Gaza e il paradosso dei palestinesi israeliani

by azione azione
19 Agosto 2026

In vista delle elezioni di ottobre, il partito Balad incarna la contraddizione di una minoranza chiamata a partecipare alle istituzioni di uno Stato che contesta radicalmente

Alle attese elezioni israeliane del prossimo 27 ottobre, il voto della minoranza palestinese, che rappresenta circa il 21% della popolazione, potrebbe rivelarsi decisivo per la formazione del prossimo Governo. Tale scenario ottimista che, secondo un sondaggio del Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv, potrebbe tradursi persino in 16 seggi alla Knesset, presuppone da una parte la collaborazione della sinistra sionista che teme di perdere voti alleandosi con i palestinesi e, dall’altra, la ricostituzione della Lista Comune dei partiti arabi che potrebbe far salire l’affluenza alle urne al 67%, ma le cui trattative sono ancora in corso.

Tuttavia, il tentativo di persuadere i cittadini palestinesi ad esercitare il loro diritto di voto non può prescindere dall’interrogativo radicale di cosa significhi partecipare alla politica dello Stato responsabile dello sterminio a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania contro la popolazione della quale essi si considerano parte.

Per meglio comprendere questa  contraddizione si può esaminare la specificità di Balad, abbreviazione dell’arabo At-Tajammu’ al-Wat.anī ad-Dīmuqrāt.ī, ovvero National Democratic Alliance, formazione politica nata a metà degli anni Novanta e oggi guidata da Sami Abu Shehadeh, politico di Jaffa già deputato alla Knesset. Se Hadash, con cui ha condiviso in passato la Lista comune, nasce dalla tradizione comunista che vanta una lunga collaborazione ebraico-araba di lotta sociale, Balad chiede il riconoscimento dei cittadini palestinesi come minoranza nazionale e sostiene la trasformazione di Israele in uno «Stato di tutti i suoi cittadini», sfidando la definizione di Israele come Stato del popolo ebraico e collocandosi più lontano dal sionismo a favore di una concezione binazionale e democratica dello Stato.

Identità complessa

L’accento posto da Balad sull’appartenenza nazionale palestinese passa attraverso la domanda di cosa significhi essere palestinesi quando si possiede una cittadinanza israeliana. Il sociologo Ameer Fakhoury ha descritto la complessità di questa identità. Nato ad Acri e residente a Haifa, ha raccontato la propria formazione come palestinese cittadino d’Israele come un processo che si svolge all’interno di un «campo locale di identità»: non una scelta fra due identità contrapposte, ma una condizione prodotta dalla storia e dalla struttura politica del luogo in cui si vive. Dopo Gaza, tale complessità appare ancora maggiore.

Nel 2022 Balad si presentò separatamente da Hadash-Ta’al ottenendo solo il 2,9%, ma nel sistema israeliano il voto è nazionale e proporzionale e per entrare nella Knesset una lista deve superare la soglia del 3,25%. Il risultato ebbe conseguenze politiche enormi poiché il mancato ingresso di Balad, come quello di Meretz, contribuì alla vittoria del blocco di destra guidato da Benjamin Netanyahu. Per questo nel 2026 si è tornati a parlare di una nuova Lista comune, ma la difficoltà nel raggiungere un accordo rispecchia un conflitto di interessi. La Lista comune ha già dimostrato di poter trasformare la frammentazione dei partiti palestinesi in una forza parlamentare significativa quando nelle elezioni del 2020 arrivò a 15 seggi, ma i partiti Hadash, Ta’al, Balad e Ra’am hanno posizioni differenti sulla relazione con i sionisti, sul rapporto fra cittadinanza e nazionalità e sul modo di utilizzare il potere parlamentare.

Se un partito palestinese può diventare decisivo per la formazione di una coalizione israeliana e utilizzare quella posizione per negoziare risorse e risultati per la società araba, che necessita urgentemente di porre fine alla piaga della criminalità, la partecipazione a una coalizione guidata da partiti sionisti rischia di trasformare la rappresentanza palestinese in una componente subordinata della politica israeliana. Per Balad, invece, la partecipazione parlamentare non dovrebbe prescindere dalla possibilità di contestare la struttura stessa dello Stato e questo produce un paradosso: un partito può voler cambiare radicalmente il carattere dello Stato e, nello stesso tempo, dover conquistare seggi proprio nel Parlamento del medesimo.

