È un bellissimo Mondiale. E non è il Mondiale di Donald Trump. Per quanto il presidente degli Usa abbia organizzato la propria vita per dare ogni giorno un titolo, e se possibile essere il titolo del giorno, alla fine i protagonisti sono i calciatori. Il Mondiale appartiene a loro e a chi lo guarda. Lionel Messi ha esordito con una tripletta seguita da una doppietta al secondo incontro, confermandosi il più grande. Altri grandissimi all’ultimo Mondiale, Luka Modric e Cristiano Ronaldo, hanno avuto finora meno fortuna. Lamine Yemal, la giovane stella, è entrato in campo e ha segnato. I tecnici italiani faticano, la Turchia di Montella è già fuori, dall’Uzbekistan di Cannavaro non ci si poteva attendere molto, vedremo cosa saprà fare il Brasile di Ancelotti. La Svizzera, a differenza dell’Italia, si è qualificata. E se la gioca, inoltre esprime il presidente della Fifa.
Prima che la carrozza ridiventi una zucca
Anche se le avvisaglie sembravano pessime, il Mondiale americano sarà un successo. Non a caso, gli ascolti televisivi sono ottimi. Certo, l’America che ospita i Mondiali è l’America di Trump. Che un arbitro designato dalla Fifa non possa entrare nel Paese che organizza la Coppa del Mondo perché viene da una Nazione che Trump detesta, la Somalia, è uno scandalo. L’idea di una squadra, l’Iran, che deve andare in ritiro in Messico, su una delle frontiere più difficili del mondo, Tijuana, per saltabeccare negli Usa solo il tempo strettamente necessario a giocare la partita e ripartire prima di mezzanotte, prima che la carrozza di Cenerentola ridiventi una zucca, sarebbe ridicola se non fosse drammatica. E i prezzi dei biglietti minacciano di trasformare il luogo popolare per eccellenza, lo stadio, in un club per ricchi.
Pensiamo poi a tre anni e mezzo fa. Il Mondiale in Qatar fu contestatissimo. Si disse che il Paese organizzatore violasse i diritti umani. Ed era vero. Chiunque sia andato in Qatar in quei giorni ha visto il ribaltamento dei principi della Rivoluzione francese, l’idea che gli esseri umani nascano liberi e uguali: gli immigrati dall’Africa e dall’Asia non potevano neppure entrare negli hotel riservati agli arabi, ai nordafricani, agli europei, e anche i «bianchi» erano divisi tra Vip, che potevano arrivare in auto fino allo stadio, Super Vip, le cui vetture blindate arrivavano sin dentro le tribune, e comuni mortali che arrancavano a piedi sotto uno strano, caldo sole natalizio.
Sport e politica
Lo sport non è mai separato dalla politica. Le grandi manifestazioni hanno sempre riflesso il loro tempo: Città del Messico 1968 con il massacro di Tlatelolco alla vigilia dei Giochi; Monaco 1972 con l’attentato alla squadra israeliana; Montreal 1976 con il boicottaggio africano; Mosca 1980 con quello americano (l’Italia partecipò senza inno, bandiera e atleti militari); Los Angeles 1984 con la risposta sovietica. E sul Mondiale argentino del 1978 pesava l’ombra della dittatura che faceva sparire gli oppositori. Eppure, ciò che ricordiamo è Mario Kempes e le lacrime degli olandesi, sconfitti per la seconda finale consecutiva.
Questo sarà un Mondiale molto interessante sul piano geopolitico, e non solo per la presenza dell’Iran. Un Mondiale che si è inaugurato in Messico – quanta nostalgia: il leggendario 4-3 dell’Azteca tra Italia e Germania, le imprese di Maradona – Paese dove Trump vorrebbe organizzare un colpo di Stato tipo Venezuela, detronizzando la presidente di sinistra Claudia Sheinbaum. Un Mondiale con partite importanti in Canada, che Trump vorrebbe annettersi trasformandolo nel cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti (anche se per il momento ha favorito la vittoria elettorale dei liberali, molto critici con lui). Ma l’esperienza insegna che alla fine nessuna Olimpiade, nessun Mondiale viene ricordato solo per il posto che l’ha accolto. E nessuna grande manifestazione viene giudicata in base ai disagi organizzativi (ce ne sono stati anche a Parigi 2024, che pure tutti hanno giudicato un grande successo). Alla fine, quando la tv si accende sul prato verde, quando i più fortunati sentono il profumo dell’erba, quando suonano gli inni nazionali, quando si vede la rete gonfiarsi, quando i calciatori si abbracciano, ricomincia quella magia che ha ispirato scrittori e registi, che non può essere ridotta alla politica, che non può essere spiegata soltanto con la ragione. Bisogna viverla. Perché il calcio è l’infanzia del mondo.