Il ritorno della mostruosità nazista

by azione azione
10 Giugno 2026

Una nuova edizione di Mein Kampf riaccende il dibattito: conoscere il male aiuta a prevenirlo o rischia di alimentare nostalgie pericolose?

La casa editrice Garzanti ha mandato in libreria una nuova versione del Mein Kampf di Adolf Hitler. L’hanno curata due storici di chiara fama, Marcello Flores e Giovanni Gozzini, sulla base di una ri-traduzione svolta da Roberto Venuti: un’edizione che si vuole critica e integrale, dato che riunisce in un solo volume due tomi pubblicati in anni diversi, il primo nel 1925, il secondo nel 1926. Hitler prese a vergare la sua opera incendiaria nella fortezza di Landsberg am Lech, poco lontano da Monaco di Baviera, la città in cui il giovane mestatore e i suoi seguaci nel novembre del 1923 avevano architettato un colpo di Stato per rovesciare la Repubblica di Weimar, un ordinamento per il quale i nazisti provavano sommo disprezzo.

La prima parte – sotto il titolo «Abrechnung», ossia resa dei conti – è largamente autobiografica: il futuro Führer rimemora in cella i suoi anni giovanili, dalla nascita nell’alta Austria, a Braunau sull’Inn nel 1889, figlio di un modesto impiegato delle dogane, alla successiva esperienza a Vienna, dove cercò di entrare, senza successo, nell’Accademia di Belle Arti. Per sopravvivere dovette ripiegare su attività precarie come acquerellista di strada: attività che comunque gli permise di conoscere la città, la sua varia umanità, la vita politica, la folta presenza di immigrati, tra cui numerosi «Ostjuden», gli ebrei provenienti dalle regioni orientali.

Uomo mediocre e disadattato

Nel 1912 lascia la capitale dell’impero austro-ungarico per Monaco di Baviera: ha raggiunto i ventitré anni e qui, sempre rimanendo un po’ ai margini, inizia a darsi una più precisa coscienza politica, dentro una costellazione in cui s’incrociano sentimenti antisemiti, pulsioni nazionaliste e progetti politici volti a raccogliere in un unico Reich tutte le comunità della diaspora tedesca.

Nel 1914 Hitler si arruola volontario in un reggimento bavarese. Spedito al fronte della Somme rimane mezzo accecato dai gas, ed è durante la convalescenza al termine della guerra che inizia a recriminare contro le autorità, civili e militari, che si erano arrese, accettando condizioni umilianti per la Germania, come la cessione alla Francia dei territori dell’Alsazia Lorena e il gravoso fardello delle riparazioni di guerra. L’umiliazione subita dalla Germania rimarrà il suo chiodo fisso sino all’ascesa al potere nel gennaio del 1933.

Fallito il colpo di mano del 1923, per Hitler inizia una turbolenta traversata del deserto, in cui si ripropone di ricostituire il partito nazionalista, dotandolo di programma e di piani d’azione (argomento del secondo tomo, composto al termine della carcerazione, nove mesi, peraltro confortevoli). È in questo clima che il Mein Kampf si avvia a diventare presso le milizie naziste il «Vangelo del tempo nuovo» (definizione di Goebbels) o «la Bibbia dei nazisti» (il riferimento alla tradizione cristiana non è casuale).

Un testo farraginoso

Nei primi anni le vendite sono modeste. Il prezzo del volume è alto e poi la sua prosa appare melmosa e ripetitiva. Uno dei suoi più noti biografi, Joachim Fest, ha definito il suo stile ritmato da «periodi arzigogolati che si contorcono a guisa di vermi».

Libro indigesto e lutulento dunque, che tuttavia, sull’onda del crescente successo del movimento nazionalsocialista, raggiungerà negli anni Trenta e fino al suicidio del dittatore nel 1945 tirature vertiginose. Chi si è occupato dei numeri indica dai 12 ai 15 milioni le copie vendute, in patria e all’estero (anche negli Stati Uniti), e in seguito tradotto in 18 lingue, con un introito stimato intorno ai 15 milioni di Reichsmark. Anche tutti i novelli sposi ricevevano come omaggio una copia del libro. Presente nelle famiglie e nelle biblioteche pubbliche, recensito favorevolmente su giornali e riviste, regolarmente riedito, il Mein Kampf si impose come l’opera di riferimento del nazionalsocialismo trionfante. Una traduzione italiana, parziale, limitata al secondo tomo, fu pubblicata dall’editore Valentino Bompiani nel 1934.

Messo al bando e ritirato dalla circolazione

Il bando in Germania è rimasto in vigore fino al 2015, l’anno in cui, dopo 70 anni, sono scaduti i diritti d’autore detenuti dallo Stato libero di Baviera. È sorto quindi l’interrogativo: che fare di quest’opera, considerata maledetta e pericolosa, generatrice di possibili nostalgie per il nazismo, focolaio di idee antisemite e razziste? Non era forse da considerare come un ulteriore, macabro oltraggio alle vittime del regime? L’Istituto di storia contemporanea di Monaco (Institut für Zeitgeschichte) rispose proponendo un’edizione critica e fittamente commentata, che dopo qualche iniziale remora ha visto la luce nel 2016, in due libroni di complessive 1948 pagine corredate da 3500 dotte annotazioni.

Traboccante d’odio

È stato giusto rimettere il Mein Kampf in circolazione? (in Germania, perché altrove il libro non è mai stato ritirato, nemmeno in Italia, proposto in edizioni raffazzonate ma anche in edizioni assai curate, come quella a firma di Giorgio Galli per Kaos Edizioni). L’operazione dell’Istituto ha certamente avuto il merito di disinnescare tramite un apparato scientifico accuratissimo questa mostruosità nazista, per rifarsi alle parole del settimanale «Der Spiegel». Rimane però la domanda, se sia opportuno ristampare un’opera traboccante odio contro ebrei, marxisti, socialisti, repubblicani, tutti nemici della grande Germania?

I curatori di questa riedizione italiana non hanno dubbi: «La conoscenza è sempre meglio dell’ignoranza o della censura, anche (e forse soprattutto) quando si applica a una realtà che non ci piace». Benedetto Croce, replicando nel 1925 a Mussolini (il quale si era vantato di non aver letto nemmeno un rigo del filosofo napoletano), volle affermare un principio cui teneva particolarmente: «Conoscere gli avversari val meglio che pretendere d’ignorarli». Non vi è certezza, ma se cento anni fa i custodi dell’ordinamento democratico-repubblicano avessero letto con vigile attenzione queste deliranti riflessioni, Hitler e i suoi accoliti avrebbero incontrato maggiori ostacoli nell’imporre al popolo tedesco il loro criminale progetto totalitario. Una particolarità colpisce il lettore di quest’edizione italiana: sulla copertina, in cui spicca un grande quadrato nero, non figura il nome dell’autore. Scelta dettata da scrupoli di natura etica o da timori legati ai mai morti rigurgiti dell’hitlerismo?