Cammino nel sole, parole frantumate affiorano da volti sprofondati nello smartphone e mi raggiungono, come volessero inseguirmi per spiare il mio lento procedere. La sera prima, in un affollato ristorante, altre parole sfilacciate e indecifrabili avvolgevano la mia attesa di un buon piatto. Un vocio scomposto, un rumore pervasivo si era impossessato di ogni spazio, mi sembrava di non più sapere dove fossi e che cosa stessi aspettando.
Situazioni come queste possono sorprenderci in tanti altri luoghi, mentre attraversiamo uno di quegli spazi insignificanti, che non sanno essere luoghi ma solo ricettacoli informi e inconsapevoli di parole svolazzanti che subito evaporano e subito dopo riemergono. La compagnia di tante parole evanescenti, nel frastuono a cui sempre più spesso è consegnato il nostro vivere quotidiano, mi porta a pensare ad altre esperienze, ad altri ben diversi incontri con la parola.
Penso alla parola pacata del saggio che sa ospitare il desiderio di verità, a quella delicata e leggera dei poeti che apre all’invisibile, o alle parole sospirate in un gesto d’amore, nella letizia e nella sofferenza, nel cantare una ninna nanna al proprio bambino come nell’accarezzare le mani fragili di una madre morente.
«Il linguaggio è la casa dell’essere» scriveva il filosofo Martin Heidegger. Come dire, le parole sono la casa in cui abitiamo. Ma da dove vengono le parole? Il loro mostrarsi tanto diverse rende davvero difficile immaginarle dentro una dimora comune. Molti filosofi, nel corso del tempo, hanno sottolineato il profondo legame tra la parola e il silenzio: è il silenzio la casa della parola, la sua sorgente originaria. Tra le molte riflessioni trascelgo quelle contenute in un delizioso e originale libro di Max Picard pubblicato nel 1948 e dedicato proprio al mondo del silenzio. Picard è scrittore svizzero vissuto nel secolo scorso, medico di formazione, traferitosi a Neggio, in quell’angolo della Svizzera italiana dove «le condizioni generali di vita corrispondono maggiormente ad una natura umana incorrotta». «Il silenzio non è soppressione della parola – scrive – ma è qualcosa di sussistente per sé e di creativo (…) plasma l’uomo come la parola». Appartiene alla struttura fondamentale dell’uomo. «In ogni parola vi è qualcosa di silenzioso»: è dal silenzio che nasce la potenza creativa della parola. Radice profonda della vita e sorgente della creatività, è dimora originaria della parola vera. Torna così alla mente il messaggio indelebile di Socrate: la parola non è mezzo ma luogo della verità. E proprio il silenzio di quel «so di non sapere» con cui amava parlare di sé, gli permetteva di mettersi in ascolto delle verità dell’anima dialogando con i giovani ateniesi.
Molte parole evanescenti che avvolgono le nostre giornate non sanno però abitare questa profondità originaria del silenzio, restano lontane dalla loro casa comune. Vagano e svolazzano sospese senza fissa dimora, in un intreccio scomposto senza interruzioni, senza una soglia silenziosa da cui emergere.
Troppe parole non hanno più una casa. Senza legami con il silenzio, si svuotano di ogni significato, diventano solo un urlo che riempie la scena del mondo. Una musica di sottofondo che non pretende di essere ascoltata ma solo di potersi espandere per promuovere le sue esibizioni.
Le parole di questa vacua polifonia non riescono a metterci in contatto con il nostro mondo interiore. Torno allora alle riflessioni davvero lungimiranti che Max Picard ci ha offerto quasi cent’anni fa. «Oggi la parola nasce dal rumore e nel rumore svanisce, il silenzio non è più un mondo a sé stante, è soltanto il luogo non ancora visitato dal rumore, è soltanto un’interruzione nel rumore, rumore che non funziona. (…) Il linguaggio oggi è come se parlasse solo da solo e disseminandosi e svuotandosi pare precipitare verso la propria fine».
Separato dalla sua origine, il linguaggio sembra davvero mostrare rovine di parole. Da lontano Picard ci invita a riappropriarci del rapporto intimo con il silenzio, a coltivare il desiderio di raccoglierci nella sua creatività. Ascoltare il silenzio è un viaggio verso sé stessi, verso quella sua verità non ancora dicibile da cui sgorgano parole vere. Solo da questo silenzio possono nascere parole che sbocciano dagli strati più profondi della nostra umanità e divengono dimora comune per il nostro vivere e convivere. Da questa dimora comune possono nascere anche parole di denuncia e di resistenza verso il potere di quell’altro silenzio, aggressivo e perverso, bravo solo a nascondere gli effetti devastanti di tante ingiustizie e sopraffazioni che feriscono la nostra comune appartenenza.