Il prezzo da pagare

Dopo il 7 ottobre 2023, inoltre, Israele chiede agli arabi di partecipare alle proprie istituzioni come cittadini, ma quando essi esprimono la loro appartenenza palestinese, essa diviene oggetto di sospetto. Durante la guerra, esprimere pubblicamente solidarietà ai palestinesi di Gaza è diventato molto difficile e organizzazioni per i diritti umani hanno documentato restrizioni a manifestazioni, arresti e procedimenti contro cittadini palestinesi per espressioni di solidarietà. Un sondaggio del Dayan Center mostra che il 77,2% degli intervistati arabi sostiene l’inclusione di un partito arabo nella futura coalizione e il 63,7% considera positiva una partnership politica ebraico-araba, tuttavia Balad teme che una simile strategia possa trasformare i palestinesi in un serbatoio di seggi necessario per la formazione di Governi israeliani, senza modificare le condizioni politiche fondamentali. Per Ra’am, l’esperienza del Governo Bennett-Lapid ha mostrato che un partito palestinese può utilizzare la propria forza parlamentare per ottenere risultati concreti per la società araba.

Per Balad, invece, la domanda è quale prezzo politico si paga quando la rappresentanza palestinese diventa uno strumento di contrattazione con i partiti sionisti. Il dilemma è reale soprattutto se si considera l’ambiguità della sinistra e del centro sionista, motivo per cui Sami Abu Shehadeh respinge l’idea secondo cui il campo anti-Netanyahu dovrebbe essere considerato automaticamente un partner dei partiti palestinesi. L’ennesima conferma delle sue ragioni è giunta in occasione di un grave episodio avvenuto nella città di Haifa dove la famiglia di un soldato israeliano ferito in Libano ha accusato membri arabi del personale sanitario dell’ospedale Rambam di averlo maltrattato. L’ospedale ha negato le accuse, tuttavia la vicenda ha prodotto una campagna pubblica aggressiva contro il personale palestinese dell’ospedale.

Quello di medici e infermieri palestinesi ed ebrei che lavorano nello stesso ospedale, curano gli stessi pazienti e fanno parte della stessa istituzione pubblica è uno dei cavalli di battaglia preferiti dalla propaganda sionista, tuttavia nel clima prodotto dalla guerra è bastato un attimo perché l’identità palestinese venisse presa di mira con ferocia. Nel suo commento sul quotidiano «Haaretz» Hanin Majadli ha messo in guardia i cittadini palestinesi dall’allinearsi alla sinistra liberale che si limita a liquidare l’episodio denunciandone il razzismo. L’accusa di razzismo e discriminazioni, pur necessaria, non è infatti sufficiente se rimane separata dalla questione della supremazia ebraica e dalle strutture politiche che organizzano il rapporto fra ebrei e palestinesi in Israele. È una critica che porta il discorso esattamente al punto da cui Balad era partito perché si può condannare il razzismo contro un medico palestinese e contemporaneamente evitare di parlare dell’occupazione così come si può rivendicare l’uguaglianza dei cittadini senza menzionare la guerra a Gaza. Per arrivare a quello «Stato di tutti i suoi cittadini» promosso da Balad bisogna affrontare esplicitamente l’apartheid, il genocidio e il sionismo come colonialismo, smantellandoli dalle fondamenta.

Infine, non mancano critiche radicali secondo le quali in questi anni i politici palestinesi avrebbero dovuto prendere posizione contro i massacri dimettendosi dalla Knesset. Nel 2024, proprio discutendo della possibilità di boicottare le elezioni, Abu Shehadeh spiegava che dentro Balad esistevano posizioni differenti: alcuni ritenevano inutile essere presenti nella Knesset sotto un Governo di destra estrema; altri sostenevano che proprio quella situazione rendesse più importante la presenza parlamentare. Nessuna scelta è esente da contraddizioni, né si pretende di presentare i palestinesi come soggetto omogeneo, il punto è tenere presente che Gaza non è un capitolo separato dalla politica dei palestinesi del ’48, bensì un criterio attraverso cui quella politica deve orientarsi e decidere se e come partecipare attivamente allo Stato israeliano.