Il 12 agosto, nel sabato più prossimo al giorno di San Lorenzo, protettore dei cuochi, centinaia di donne si ritrovano a Pointe-à-Pitre, la capitale, per celebrare gioiosamente se stesse
La Fête des Cuisinières della Guadalupa non è un evento gastronomico. È la più spettacolare manifestazione del folclore creolo. La celebrazione del ruolo della donna nella società caraibica. Una sfilata di moda. Una festa danzante. Una gioiosa esplosione di colore. La sintesi tra cucina francese, spezie e stoffe indiane, musiche e balli africani. Perché – dipartimento francese d’oltre mare – la Guadalupa è il frutto della contaminazione tra queste tre culture. Il sabato più prossimo al giorno di San Lorenzo, il protettore dei cuochi, (quest’anno il 12 agosto) – centinaia di donne si ritrovano a Pointe-à -Pitre, la capitale, nella cattedrale di Saint-Pierre.
Durante questa cerimonia oltre duecento cuoche indossano gioielli d’oro e abiti tradizionali in tessuti madras e hanno i capelli raccolti in turbanti con svolazzi. L’acconciatura del turbante è un linguaggio d’amore. Un solo svolazzo significa «sono libera». Due: «sono impegnata ma potete tentare». Tre: «non ce n’è per nessuno». Quattro: «c’è posto per chi lo desidera».
Alla Fête des Cuisinières della Guadalupa, attraverso il modo con cui ci si annoda il turbante, è possibile lanciare una seriedi messaggi sentimentali
Mescolando i loro profani messaggi sentimentali con il sacro, le donne depongono sull’altare panieri ricolmi di aragoste, dolci, frutta tropicale e vari manicaretti. La chiesa – a tre navate con colonne, capitelli e balaustre di ferro in stile Eiffel – ospita in loro onore una messa cantata. Al termine del rito, le donne riprendono i loro piatti e sfilano in corteo tra le vie della città , fino al cortile della scuola, dove viene allestito un banchetto con i loro piatti. Dopo il pranzo iniziano le danze con le cuoche che, sostenute dal generoso rhum prodotto nell’isola, ballano tra loro.
La festa è l’occasione per visitare la più grande delle Piccole Antille, la più economicamente accessibile. Formata da due vaste isole congiunte da un istmo, vista dal cielo la Guadalupa sembra una gigantesca farfalla verde. È una terra di contrasti riscaldata dal sole del tropico e rinfrescata dagli alisei. Mescola joie de vivre francese ed esotismo creolo. Efficienza gallica ed esuberanza afrocaraibica. La diversità etnica e culturale è la ricchezza alla base dell’orgoglio creolo in un’isola che concilia l’impossibile.
Vulcani neri e spiagge bianche. Pace dei fondali blu e furia degli uragani. Autostrade di Grande Terre e giungla di Basse Terre. Boutique chic e sguaiata via dei bordelli haitiani. Il venerdì c’è la coda per prelevare contanti ai bancomat: per scommettere alla battaglia dei galli, il rito crudele importato ai Caraibi dagli Spagnoli. Il movimento indipendentista degli anni Ottanta del Novecento si è presto arreso all’indolenza degli abitanti afro e all’opposizione dei bianchi. I legami con Parigi sono forti in isole che vivono di turismo e agricoltura tropicale: con frutta, spezie e rhum esportati soprattutto in Europa. L’autogoverno sarebbe un grattacapo in isole con l’aria profumata da mille fiori, dove si passa la notte in amaca ad ascoltare il gracidare delle rane?
Oltre all’isola principale, la Guadalupa comprende le briciole di terra di Les Saintes, Marie Galante e La Desiderade. A Grande Terre vive la maggioranza dei 372mila abitanti. Ci sono richiami cittadini come i mercati di Pointe-à -Pitre dove, tra punch di rhum, fiori e artigianato in paglia e cuoio, le spezie trionfano con inebrianti banchetti che vendono bastoni di cacao, noce moscata, vaniglia, cannella, zenzero, chiodi di garofano, peperoncino, coriandolo, cumino e pepe. E botteghe con gioielli e artigianato creolo e tessuti madras. Gran Terre ha attrazioni balneari come gli arenili fissati da dune di Pointe des Châteaux, il promontorio tempestato di palme della Caravelle e le onde cavalcate dai surfisti di Le Moule. La natura s’impone però aldilà del ponte, a Basse Terre, dove il mare incontra la foresta pluviale tra insolite fioriture.
A Pointe Noire si vedono piante di flamboyant con fiori rossi, gialli e blu. E 300 chilometri di sentieri disegnano un’avventurosa rete per gli amanti del trekking tra rilievi coperti di giungla sudante. La costa occidentale di Basse Terre è un susseguirsi di spiagge, la più bella è la Plage de Grande Anse. A sbalordire è però la strada che taglia l’interno, fiancheggiata da centinaia di flamboyant che, in primavera, coprono l’asfalto con un velo di petali rossi. Si mescolano alle felci arboree che foderano le colline. Fino al Domaine de Valombreuse, il giardino botanico con centinaia di varietà tropicali tra cui volano uccelli esotici.
Per scoprire la dimensione più caraibica si raggiunge in traghetto il micro-arcipelago di Les Saintes. Tra le acque turchesi della sua rada di Terre-de-Haut spuntano panettoni sepolti di vegetazione. Sono il contraltare dei picchi verdeggianti che dominano l’isola: alti fino a 300 metri, sorgono alle spalle del borgo formato da case con i muri color pastello e i tetti di un fiammante arancione.
Si vuole che questa baia sia la terza più bella del mondo, una miniatura di Rio de Janeiro con tanto di morros e Pan di Zucchero: la collina a ovest del borgo si chiama proprio Pain de Sucre. Dal borgo, si raggiunge in un’ora di cammino lo Chameau, la cima più alta (314 metri) da dove l’occhio, nei giorni sereni, spazia sulle isole di Terre-de-Bas, Marie-Galante, Dominique e Guadalupa. Costeggiando la baia verso est si raggiunge il promontorio dominato da Fort Napoléon.
Case pastello, tettidi un fiammante arancionee panettoni di roccia sepolti nella vegetazione
Costruito nel 1867 su un preesistente maniero del Settecento, il forte evoca il tempo in cui i Caraibi erano infestati dai pirati e spesso la popolazione doveva rifugiarsi tra le sue mura per sfuggire alle loro incursioni. Il camminamento di guardia sui suoi bastioni – fiancheggiati da agavi e cactus – regala scorci sulla rada e sulla spiaggia di Marigot. La storia della colonizzazione francese dell’arcipelago è raccontata dal piccolo museo all’interno del forte con modellini di velieri, armi, stampe e oggetti dell’epoca.
Scoperto da Cristoforo Colombo nel 1493, che lo battezzò Los Santos, l’arcipelago – al tempo disabitato – fu occupato dai francesi nel 1648. Conquistato dagli inglesi nel 1782, tornò sotto il controllo di Parigi nel 1816. Oltre che da creoli, oggi Les Saintes sono abitate da biondi eredi di coloni bretoni e normanni. Il gioco di promontori, isolotti e insenature che disegna la sua frastagliata geografia, rende l’arcipelago una delle mete favorite dagli skipper nei Caraibi. Terre-de-Haut ha anche validi richiami balneari come la plage de Pompierre: orlata di palme da cocco e chiusa in una baia delimitata da due faraglioni tra i quali si incanalano i venti creando un territorio ideale per il windsurf.







