Il Ticino politico ha sempre assorbito come una spugna le ideologie, i movimenti, gli umori che di volta in volta eccitavano gli animi nella vicina penisola. Non c’è partito politico che, tra Otto e Novecento, non abbia incorporato, in tutto o in parte, gli orientamenti che provenivano dallo stivale: destra e sinistra storica, fascismo, repubblicanesimo. Nei bagagli degli esuli e dei ricercati giunsero alla frontiera di Chiasso ideali e programmi destinati ad innervare la vita politica del Cantone, la cui condizione spirituale appariva anemica e introflessa, a lungo priva di istituti superiori. È a tutti nota l’influenza che sulle élites locali liberali esercitò Carlo Cattaneo, fautore di lungimiranti riforme nel campo dell’istruzione, della bonifica del piano di Magadino, della costruzione della linea ferroviaria del San Gottardo. Oppositori e giornalisti in fuga dal Regno d’Italia portarono con sé uno stile di lavoro inconsueto dalle nostre parti, nonché una vivacità intellettuale maturata nel fuoco delle battaglie politiche italiane. Si pensi a figure come l’avvocato Angelo Oliviero Olivetti, come il filosofo Giuseppe Rensi, come i sindacalisti Giulio Barni e Domenico Visani. Il socialismo locale, che come sappiamo iniziò a muovere i suoi primi passi all’alba del ventesimo secolo, risentì largamente dell’influenza degli attivisti italiani che all’indomani dei moti milanesi del 1898 avevano cercato riparo in Ticino. Nelle redazioni dei giornali trovarono non soltanto un’occupazione per potersi in qualche modo sostenere, ma anche una tribuna per diffondere nel Cantone le loro idee e i loro progetti di riforma sociale.
Anche l’ascesa del fascismo, negli anni del primo dopoguerra, provvide ad infervorare il mondo politico e giornalistico, generando ondate contrastanti di simpatie/antipatie che misero in subbuglio sia i partiti storici, sia le testate giornalistiche. Le scosse generate dal diverso modo di giudicare Mussolini e il regime che si stava imponendo produssero scissioni sia tra i liberali-radicali, sia tra i cattolici conservatori, con don Leber e don Alberti schierati su fronti opposti (mentre a sinistra, con Canevascini e «Libera Stampa», la condanna fu inequivoca fin dall’inizio). Sul fianco destro sorse la Federazione fascista, che poteva contare su figure non certo sprovvedute, come l’avvocato Alberto Rossi e l’ingegnere Nino Rezzonico.
Una seconda stimolante stagione si ebbe dopo il 1943, con l’arrivo in Svizzera di rifugiati di elevata caratura culturale e morale come Luigi Einaudi, Stefano Jacini, Pietro Malvestiti, Gianfranco Contini, tra i protagonisti dell’Italia nuova, libera e repubblicana. Le influenze proseguirono naturalmente anche nel secondo dopoguerra, e queste si riversarono sugli schieramenti di ogni colore. L’eco delle agitazioni italiane fu immediato, dando luogo a divergenze interne e a scissioni. Il confronto fu aspro soprattutto tra i cattolici conservatori e tra i socialisti. Nel 1969 nasce il Partito socialista autonomo, in aperto dissidio con il socialismo storico, ritenuto malato di immobilismo; qualche decennio dopo, nel 1991, vede la luce la Lega dei Ticinesi, formazione che si vuole di rottura rispetto alle logiche spartitorie in uso nelle segreterie dei partiti dominanti. Entrambe le formazioni sono debitrici di linguaggi, slogan, schemi ideologici esterni. Nel primo caso, il riferimento è dato dalla nuova sinistra e dalla contestazione giovanile; nel secondo caso, dalla Lega lombarda di Umberto Bossi, che considera la Roma capitale un verminaio di politici ladroni e corrotti.
Con la celebre «discesa in campo» nel 1994 di Silvio Berlusconi l’attenzione si attenua, probabilmente perché il personaggio risulta un po’ troppo esuberante e imprevedibile agli occhi dei ticinesi moderati. Ma non è questo il dato che provoca il distacco e la virata. La svolta interviene sull’onda del successo conseguito dalla destra nazionalista capeggiata da Blocher contro l’adesione della Svizzera allo Spazio economico europeo. È stato questo spartiacque del 6 dicembre del 1992 a ri-orientare la politica verso i centri di potere d’oltralpe. Né gli ultimi «Governi dei tecnici» (Mario Monti, Mario Draghi), né l’attuale premier, Giorgia Meloni, hanno raccolto particolari simpatie o incoraggiato moti di emulazione. Negli ultimi anni le seduzioni italiche sono ulteriormente calate. Intendiamo gli scambi ideali, culturali, programmatici, complici il declino dei grandi partiti popolari e l’eclisse delle ideologie che riempivano le piazze e alimentavano il dibattito pubblico. La cultura politica della vicina Italia, pur rimanendo vivace e ricca di inventive, pare non più condizionare come un tempo le scelte del nostro mondo politico.