Intervista a Paolo Ruspini: per affrontare le sfide delle migrazioni servono visioni strategiche, non muri o soluzioni improvvisate
La crisi di Ceuta riporta al centro il tema delle frontiere esterne dell’Ue. Al di là dell’emergenza, che cosa rivela questa vicenda sulla capacità dell’Europa di gestire i flussi migratori? Lo abbiamo chiesto all’esperto di migrazioni internazionali Paolo Ruspini, professore associato all’Università Roma Tre.
«Guardo con un certo scetticismo e con senso critico a quello che l’Ue di oggi, o meglio la “disunione europea”, sta facendo», esordisce. «Molte istituzioni europee sono sempre più influenzate da orientamenti politici che virano a destra, verso posizioni populiste e indicano soluzioni di corto respiro, lontane dall’originario spirito umanitario della Ue. L’Europa ha dimostrato la propria incapacità di gestire un tema epocale come quello migratorio. Se guardiamo a quanto emerso dal vertice straordinario dei ministri dell’Interno dell’Ue, convocato dopo la crisi di Ceuta, ritroviamo ancora una volta i soliti mantra: rafforzamento delle frontiere esterne, rimpatri e collaborazione con i Paesi terzi». Per quanto riguarda il primo aspetto, spiega l’intervistato: si continua a investire risorse in tecnologie e strumenti di controllo che, a lungo termine, «risultano deleteri e non risolvono il problema di fondo». Sui rimpatri si sono spese molte parole, «molto meno sugli effetti collaterali che queste politiche producono nei Paesi di origine e lungo le rotte migratorie».
Ignorando le cause profonde
Poi c’è la collaborazione con i Paesi terzi, che significa trasferire fuori dai confini dell’Unione una parte della gestione dei migranti, attraverso hub e centri realizzati in Paesi come l’Albania o, nel caso britannico, il Ruanda. «Possiamo parlare di una vera e propria esternalizzazione, se non addirittura deterritorializzazione, delle politiche migratorie e dell’asilo nazionali ed europee», osserva Ruspini. I casi citati sono emblematici. «Si investono centinaia di milioni di euro per spostare all’esterno quello che si considera un problema, senza però intervenire sulle cause profonde delle partenze: povertà, disuguaglianze, instabilità politica, conflitti e mancanza di opportunità economiche nei Paesi d’origine». Alla base – sostiene l’esperto – permane una logica post-coloniale: da una parte l’Europa, dall’altra i cittadini dei Paesi terzi. Nel frattempo si continua ad alternare soluzioni intergovernative e misure emergenziali, «mentre manca una vera risposta comunitaria di lungo respiro». Gli esempi di assenza di solidarietà europea sono numerosi, sottolinea. «Anche la posizione italiana, ridicola, di sospendere Schengen rientra in questa logica. Misure simili sono già state adottate in passato da diversi Stati europei, come per esempio la Francia verso l’Italia, durante periodi di forte pressione migratoria lungo la rotta mediterranea».
Quanto pesano le condizioni socioeconomiche del Marocco nella crisi di Ceuta? Moltissimo, crede il nostro interlocutore. «Ci troviamo di fronte a migliaia di giovani che spesso non lavorano e non seguono percorsi di formazione. La mancanza di prospettive spinge molti a “bruciare la frontiera”, cioè a tentare di attraversarla per sfuggire alla precarietà e costruirsi un futuro altrove». Per Ruspini, però, fermarsi alle sole motivazioni economiche sarebbe un errore.
Precedenti significativi
Per comprendere quanto accaduto bisogna allargare lo sguardo al contesto regionale. Nella crisi di Ceuta entrano infatti in gioco i rapporti tra Spagna, Marocco e Algeria, la questione energetica e il dossier del Sahara Occidentale. Sullo sfondo vi sono «squilibri economici, sociali e geopolitici profondi che l’Europa continua a sottovalutare». L’emergenza può anche essere stata contenuta, ma a sud delle frontiere europee restano evidenti problematiche demografiche, di crescita e sviluppo a lungo trascurate o mal interpretate, «una situazione che, almeno in parte, le stesse politiche europee hanno contribuito ad aggravare».
C’è poi un ulteriore elemento. Negli ultimi anni la migrazione è stata utilizzata più volte come strumento di pressione politica e, secondo l’intervistato, anche Ceuta rientra in questa dinamica. «Quando si vedono movimenti di queste dimensioni è difficile non riconoscere una qualche forma di orchestrazione». Quanto accaduto potrebbe essere interpretato come un segnale inviato da Rabat a Madrid. Il messaggio sarebbe chiaro: ogni riposizionamento strategico della Spagna nell’area rischia di avere un costo immediato in termini di peso migratorio e stabilità dei rapporti bilaterali.
Quali sono i precedenti più significativi? «Nel 2015 la cosiddetta rotta balcanica divenne il principale percorso verso l’Europa per una moltitudine di persone in fuga dalle guerre in Siria, Afghanistan e da altre aree di crisi del Medio Oriente. La pressione mise in evidenza tutte le divisioni europee: alcuni Paesi dell’Europa sud-orientale e “cristiana-ortodossa” con una significativa storia migratoria alle spalle chiusero le frontiere a flussi misti di origine islamica, altri costruirono recinzioni e adottarono misure unilaterali. Nel 2016 l’accordo tra Ue e Turchia contribuì a ridurre drasticamente gli arrivi, ma lasciò aperte numerose questioni umanitarie e politiche». Un altro esempio – ricorda Ruspini – è quello della frontiera tra Bielorussia e Polonia. Già da tempo Aleksandr Lukashenko minacciava di utilizzare la leva migratoria nei confronti dell’Unione. A un certo punto vennero attratti migranti dal Medio Oriente e dall’Africa verso la Bielorussia, per poi spingerli verso il confine polacco. Da quella vicenda emerse il concetto di «guerra ibrida». Ceuta presenta diversi punti di contatto con queste crisi. In tutti i casi, la pressione migratoria viene deliberatamente canalizzata e sfruttata a fini politici.
A caccia di consenso elettorale
Tornando alla vulnerabilità dell’Europa, per l’intervistato è in larga misura il risultato delle politiche che essa stessa ha adottato negli ultimi anni. «Come detto l’Ue continua a investire ingenti risorse nel controllo delle frontiere esterne senza intervenire in modo efficace sulle cause profonde delle migrazioni. Prevale spesso una logica securitaria, che offre risposte immediate e consenso elettorale, ma trascura la complessità del fenomeno». Le tre parole chiave sono incapacità, vulnerabilità ed emergenza, osserva: incapacità di elaborare una strategia comune, vulnerabilità generata da politiche di corto respiro e ricorso costante alla retorica dell’emergenza. «A ciò si aggiunge una percezione spesso distorta del fenomeno migratorio da parte dell’opinione pubblica europea, che tende a sovrastimare la presenza degli stranieri».
A pagare il prezzo più alto sono sempre le persone migranti, afferma Ruspini. «Parliamo di una generazione di giovani disillusi – di esseri umani in fuga da guerre e conflitti endemici – ma anche di donne, bambini e famiglie che cercano con fatica il proprio posto nel mondo». Vie d’uscita? «Una risposta di lungo periodo passa anche dalla formazione delle nuove generazioni: serve più consapevolezza delle cause che alimentano le migrazioni e una maggiore capacità di leggere il fenomeno, al di là delle semplificazioni e delle crisi del momento».
