Dal tram numero ventisette, una giornata piovigginosa della prima decade di maggio, scendo in Piazza Ovidio. Spaesato, mi torna in mente la sensazione lasciata tempo fa da una frase di Viaggio in Italia (1957) di Guido Piovene: «a Milano si sfugge alla bellezza sigillata d’altre città italiane ». Siamo nel quartiere Forlanini, costruito a Milano est negli anni Sessanta, accanto all’aeroporto di Linate (1936) da cui trae il nome perché è stato battezzato pure, anche se nessuno lo chiama mai così, in onore di Enrico Forlanini, ingegnere-precursore dell’aviazione.
In via Dalmazia, alle 8.32, scorgo la chiesa di Gardella che mi sembra una testa di polpo. Sotto il cedro, a fianco della chiesa, mi sorprende la parola crematorio in un’insegna al neon rosso lava con l’aggiunta di un nome, Delfino. Avvicinandomi, la seconda impressione è di chiglia rovesciata. Il tetto polpo-chiglia a testa in giù che a qualcuno potrebbe far pensare al cappello di un antropologo eccentrico tra tribù sconosciute, è rivestito in vercuivre: rame catramato mischiato a caucciù. Da fuori, comunque, nessuno lo direbbe che Ignazio Gardella (1905-1998) è l’autore di uno dei grandi capolavori del razionalismo italiano: il Dispensario antitubercolare di Alessandria (1938), dove utilizza il motivo rurale tratto dalle gelosie di fienili e stalle, rimettendolo in scena a tutto campo, attraverso un muro arioso di mattoni in cotto intervallati da spazi vuoti. Mentre qui la fama dell’architetto milanese è legata alla Casa al Parco, della quale su «Domus» 263 del gennaio 1951 Gio Ponti scrive: «Quando vengono degli stranieri a far visita a Domus, e architetti, arredatori, artisti, tifosi di architettura come sono, ci chiedono quali costruzioni moderne visitare a Milano noi indichiamo fra le prime la casa di Ignazio Gardella».
Dentro, esplode una solennità austera. La piega del tetto mostra solo una volta entrati, dopo i ventidue scalini saliti e una porta tirata, la sua funzione di effetto ventre da balena biblico. Non mi pento per niente, come invece un po’ prima mi stavo pentendo ma non osavo dirvelo, di essermi fatto prendere ancora dalle mie pulsioni per scoprire chiese nuove strane dedicate a santi minori in periferia. Consacrata nel marzo del 1970 nel nome di San Nicolao della Flüe – santo patrono svizzero del Canton Obvaldo, dove ero andato in perlustrazione per un minireportage nei suoi luoghi attorno al paese di Flüeli-Ranft per via dell’hotel liberty alpestre Pax Montana sorto lì tra stalla natale turistica ed eremitaggio folcloristico nelle gole della Melchaa – è oppiacea.
Il movimento bombato delle navate in beton che si elevano nel buio, schiarito solo da feritoie orizzontali, è di un brutalismo quasi borrominiano. I cinque pilastri-telai in beton facciavista che si elevano curvilinei sul soffitto, per navata, più le dodici agli angoli, creano un ondeggiamento che mi ricorda qualcosa dello stupore sinusoidale dell’inarrivabile San Carlino. Mi siedo in una delle panche semplici in legno lucido, siamo soltanto io e una suora che gironzola laggiù. Aggiunge eleganza, la filettatura delle parti curve. I telai-pilastri, sagomati a calice, mi sembrano proboscidi di elefanti o costole di dinosauri. Percepisco anche una similarità con relitti di navi vichinghe, ma soprattutto sento spingere verso l’alto la navata centrale, lo sguardo, lo spirito.
Penso ai due barboni stamattina addormentati per terra lungo un’uscita poco usata del metrò fermata Duomo. Mi tornano in mente i due nomi balzati subito agli occhi tra i progettisti del quartiere Forlanini con già prevista oltre al supermercato, la chiesa. Pietro Lingeri: architetto di una villa razionalista visitata secoli fa a Ossuccio e degli atelier sull’isola Comacina. Luciano Baldessari: architetto-scenografo tra gli autori del supremo bar Craja estinto in centro. Gironzolo e scopro su un progetto originale esposto che Gardella, fuori, aveva previsto del klinker bruno, in diverse tonalità , come le case per impiegati Borsalino ad Alessandria con persiane scorrevoli. Di Gardella sogno una libreria modulare del 1948 in noce e piedini in ottone regolabili. Fuori leggo meglio l’insegna rosso lava e mi pareva strano un crematorio al neon con tanto di nome: in verità c’è scritto cineteatro Delfino. È sotto la chiesa dal 1972, per via dell’acustica veniva utilizzato, ai tempi, come sala prove da Loredana Bertè.