Devozioni popolari e sincretismi religiosi del Perù di Chiclayo hanno formato lo sguardo di Robert Francis Prevost, chiamato a guidare a Chiesa l’8 maggio 2025
«San Judas Tadeo? Bisogna pregarlo per nove giorni, nove volte al giorno, e dopo nove giormi la grazia richiesta arriva, sempre». Probabilmente anche Leone XIV, quando era ancora Robert Francis Prevost vescovo di Chiclayo – da un anno papa di Roma (è stato eletto l’8 maggio 2025) – se lo sarà sentito ripetere molte volte da qualche fedele inginocchiato davanti al patrono delle cause impossibili, il più gettonato in tutta l’America Latina, almeno a giudicare dalle candele. D’altronde a chi altro ci si potrebbe rivolgere in quella pianura desertica spazzata dal vento e dalla polvere, un non luogo lungo le coste settentrionali del Perù dove nei mercati frutta e verdura convivono senza problemi con immagini religiose, amuleti contro il malocchio e piramidi di sanpedritos, i cactus allucinogeni usati dai curanderos per guarire anime e corpi.
Un travolgente sincretismo commerciale e religioso con cui avrà dovuto fare i conti «el padre Bob» come tutti chiamavano da queste parti il nuovo papa, nato e cresciuto negli Stati Uniti ma anche cittadino peruviano di una «segunda patria» dove ha vissuto per molti anni, un amore ricambiato dall’entusiasmo con cui i peruviani hanno accolto la sua elezione.
Molti commentatori hanno enfatizzato questa esperienza nel tentativo di decifrare le possibili linee guida del suo pontificato, trascurando però spesso un elemento probabilmente fondamentale, l’esperienza di un incontro ravvicinato con le fulminanti rivelazioni e le ruvide contraddizioni di un sincretismo religioso nato dall’incontro-scontro tra il cattolicesimo imposto cinque secoli fa dai conquistadores spagnoli e la profonda spiritualità dei popoli andini.
Tra Cristi e Madonne
Oggi i tre quarti della popolazione peruviana sono ufficialmente cattolici e la religione rimane una componente essenziale della cultura nazionale. Le immagini di Cristo e della Madonna sono onnipresenti in tutti gli uffici pubblici, un’apparente unanimità religiosa che nasconde un intrigante puzzle in cui convivono il trionfalismo di un cattolicesimo a dir poco conservatore e la radicalità della Teologia della Liberazione, legata alla giustizia sociale e nata proprio in Perù. Cattolicesimo e una travolgente crescita di nuove religioni, soprattutto evangelici, si mescolano al sincretismo andino delle feste di pueblitos sperduti, impregnate di culti preispanici legati alla Pachamama, la Madre Terra protettrice della natura e dei raccolti, e al dio del sole Inti.
Un gioco di specchi che bisogna vivere e respirare nella sua quotidianità per riuscire a comprendere le linee di faglia religiose che ricalcano le divisioni socioculturali peruviane, a partire dal trionfalismo di un cattolicesimo che rivendica la sua centralità ogni ottobre con una delle più imponenti processioni cattoliche del mondo, quando il Señor de los Milagros, il Cristo Viola protettore di Lima, omaggiato da milioni di persone, si materializza nel cuore della capitale ondeggiando ritmicamente tra i fumi azzurrini di nuvole d’incenso sollevate da centinaia di turiboli.
Un’immagine da quadro del Settecento affollato di pie donne che emergono da un mare di pizzi sullo sfondo di palazzi coloniali e di confratelli della Hermandad, una Fraternità che trasuda orgoglio e tradizione arrancando sotto il peso del palanchino, mentre vecchine dalla forza sovrumana provano a travolgere i cordoni di poliziotti nel tentativo di baciare la statua.
