Quando l’integrazione vince

by azione azione
26 Agosto 2026

Quest’estate ho seguito i Mondiali di calcio e sono andato a vedere una partita della Svizzera, i sedicesimi in cui gli elvetici hanno battuto l’Algeria più nettamente ancora di quanto dica il punteggio, 2-0, nello stadio di Vancouver. La Svizzera mi è piaciuta moltissimo. È una squadra che ha saputo integrare e valorizzare gli immigrati e i loro figli, affiancati da svizzeri di antiche generazioni e rafforzati da una scuola, basata sulla tecnica e sulla velocità. Breel Embolo è nato in Camerun, è arrivato a Basilea a 6 anni, è diventato svizzero a 17: è un giocatore fantastico, e se nei drammatici quarti di finale con l’Argentina ha sbagliato a simulare un fallo di Paredes, non per questo meritava di essere espulso (il Var dovrebbe servire a cancellare un’ammonizione ingiusta, non ad assegnarne una meritata).

Ma il veterano è Granit Xhaka, che a Basilea è nato ma ha sempre rivendicato le sue radici albanesi. A me tutto questo pare segno di forza. Di sicuro lo è nello sport. L’Italia del calcio è più indietro. Non ha ancora avuto un vero campione uscito dalle migrazioni. Poteva diventarlo Mario Balotelli, ma ha tradito le aspettative. Temo finirà allo stesso modo anche con Moise Kean. Per fortuna l’integrazione funziona nello sport e nell’atletica. E il meccanismo di integrazione è facilitato dall’affiliazione a corpi militari. Un espediente che un tempo serviva ad assicurare uno stipendio agli atleti. Ma che ha finito per far scattare meccanismi di identificazione – con i carabinieri, la polizia, le guardie di finanza – che hanno certo aiutato gli atleti venuti dalle migrazioni a diventare e a sentirsi italiani.

Vince il o la più forte

Atletica e nuoto sono le discipline olimpiche per eccellenza. Non lasciano spazio all’estro, alla fantasia, all’improvvisazione, e neppure (salvo rari casi) alle valutazioni degli arbitri. Vince il più forte: chi si è preparato meglio, chi si è allenato con maggiore costanza, chi ha dimostrato più spirito agonistico e maggiore forza morale. Forse anche per questo in passato le cose per l’Italia non erano sempre andate bene. All’Olimpiade di Londra 2012 l’Italia conquistò nell’atletica una sola medaglia: il bronzo del triplista Fabrizio Donato. La Gran Bretagna vinse quattro ori e due argenti. Oggi i rapporti di forza sono cambiati. L’Italia è arrivata in testa al medagliere sia agli Europei di Roma 2024, sia a quelli appena conclusi a Birmingham. Questo significa che dietro gli atleti di punta c’è un movimento. Ci sono scuole, allenatori, metodi, oltre a un presidente federale che nell’atletica ha passato la vita, Stefano Mei. E ci sono le punte, i capitani, i campioni. Birmingham ha segnato il grande ritorno di Gianmarco Tamberi, dopo il disastro di Parigi. Il capitano dell’atletica azzurra ha riempito da solo lo stadio: i salti, le grida, le scritte sulle braccia, la moglie, la figlia, il padre, un’ondata di energia da cui tutti sono stati travolti. Ma attenti a non dimenticare Marcell Jacobs, che era tornato quello di Tokyo, e avrebbe vinto la finale dei 100 passeggiando se i suoi muscoli non l’avessero ancora una volta tradito; purtroppo l’infortunio l’ha tenuto lontano dalle prime pagine.

Accanto ai veterani, tra cui va annoverato anche il pesista Leonardo Fabbri, c’è una squadra composta da tante storie diverse, che insieme raccontano la capacità di attrazione e integrazione dell’Italia. Nadia Battocletti, fuoriclasse del fondo, è figlia di un maratoneta trentino e di un’ex mezzofondista marocchina. Larissa Iapichino è la figlia di Fiona May. Fausto Desalu, l’italiano più veloce sui 200 metri dopo Mennea, cresciuto nella Bassa lombarda, è di origine nigeriana. Dariya Derkach, oro nel triplo, è nata in Ucraina e ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2013. Alexandrina Mihai, argento nella marcia, è nata in Moldavia e per anni ha dovuto attendere la cittadinanza per vedere omologati alcuni dei suoi risultati. Andy Diaz, oro nel triplo, è nato a Cuba; Zane Weir, argento nel peso, in Sudafrica. Anche il nuoto è un movimento che coinvolge più generazioni, dai veterani Nicolò Martinenghi e Simona Quadarella ai più giovani.

Tra questi spicca Sara Curtis, papà italiano e mamma nigeriana. Solo il calcio non funziona, non decolla, non integra. Non a caso all’ultima competizione internazionale cui ha partecipato, gli Europei dei 2024, l’Italia è stata surclassata proprio dalla Svizzera. Che nel 2021 in Inghilterra aveva addirittura eliminato i campioni del mondo della Francia. Segno di salute di un movimento sportivo e di un Paese.