occidente fa bene pensare che il miglior simbolo della globalizzazione sia uno schiavo che si rende padrone del suo destino.