La liquida terra dell’arcipelago di Anavilhanas

by azione azione
3 Giugno 2026

Navigando lungo il Rio Negro e il Rio Solimões, i fiumi che attraversano l’Amazzonia da Nord a Sud

Angelica si accende una sigaretta mentre osserva il temporale dalle finestre aperte. Quando un lampo divide il mondo tra buio e luce il suo profilo si staglia nitido; il contorno del viso si imprime per pochi secondi nella retina, contornato di bianco fosforescente in contrasto con lo sfondo nero, indistinto. La stanza viene inghiottita dal rumore della pioggia; batte così forte da impedirci di sentire quando parliamo, e nei rari momenti di tregua lascia spazio solo al verso delle cicale.

Dopo cinque giorni di caldo sfibrante, l’Amazzonia si è risvegliata: reclama il suo tributo d’acqua.

Nella sala, prima che scoppi il grosso acquazzone tropicale, c’è odore di incenso; la luce va e viene, la corrente annuncia la sua dipartita con crepitii poco rassicuranti. Tre candele illuminano la pousada, la casa tipica, con le amache pendenti fra le travi. Una culla un bimbo dai riccioli rossi, la pelle chiarissima e gli occhi azzurri; dondola tra le pieghe del tessuto sospeso che lo avvolge in modo quasi materno. Fuori, i dettagli non sono visibili, tutto è schermato dalle gocce violente. L’acqua monopolizza i sensi. La terra si è ridotta, il mondo si è rattrappito, l’Amazzonia è un universo liquido: sopra, la pioggia, sotto, il fiume. L’unica memoria di alberi e radici riemerge quando un fulmine illumina quel dualismo momentaneamente cancellato.

Eppure, per giorni era sembrato che il mondo non avesse da offrire alla vista altro che alberi. Una linea verde infinita sostituiva quella dell’orizzonte di Anavilhanas; l’arcipelago nel nord dell’Amazzonia brasiliana raccontava una storia di purezza quasi intonsa. Una città arborea in cui il Rio Negro disegna strade di asfalto liquefatto, color piombo, serpeggianti attraverso quattrocento isole fino a Manaus. Toccano Colombia e Perù come frontiere labili, indecise, un’Idra con teste e colli che aumentano o diminuiscono a seconda della portata piovana. Vedono il passaggio di uomini, animali, merci… più o meno legali. «Gran parte della droga che raggiunge il Brasile arriva dalla Colombia via fiume – mi aveva detto Mirko, il marito di Angelica; lui tedesco, lei indigena, avevano messo su famiglia a Igarapé Açu, nei dintorni di Novo Airão, il principale agglomerato urbano della zona – quando i corsi d’acqua si moltiplicano, i controlli sono più difficili». O forse non si ha molto interesse a farli, ho pensato.

Oltre alle merci invisibili che si intrufolano, nella foresta c’è tutta un’altra parte ben più manifesta: è quella della fauna, qui meno abituata alla presenza umana, ma comunque disposta a svelarsi. «L’Amazzonia ha bisogno di tempo – prosegue Mirko – quando mi allontano per lavoro, al ritorno mi ci vogliono tre, quattro giorni per essere di nuovo in grado di avvistare gli animali». Capibara e serpenti, are e pappagalli che accompagnano le barche a volo radente, pesci che si aggirano tra le radici, di notte, sperando che la luna non sveli la loro presenza e una fiocina li sorprenda infilzandoli. La natura di Anavilhanas insegna che basta saper aspettare e guardare: al mattino un’alba mutevole dai colori rosati illumina i delfini vermelho, che hanno gli stessi colori del cielo ed emergono sfiatando. Non è un caso il loro avvistamento, perché quando sorge il sole riescono a mimetizzarsi meglio ed escono a caccia.

Quando i fiumi crescono o si ritirano, cambiano i percorsi, i controlli, la scuola e perfino l’isolamento dei villaggi

L’Amazzonia del Nord è inaspettata: ha spiagge candide e alberi meno massicci nati da un terreno secco; le sue comunità sono poco turistiche. Come quella di Santo Antonio, senza internet: undici famiglie che, quando i fiumi si asciugano – racconta Dona Rosa mentre mi guida per il villaggio brandendo un bastone con in cima un dente di caimano – rimangono isolate, troppo lontane per essere raggiunte via terra, in compagnia della chiesa cattolica e di quella evangelista, della biblioteca, del museo, del giardino delle erbe mediche e della casa da farinha dove si lavora la manioca.