Un libro e un manifesto
Nel frattempo, protestanti, evangelici, testimoni di Geova, mormoni e avventisti costruiscono nuovi edifici religiosi, soprattutto nei quartieri più poveri dove l’emigrazione dalle campagne ha spazzato via ogni radice culturale. Una sfida anche per le nuove generazioni di cattolici impegnati a ribaltare un lungo passato di vescovi latifondisti e ambigue collusioni con il potere, soprattutto dopo la pubblicazione nel 1973 di Teologia della Liberazione del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez.
Un libro e un manifesto che hanno messo al centro del messaggio cristiano l’opzione per i poveri e che, nonostante lo strisciante ostracismo di papi e gerarchie, hanno spinto molti fedeli a creare nuove forme di religiosità e solidarietà comunitarie dal basso, riaccendendo la fede in molti pueblos jovenes. Cinturoni di baraccopoli che circondano Lima, grigi come il deserto di aride colline a cui sono appesi grappoli di casupole pronte a franare a ogni pioggia. Qua e là solo qualche improbabile parete azzurra o rosa sembra un grido di speranza per un’improbabile vita migliore, come i comedores populares, i «ristoranti popolari» che molte madri organizzano nelle parrocchie per i bambini che frequentano le scuole, e spesso non hanno da mangiare neanche a casa.
Gli immigrati quechua
Tra le strade polverose di Villa Salvador, una comunità di immigrati quechua sta festeggiando il santo patrono del suo paese natale perso tra le Ande davanti a un precario altare all’aperto in un tripudio di ceri e inquietanti facce di bambole che spuntano dai ponchos di ballerini dai volti nascosti. Lampi di una religiosità «altra» sideralmente lontana dagli ori delle grandi cattedrali coloniali e dalle grandi pale d’altare da cui si sporgono Cristi sanguinanti e santi che oscillano tra un’estenuata grazia barocca e un’attrazione fatale per il macabro che culmina nelle ossessive geometrie di ossa dimenticate per secoli nelle cripte del convento di San Francisco a Lima.
Un monastero di nobili rampolle
Un altro monastero, Santa Catalina ad Arequipa, un tempo accoglieva le seconde figlie delle grandi famiglie, quelle che non avevano diritto a un matrimonio all’altezza del loro rango. È il più grande del mondo cattolico e il più famoso dell’America Latina, oltre ventimila metri quadrati di chiostri e giardini che per secoli sono stati una sorta di club esclusivo nascosto da mura imponenti nel cuore di Arequipa per giovani rampolle della nobiltà coloniale che rinunciavano ai piaceri del mondo. Fino a un certo punto, perché le monache, al riparo da sguardi indiscreti e servite da centinaia di schiave, vivevano come nei loro palazzi tra scandali e feste di cui si sparla ancora dopo secoli. Nel 1871 dovette addirittura intervenire il Vaticano, costretto a dare una regolata a questo quadrilatero di pietra dove oggi solo la fugace apparizione di qualche saio rivela l’esistenza delle ultime suore.
Ancora più invisibile, il coro delle carmelitane del convento di Santa Clara di Ayacucho scivola nell’aria rarefatta di un mattino andino. «Un tempo, neanche troppo lontano, le indias non potevano neanche sedersi in chiesa» ricordano i vecchi seduti in Plaza de Armas, «se ci provavano una suora le faceva subito sloggiare, perché “le panche sono per i bambini e la gente perbene”, e se non bastava il parroco interrompeva la predica per farle alzare».
L’abisso tra indios e haciendados
Bisogna venire ad Ayacucho per capire l’abisso palpabile tra indios e discendenti di spagnoli che esiste dai tempi di Pizarro in questa capitale della canna da zucchero dove gli haciendados, i grandi latifondisti, regnavano come signori assoluti e dove non a caso è nato Sendero luminoso, il movimento guerrigliero più feroce dell’America Latina.
