Quando la religione diventa contagio emotivo e strumento di potere, spegnendo il senso critico. Intervista a Raffaella Di Marzio
Trump che legge un passo biblico severo nello Studio Ovale – modalità streaming ovviamente – mentre prende parte, sorriso beffardo, alla maratona «America reads the Bible». Poi momenti di preghiera collettiva: pastori evangelici che impongono le mani sul presidente, lo benedicono. Senza contare le immagini generate dall’AI che ritraggono «The Donald» come Salvatore o abbracciato da Gesù. Insomma, una sequenza di gesti che intreccia politica e religione in modo sempre più esplicito. Come si può interpretare questa dinamica? Ne parliamo con Raffaella Di Marzio, psicologa della religione e direttrice del Centro studi sulla libertà di religione, credo e coscienza, attesa all’USI di Lugano il 7 maggio prossimo.
La studiosa osserva che benedizioni e altri riferimenti alla fede non sono una novità introdotta da Trump. Ronald Reagan, ad esempio, ha designato il 1983 come «l’Anno della Bibbia», sottolineando l’influenza delle Scritture sulla storia e l’identità degli Stati Uniti. «Anche George W. Bush ricorreva a un linguaggio religioso marcato, interpretando ad esempio la guerra contro l’Islam in chiave sacrale. Dove sta allora la differenza? Trump ha caratteristiche personali che rendono questi gesti più problematici e, soprattutto, oggi esiste un sistema comunicativo che amplifica i messaggi in modo esponenziale: pensiamo ai social network e all’AI».
Quando Bush parlava di guerra santa
Gli Usa – continua Di Marzio – sono una Nazione plasmata da migranti europei appartenenti a diversi gruppi cristiani. «La dimensione religiosa è sempre stata centrale: un elemento considerato fondamentale per la crescita, lo sviluppo e la coesione del Paese». L’Europa, invece, dopo i secoli segnati dalle guerre di religione, ha conosciuto l’Illuminismo e ha progressivamente consolidato il principio di separazione tra Stato e Chiesa, in alcuni casi con fatica, come in Italia. Così – se la crisi delle appartenenze religiose attraversa tutto l’Occidente – in Europa ha prodotto una religiosità più silenziosa e privata, mentre negli Stati Uniti ne ha alimentato una sempre più intrecciata all’azione politica.
Tornando a Trump, egli non rappresenta certo un modello di virtù, tuttavia una parte consistente dei cristiani americani lo sostiene. L’intervistata precisa che si tratta soprattutto di bianchi del mondo evangelico e pentecostale. Persone che sembrano non cogliere un aspetto decisivo. «Il presidente americano è un uomo di potere che usa la religione per scopi personali e finge di difendere valori etici legati alla tradizione, come l’opposizione all’aborto o ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Chi vive autenticamente la fede non attacca il prossimo e Gesù ama anche i suoi nemici». Trump – prosegue Di Marzio – vive la religione in modo teatrale, come una messa in scena evidente a chiunque disponga di un minimo di spirito critico, credente o no. Eppure riesce a convincere molti di essere un difensore della fede, grazie a tratti tipici della personalità manipolatrice, efficaci soprattutto su chi è alla ricerca di una guida. «Viviamo in un mondo dominato dalla manipolazione, a partire dal settore dell’informazione. Un comunicatore abile usa messaggi semplici, emotivi, anche sciocchi e aggressivi. C’è chi si stupisce e abbocca».
Quel circolo vizioso
Per diffondere questo tipo di messaggi, Trump si avvale anche di figure come Paula White, telepredicatrice evangelica pentecostale (convinta sostenitrice di Israele tra l’altro) da lui scelta per guidare il White House Faith Office, l’ufficio della Casa Bianca dedicato alle iniziative religiose, istituito nel 2025. «Lei e altri predicatori hanno a loro volta trovato nell’attuale amministrazione Usa un appoggio diretto alla loro attività comunicativa», spiega la studiosa. E la possibilità di riunire grandi platee si traduce in vantaggi economici (donazioni alle chiese) e sostegni politici, anche da parte di autorità locali che vengono accolte e benedette pubblicamente. Un meccanismo che alimenta un circolo vizioso tra religione, visibilità, proselitismo e consenso elettorale.
«Ho partecipato a qualche raduno di questi predicatori, a Londra», ricorda Di Marzio. «Sala piena, musica intensa, parole sull’amore di Gesù. Il contagio emotivo di massa mi ha coinvolto, nonostante cercassi di rimanere distaccata. Quando il predicatore invocava lo Spirito Santo la musica diventava più potente: una donna è svenuta, molti piangevano, e veniva da piangere anche a me. Un’esperienza fortissima, da cui si esce cambiati. Chi la vive attribuisce al predicatore la capacità di “chiamare” lo Spirito. E non tutto è una truffa: per alcune persone questi momenti funzionano davvero come un antidolorifico o un antidepressivo. Proprio perché funzionano, però, la razionalità viene messa da parte, ed è lì che nascono i problemi…».
Il nazionalismo cristiano è come quello islamico o ebraico
È dentro questo meccanismo di affidamento emotivo che va letto il Christian Nationalism negli Stati Uniti. «Non è diverso dal nazionalismo islamico, ebraico oppure ortodosso: non si tratta di religione, ma di uso politico della religione», spiega la nostra interlocutrice. La fede viene strumentalizzata per fini identitari e di potere, secondo un meccanismo antico che funziona come un vero e proprio «oppio dei popoli», per dirla con Marx: offre risposte semplici a chi sceglie di delegare piuttosto che pensare. «Questo, è bene ricordarlo, non rappresenta tutto il mondo cristiano. Molti credenti non si riconoscono affatto in Trump. Chiese protestanti ed evangeliche, anche fuori dagli Stati Uniti, così come una parte rilevante del mondo cattolico, hanno preso posizione contro l’uso politico della religione e contro politiche di guerra, esclusione e persecuzione dei più deboli. Il problema, dunque, non è la fede, ma la sua trasformazione in ideologia emotiva, che anestetizza il senso critico e rende la religione uno strumento di mobilitazione politica».
Il vero seme di speranza – conclude l’esperta – resta nelle nuove generazioni: scuole e comunità religiose (insieme alle famiglie, quando restano degli spazi di dialogo) dovrebbero insegnare fin dall’infanzia a chiedersi se una cosa è vera, chi la afferma e perché. Solo così bambine e bambini possono crescere liberi e capaci di pensare, prima ancora di aderire a idee e religioni.
Il convegno
«Nuovi settarismi e comunità dogmatiche globali», 7 maggio, ore 15.30-18.30, USI di Lugano. Interverranno Raffaella Di Marzio, Antonio Angelucci, Laura Cianciarelli, Enrico Pozzi, modererà Roberto Fusco. Informazioni: www.usi.ch/it/feeds/34567
