Tra il culto dell’eroe e le crepe dell’anima

by azione azione
29 Aprile 2026

Il rientro da Gaza rivela un’ondata di traumi psicologici tra i militari mentre la propaganda interna legittima la violenza

Dopo settimane di escalation regionale, una nuova fragile tregua annunciata dal presidente Trump ha temporaneamente rallentato il conflitto in Medio Oriente, anche se la situazione resta estremamente instabile. Nel clima sospeso, in attesa dell’esito incerto dei negoziati con l’Iran e il Libano, lo Stato ebraico ha attraversato le sue ricorrenze fondative: il Giorno della memoria della Shoà, quello del Ricordo, in cui si commemorano i caduti in guerra e negli attentati terroristici e infine la Festa dell’Indipendenza. Si tratta di una sequenza affatto casuale che fa troppo spesso leva sulla tragedia dello sterminio di 6 milioni di ebrei, attribuendovi l’ingrato compito di legittimare l’agenda politica e militare israeliana da oltre settant’anni. L’umiliazione subita in diaspora non si sarebbe mai più ripetuta grazie alla nuova patria e al suo apparato di difesa, noto per essere tra i più potenti del mondo, sofisticato, ma non infallibile, motivo per cui ogni anno il Paese si ferma due volte al suono delle sirene che onorano le vittime alimentando una narrazione acritica che contribuisce a perpetuare una spirale di morte senza fine.

Le torture, le stragi, gli abusi non si dimenticano

Quest’anno, tuttavia, il proliferare di commemorazioni e celebrazioni alternative testimonia crepe, tensioni e conflitti latenti, segnali indicativi di una crescente frammentazione della società ebraica e del dissenso politico nei confronti della leadership governativa, anche in vista delle possibili elezioni del prossimo novembre. Il dibattito pubblico interno è concentrato sulle colpe del 7 ottobre per definire le quali si pretende l’istituzione di commissioni di inchiesta, ma resta molto flebile, per non dire inesistente, quando si tratta di interrogarsi su ciò che è accaduto dopo, sulle conseguenze. Anche nella retorica dei palchi ufficiosi, infatti, l’esercito si riconferma parte centrale dell’ethos collettivo, un dovere condiviso come parte integrante della costruzione della cittadinanza.

Del resto in Israele il servizio militare è obbligatorio per entrambi i sessi e, fatto salvo per i palestinesi e gli ultraortodossi che godono dell’esenzione, gli obiettori di coscienza disposti ad affrontare la disapprovazione sociale e la prigione militare sono ancora una netta minoranza. Una società che si percepisce sotto costante minaccia rafforza il culto dell’eroe e il dovere di combattere, dimostrandosi impermeabile alla critica, soprattutto quando riguarda il militarismo. Il paradosso nasce quando sono gli stessi soldati, celebrati come vacche sacre, a vivere una frattura che imporrebbe alla collettività di dialogare con il tema della responsabilità, sistematicamente rimosso. Nonostante lo Stato li abbandoni e il discorso pubblico cerchi di silenziarli e renderli invisibili, in seguito al cessate il fuoco dell’ottobre scorso si vanno moltiplicando le testimonianze di soldati e riservisti rientrati da Gaza «moralmente feriti».

Il punto di rottura: dopo due settimane dal ritorno

Le esperienze raccolte dal quotidiano «Haaretz» sono faticose anche solo alla lettura: dall’uccisione di innocenti, spesso usati come scudi umani oppure obiettivo dei cecchini, alle umiliazioni gratuite, dalle torture alle uccisioni di massa decise a tavolino tra un pranzo e l’altro, dagli abusi fino alla distruzione delle abitazioni o dei beni personali, come le fotografie, a puro scopo di vendetta. Il punto di rottura avviene generalmente dopo alcune settimane dal ritorno alla quotidianità, quando l’esperienza concreta della guerra rievocata a mente fredda entra in tensione con la credenza di un esercito vincolato da principi morali rigorosi. Si tratta di uno scarto particolarmente difficile da sostenere poiché, se sul campo alcune pratiche vengono normalizzate dalla necessità o dal contesto, nel ritorno alla vita civile si perde ogni giustificazione. Tra i sintomi riferiti dagli intervistati si annoverano sentimenti di vergogna, colpa, tradimento, perdita di fiducia e di identità, interruzione del senso di sé, difficoltà nel guardarsi allo specchio, una necessità continua di lavarsi e una persistente percezione di odore di sangue.