Ma anche il bacino sud dell’Amazzonia merita di essere conosciuto: quattro ore più in basso di Manaus c’è l’area del lago Juma e del fiume Momori. Una zona comodamente raggiungibile da Careiro da Várzea alternando la barca a una macchina scassata, con 700mila km all’attivo e i finestrini che scendono solo a metà. La strada rossa e sterrata è piena di buche e taglia fazende e ampie zone disboscate, in cui la giungla è arretrata. Lì, come a nord, lamentano la siccità, la peggiore degli ultimi anni; gli scarsi rivoli di vento creano onde sottili che increspano la superficie bruna del fiume. Non si tratta più del Rio Negro, ma del Solimões (che prima di Manaus viene chiamato Rio delle Amazzoni): la differenza si nota subito. Qui il fiume è marrone scuro, a causa dei nutrienti e dei sedimenti che fanno crescere le piante a dismisura, rendendole ciclopiche. Le palme arrivano fino a venticinque metri, quando si cammina quasi non si vede il cielo. Durante le piogge sbucano solo le cime degli alberi.

In questa zona la fauna è molto più ricca e meno timida: bradipi, cinghiali, tapiri, armadilli, caimani i cui occhi, di notte, si tramutano in piccoli fari rossi o bianchi. Felipe, la mia guida, li conosce bene: li cattura a mani nude, al buio, percorrendo la barca da un’estremità all’ancora prima che ci si renda conto di cosa sta succedendo. E poi emerge stringendo per il collo un piccolo coccodrillo, come se niente fosse. Una volta ha fatto male i calcoli, e quel momento glielo ricorda la cicatrice sul polso del morso di un jacarè, nome locale dei caimani, di due metri. Lui ne parla serenamente, e dopo averlo conosciuto la cosa non stupisce più, vedendo come riesce a pescare di notte con l’arco, intravedere una rana nascosta sotto una radice e camminare nella foresta in infradito, usando i tronchi per orientarsi.

Felipe, guida locale, mostra le particolarità della bocca di un caimano catturato di notte a mani nude

Più che quello degli alberi, in tutta l’Amazzonia il vero linguaggio è però quello dell’acqua: parla attraverso le case rese galleggianti dal legno di açacù, durevole fino a 30 anni, e i segni sulle cortecce, che indicano l’innalzamento di anche quindici metri durante la stagione delle piogge; comunica tramite il ronzio della school boat che raccatta gli studenti di villaggio in villaggio (ma solo da febbraio a settembre: nella stagione secca, devono percorrere anche due chilometri a piedi). Queste strade sciolte portano l’eco di motori di barche in sottofondo perenne, dello scivolìo del remo scomparso nell’acqua di velluto, così scura e ferma da sembrare terra, ma piena di vita, affiancata da erba alta che si apre al passaggio. Risuonano del grattare dei rami sul fianco della canoa turchese, stridenti come unghie su ardesia, mentre riflessi arborei perfetti scortano gli esploratori dalle rive, quasi non scalfiti dal loro incedere.

Al mattino, l’acqua si ritrova in altre forme, vaporizzata nella foschia che rende i profili evanescenti, prima di scomparire sotto il sole che anima la superficie di forme incerte e tremule, mentre i pesci saltano intorno. Nei ricordi di dodici giorni accavallati come onde, quell’ultima notte diluviana a Igarapè Açu è il regalo che l’Amazzonia concede prima della partenza: mi addormento abbozzolata in un’amaca verde scuro, senza zanzariera, con la testa vicina alla grande finestra della pousada, avvolta dal rumore della pioggia sul tetto di lamiera.

La mattina dopo, domenica, ha smesso di piovere. Le strade del villaggio sono fangose, siamo ancora senza elettricità, Mirko ripara una cisterna. Sento i canti provenire dalla chiesa evangelica mentre mi appresto a caricare il grosso zaino in spalla. Dalla riva, Angelica si sbraccia, facendo segno alla lancia per Manaus di fermarsi. Quando salgo a bordo, arrampicandomi sulla scaletta a pioli calata dall’equipaggio, il sole ha di nuovo reso la giungla bollente e silenziosa. Gli avvoltoi perlustrano la foresta rinvigorita. Il Rio Negro, solcato da piccole increspature, ha la consistenza della carta velina. Per lui, quel temporale ha appena il peso di una sillaba in un libro lungo migliaia di anni.