Oggi però i campanili delle trentatré chiese, «tante come gli anni del Signore», svettano di nuovo tranquilli verso il cielo e le studentesse dei collegi cattolici sfilano davanti alle autorità inalberando cartelli che inneggiano a «Dio, patria e studio». Anche a Trujillo, «la città più pia di tutto il Perù», un bus che mostra tutti i suoi anni affida il suo precario futuro a un «Jesus en ti confio» che troneggia sulla fiancata mentre arranca davanti a chiese coloniali che sembrano torte da matrimonio in cui il pasticcere si è lasciato scappare la mano con i colori. All’interno svolazzanti angioletti, provocanti sirene e madonne patriotticamente avvolte nella bandiera peruviana celebrano un esuberante cattolicesimo creolo che affiora anche nelle eleganti casonas coloniali tra frammenti di storia e di fede fermi nel tempo, inginocchiatoi disseminati in ogni stanza e la tunica di un figlio sacerdote sul tavolo del salotto buono.
Nel regno degli Apu
Basta però raggiungere le muraglie verticali delle Ande per incontrare un mondo radicalmente altro, impastato di silenzi e di vette ghiacciate dove regnerebbero gli Apu, gli spiriti delle montagne. Se ci vivano ancora o no forse lo sanno solo gli ultimi sciamani, perché tra queste vallate spesso avvolte da nebbie che risalgono dall’Amazzonia ovattando uomini e cose la verità è sempre ambigua. Come la luce delle candele che Francisco, uno di loro, usa per interpretare il mondo accoccolato tra croci sbrecciate e ceste piene di erbe che ha raccolto nei luoghi giusti, perché «quelli infestati da spiriti maligni è meglio evitarli», almeno così racconta lui con la sua voce cantilenante. Forse credono più a lui che al parroco le contadine che scendono dai villaggi della puna, il deserto d’altura spazzato dal vento dei quattromila metri, per stendere con infinita pazienza le loro povere merci ai piedi dello sbilenco campanile di Jalca Grande, sperduto villaggio dove tutti stanno aspettando la festa patronale, anche l’intirizzito segretario comunale che sta registrando le casse di birra da vendere, «perché anche il municipio deve pure fare qualche affare».
Una delle tante feste in cui il cattolicesimo si fonde con riti legati alle antiche celebrazioni del raccolto che hanno resistito alla Conquista spagnola e a secoli di inquisizioni, frutto secondo molti ricercatori di un sincretismo pianificato da spagnoli e missionari per convertire i popoli autoctoni sostituendo le divinità locali con i santi cristiani e utilizzando le sacre rappresentazioni con l’inserimento di elementi delle antiche religioni. Una strategia che però non ha fatto i conti con la capacità del mondo andino di utilizzare a sua volta le stesse tecniche, mimetizzando la propria cosmogonia sotto un’apparente ortodossia cristiana.
Foglie di coca, candele e chicha
Un processo forse non troppo dissimile dalla recente riscoperta da parte di molte comunità dei culti della Pachamama come risposta al drammatico degrado del fragile ecosistema andino in tutta l’area del Tawantinsuyu, l’antico impero Inca esteso dall’Ecuador, al Perù, alla Bolivia e al Cile. Feste e celebrazioni in cui sacerdoti tradizionali e partecipanti la onorano con offerte di incenso, foglie di coca, candele e chicha, la bevanda andina per eccellenza a base di mais fermentato. Una rinascita che ha generato anche una Pachamama in versione New Age che coinvolge un numero crescente di peruviani di estrazione urbana, e persino una versione turistica con improbabili sciamani che spargono al vento foglie di coca davanti a Machu Picchu, dove non mancano gruppi che marciano in religioso silenzio con una piuma di condor che spunta da ogni zaino.
Potrebbe sembrare l’ultima inaspettata deriva di questa lunga storia di profonde, e spesso dolorose, stratificazioni culturali e religiose tra mondi apparentemente inconciliabili, ma forse è anche il segno della loro capacità di generare anche sincretismi inclusivi, ostinatamente capaci di adattarsi e sopravvivere in ogni contesto.