Talvolta il trauma si trasmette persino ai figli come testimoni secondari, altre volte sfocia nel suicidio. Alcuni raccontano di essere stati accolti come eroi, salvo percepirsi interiormente come mostri, persone irrimediabilmente cambiate a causa di ciò che hanno commesso direttamente, o a cui hanno assistito passivamente. Per comprendere questa dinamica, la letteratura scientifica ha coniato il concetto di «lesione morale» emerso principalmente dagli studi sui veterani di guerra condotti da Jonathan Shay e Brett Litz per descrivere il danno psicologico, comportamentale e spirituale derivante dall’aver compiuto, mancato di prevenire, testimoniato o appreso atti che trasgrediscono valori e credenze morali profonde. Nel contesto israeliano, alcuni clinici, tra cui Yossi Levi-Belz dell’Università di Haifa, descrivono nei soldati rientrati da Gaza una dissonanza radicale tra gli atti che hanno commesso o a cui hanno assistito, e la scala di valori nei quali pensavano di identificarsi. Alcuni poi si sentono traditi dalle istituzioni e dalle autorità di riferimento dopo aver eseguito ordini impartiti dai superiori senza percepire immediatamente la portata morale del gesto che li perseguita una volta tornati a casa.

Cresce la frammentazione della società ebraica

Se esistono strumenti collaudati per affrontare il PTSD (Disturbo da stress post-traumatico), basati sull’esposizione graduale al trauma per modulare l’emozione, i protocolli per la cura delle ferite etiche sono ancora sperimentali anche perché la patologia deve ancora essere ufficialmente inclusa nel DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali utilizzato a livello mondiale per classificare e diagnosticare le patologie psichiatriche. Non si tratta soltanto di aiutare i pazienti ad elaborare un trauma, ma di renderne nuovamente abitabile l’identità fino a perdonarsi, all’interno di un percorso che include anche esperienze di volontariato. Soprattutto questa drammatica condizione resta largamente priva di riconoscimento pubblico nell’assenza di uno spazio politico e simbolico in cui possa essere nominata senza venire negata o strumentalizzata. A complicare ulteriormente il quadro, interviene la diffusa e spesso indistinta riprovazione internazionale verso gli israeliani prodotta dalla devastazione di Gaza. Questa reazione, comprensibile di fronte alla scala della violenza, rischia però di rendere più difficile ogni forma di empatia verso le fratture interne. Riconoscere le ferite morali dei soldati come una tragedia nella tragedia non significa giustificare, stabilire equivalenze né attenuare le responsabilità per ciò che accade sul campo. Si tratta piuttosto di ampliare lo sguardo, accettando che una società possa essere allo stesso tempo agente di violenza e luogo di sofferenza, gettando luce sui meccanismi attraverso cui un Paese entra in una spirale che produce danno anche al proprio interno.

Le ferite etiche dei soldati, catalogate dall’IDF come «identitarie», sono un indicatore dalla valenza politica e sociale che segnala il punto in cui la distanza tra valori dichiarati e pratiche reali diventa insostenibile. In un periodo in cui ricorda i propri morti e celebra la propria esistenza, Israele deve fornire delle risposte e una collocazione anche ai vivi che tornano dalla guerra incapaci di riconoscersi e di immaginare un futuro da vincitori. Alcuni soldati israeliani si sentono traditi dalle istituzioni dopo aver eseguito ordini di cui solo a casa comprendono il peso morale. Sotto un’istantanea da Gaza distrutta che piange i suoi morti.