Il nuovo e secondo quaderno della serie «Volume. Ascoltando il mondo» di Chora Media raccoglie contributi di scrittori e giornalisti che raccontano la vita e le emergenze di chi oggi ha vent’anni
Il nuovo e secondo quaderno della serie «Volume. Ascoltando il mondo», dedicato ad Avere vent’anni, non è più una rivista e non è ancora un libro. E di per sé la cosa non è nemmeno una novità . È però molto confortante il fatto che l’operazione provenga quasi come una necessità da Chora Media, che di solito produce podcast perché – dice sulla sua pagina – «non basta più vedere, bisogna sentire».
L’approdo (il ritorno) a un destino di carta non è isolato, se si tiene conto, per esempio, di un’altra felice operazione di recupero del tradizionale nel caso della bella collana «Cose spiegate bene», che nasce dall’editore online «Il Post» e «torna indietro» con un prodotto di notevole qualità , cartacea e editoriale. Avere vent’anni è dunque subito un vistoso oggetto artigianale, una vertigine di carta, di colori, di grafiche ardite e di fotografie di qualità . Alla faccia, verrebbe da dire, del digitale e di tutta la sua inconsistenza materiale.
Dunque, apriamo: «Che cosa vedono i ventenni quando guardano il mondo? Che storie sentono urgenti e hanno bisogno e voglia di raccontare?». La sostanza di questo volume consiste in visioni e narrazioni, fotografie e storie. Non è un caso che gran parte dei contributi siano prodotti da scrittori o da giornalisti, abituati alla pratica dello storytelling, del descrivere per suscitare emozioni e richiamare sensazioni: Paolo Di Paolo, Teresa Ciabatti, Chiara Gamberale, Mario Calabresi, Francesca Mannocchi tra i molti altri nomi.
Ma per capire quello che ci dicono e ci indicano i ventenni, e quello che possiamo dire di produttivo per loro e per noi, conviene forse partire da quello che a queste persone rimproveriamo. Ai «giovani d’oggi», categoria che cavalca i decenni e le generazioni, contestiamo tante cose che a ben vedere potremmo rimproverare a chiunque, di qualunque età o categoria sociale: l’iperconnessione digitale, l’incapacità di concentrazione, l’apatia ideologica e il disinteresse nei confronti della passione politica.
Alla possibilità di dare a tutti questi problemi un vestito letterario, si oppongono qui dati e realtà oggettive, oltre che inviti ad abbracci geografici e sociali più ampi: le persone sotto i venti anni sono meno di due su dieci in Italia e quasi sei su dieci in Nigeria; i ventenni che hanno fatto uso di cannabis nell’ultimo anno sono quasi la metà negli Stati Uniti e meno del 10% in Portogallo; la media di libri letti all’anno da questa categoria sociale è di ventiquattro in Francia, di sette in Italia, di cinque negli Stati Uniti. E il paragone di grande concretezza tra cose e oggetti di uso corrente venti anni fa e che non ci saranno letteralmente più tra un ventennio è parlante di quanto queste generazioni siano di fronte a un autentico ricambio simbolico negli utensili e nei modi di affrontare la realtà : mappe, fax, blockbuster, siringhe, ferri da stiro, chiavi saranno presto buoni per i musei e guardati con indulgente simpatia da questi nuovi abitanti del pianeta.
Sotto i 20
Percentuale di persone tra gli 0 e i 20 anni sul totale degli abitanti:
Niger 57,94%
Pakistan 40,3%
Italia 16,8%
Giappone 15,83%
Svizzera 20,88%
L’impressione è che più che gli atti di narrazione (qua e là un po’ compiaciuta) avanzino le emergenze brucianti delle situazioni critiche ed estreme: la disoccupazione dilagante, le formazioni che non portano da nessuna parte, fino alla violenza e alla morte. Per quest’ultima realtà e per i modi di affrontarla, i ventenni meritano di essere osservati per bene; per esempio, durante i funerali di loro coetanei perduti in modo così innaturale: «quanta tenerezza, quanta giustizia nell’essere giovani e non sapere come ci si veste ai funerali di qualcuno che muore e ha la tua età ». Oppure di fronte all’elaborazione spontanea di propri riti, le lanterne accese e fatte volare, lo stare insieme a crocchio in una specie di ampio e dolente abbraccio plurimo con il telefonino nella tasca posteriore, la condivisione delle memorie digitali. E un vivere sospeso, senza soluzione di continuità e senza traumi, in un mondo dove «non c’è problema» a stare di qua o di là di una tensione, quella tra reale e digitale, che tutto il resto dell’umanità concepisce come un incubo.
Con la consueta virtù, ci parla lo scrittore Walter Siti pensando a questa tenera generazione «in perenne aspettativa» e al suo tentativo di abitare un mondo sempre più stretto: «La nostra vita è diventata come l’acqua in cui vegetano le mangrovie, né dolce né salata, un composto indiscernibile di reale e digitale, un liquido salmastro in cui i vecchi rischiano di annegare e della realtà analogica hanno occupato tutti gli spazi».
