A ferragosto, oltre i binari della fermata ferroviaria Garbagnate Parco delle Groane, vedo due fare il bagno nel canale Villoresi. Come nel Gange, bisogna crederci o non avere più niente da perdere. Passeggio per un paio di chilometri per prati arsi, improbabili scuole di kayak, birrerie Las Vegas, scorci di boscaglia che per l’impressione di un momento sembrano scenari di caccia ottocentesca fino a incontrare l’arco, alto, di un caseggiato rurale antico. Dentro la corte, in località Castellazzo di Bollate, è stato girato un film neorealista sulla Resistenza intitolato Il sole sorge ancora (1946). In viaggio per i giochi d’acqua di Villa Arconati risalenti intorno al 1615, proseguendo il filo conduttore fontanesco di una grande città e il suo hinterland quasi come un feuilleton estivo, mi meravigliano i mattoni in cotto rosso fuoco della zona. Squarci di laterizi, per i quali ho un debole ma mai visti così accesi, riemergono dall’intonaco o appaiono così a vista, nei muretti dove ne mancano diversi. Souvenir staccati non credo, mi chiedo la ragione di questa erosione che ne aumenta la bellezza. Ad ogni modo l’origine sono le fornaci dismesse proprio nei paraggi. Una delle quali, l’ex fornace Bonelli convertita nella fabbrica di bombe a mano Sutter & Thévenot, colora di tragico Castellazzo di Bollate per via dell’esplosione che fece cinquantanove vittime di cui cinquantadue donne a proposito delle quali trovate un frammento letterario di quel dolore, leggendo Hemingway.
Villa Arconati, nel nulla intorno, sembra una fata morgana dovuta alla più calda estate della mia vita. Nel giardino di questa villa di delizie nota anche come il Castellazzo e desiderata da Galeazzo I Arconati (1580 circa-1648), mecenate e architetto dilettante appassionato di diavolerie idrauliche al punto da avere nella sua biblioteca il Codice Atlantico di Leonardo, ho in mente di cercare subito il teatro di Andromeda. Incatenata agli scogli per espiare le colpe della madre e placare l’ira di Poseidone, infuriato perché Cassiopea si credeva più bella delle sue ninfe, dalle grinfie di un mostro marino la salva Perseo. Nessuno invece ci salverà mai dalle nostre distrazioni: in fondo al viale tra i carpini, una gigantesca Diana cacciatrice dentro un ninfeo a emiciclo, con ai piedi una fontana zampillante, ferma la mia attenzione. E m’incammino così, a passo tropicale stile trentasei gradi, verso la prima delizia da villa ispirata di certo all’Arconati, dal ninfeo di Lainate visitato quindici giorni fa e non lontano da qui. Del resto, la fontana con due draghi simmetrici la cui coda s’intreccia, in corrispondenza dello zampillare la cui sola vista risolleva, è attribuita a Camillo Procaccini (1561-1629), il grande sperimentatore di Lainate con l’invenzione dei ciottoli dipinti. Anche qui per terra, inoltre, ciottoli bianchi e neri di fiume e di mare. Se lo zampillo che sgorga nell’intreccio delle code dei draghi in marmo di Candoglia slavato dai secoli, è in asse con la Diana che troneggia nella nicchia alle loro spalle, altri sputi d’acqua sgorgano dai mascheroni ma sono le straordinarie Erinni in stucco che sorreggono la vasca quadrilobata, a stupire. Però a rapire, nonostante i giochi d’acqua in ferie, sul finire del pomeriggio, è la dea della caccia, delle selve, della notte, protettrice degli animali selvatici e custode delle fonti d’acqua, nel cuore del suo teatro architettonico. Spiccano i frammenti di grotte naturali nelle due nicchie accanto, dove ci sono due ninfe e un cagnolino che spunta. Altri due cani da caccia, un bracco e un levriero, accompagnano Diana sotto la cupola di un cielo stellato. Dietro, curiosando, scopro dei buchi nelle grotte come per spiare le reazioni dei passeggiatori o cos’altro. Una misteriosa scala a pioli si eleva in alto, per azionare chissà quali marchingegni perduti. I pavoni sono tornati nella voliera teatrale magnifica ma lugubre per certi versi, molte querce, altre statue, carpini potati a ballerina che paiono più a ratatouille, dodici come i mesi i cancelli del recinto dove altri lampi rossastri di mattoni superiori mi incantano.
Trovo il teatro di Andromeda ma il restauro ostruisce la vista, allora dribblo il divieto entrando tra i cespugli, spingo il chiavistello di una porta. Ed eccomi davanti a una sirena alata che stringe tra le gambe un mascherone idraulicizzato inaridito in una smorfia di agonia, oltre tenersi le tette forate che non spruzzano, da secoli, più acqua.