Il prezzo politico e geopolitico di una leadership imprevedibile, tra tensioni internazionali e progressiva erosione della fiducia
A sperimentarla per primo fu Richard Nixon, negli anni più neri della guerra in Vietnam. All’epoca la «madman theory», la teoria del pazzo, consisteva nel disorientare il nemico persuadendolo di trovarsi di fronte a un leader imprevedibile, capace di tutto. La follia come strumento di deterrenza. Oggi Donald Trump (nella foto) rivendica quella dottrina spingendola oltre ogni limite. Non è più tattica negoziale, ma cifra della sua presidenza. Nel secondo mandato ancor più teatralmente che nel primo.
Il tycoon veste con naturalezza i panni dell’autocrate pronto a far saltare il banco in qualsiasi momento. Il repertorio delle sue uscite più sconcertanti si allunga di giorno in giorno. Basti pensare alla minaccia di cancellare l’Iran dalla carta geografica, bombardandolo fino a distruggerne la civiltà ; oppure, ancora, agli attacchi frontali contro Papa Leone XIV, bollato come «debole sul crimine» e «terribile in politica estera». Dalle invettive apocalittiche alle girandole della guerra dei dazi, dallo spauracchio di una scissione dalla Nato fino all’ipotesi di annettere la Groenlandia, lo stile è sempre lo stesso. Il punto, adesso, è individuare la linea di demarcazione tra iperbole e reale instabilità .
Chiesto l’impeachment o l’attivazione del 25esimo emendamento
Sulla lucidità del presidente, per la verità , ci si interroga da un decennio, fin dalla discesa in campo. Nel 2017, poi, la questione della salute mentale era finita in una pubblicazione scientifica. La psichiatra Bandy X. Lee con il bestseller The Dangerous Case of Donald Trump raccolse in un volume le analisi di ventisette specialisti. Le conclusioni mettevano in dubbio l’idoneità del commander-in-chief, gli esperti si interrogavano sui rischi politici e istituzionali che i suoi comportamenti potevano causare.
Non è del resto la prima volta che la tenuta di un presidente finisce sotto il microscopio. Peter Baker, sul «New York Times», richiama una serie di precedenti illustri. Abraham Lincoln, che convisse per tutta la vita con una severa forma di depressione; Woodrow Wilson, colpito nel 1919 da un grave ictus che lo lasciò paralizzato e debilitato anche sul piano cognitivo; Ronald Reagan, accompagnato da interrogativi sempre più insistenti su un possibile declino, per certi versi confermati dalla diagnosi di Alzheimer resa pubblica nel 1994, cinque anni dopo la fine del mandato. E, ovviamente, il caso di Joe Biden, il cui deterioramento fisico e cognitivo ha tenuto banco per mesi.
Anche certi suoi lo criticano
Portavoce e collaboratori di The Donald respingono con forza ogni accusa, liquidandola come l’ennesimo tentativo di delegittimazione da parte di opposizione e media progressisti. La linea di Pennsylvania Avenue è netta: sono tutte fake news. Trump sarebbe affidabilissimo. In realtà , qualche domanda gli americani se la stanno ponendo, eccome. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos il 61% ritiene che il settantanovenne (il presidente più anziano che si sia mai insediato), sia diventato più «instabile» con l’età . In aggiunta solo il 45% lo considera «mentalmente lucido». Nella galassia mediatica che per anni ha alimentato il trumpismo, iniziano a emergere giudizi sempre più inclementi. La podcaster complottista Candace Owens, ad esempio, lo ha etichettato come «lunatico»; Alex Jones, fondatore della piattaforma di estrema destra «Infowars», ha dichiarato che il cervello del presidente «non funziona tanto bene». Non solo, a scuotere la testa ci sono anche gli ex mezzibusti di «Fox» e oggi giornalisti indipendenti Megyn Kelly e Tucker Carlson. Quest’ultimo è arrivato a definire «vile su tutti i piani» la retorica di Trump. Un lessico che, fino a pochi mesi fa, sarebbe stato inimmaginabile.
Chi non sembra nutrire alcun dubbio, nonostante tutto, è il nocciolo duro del mondo Maga, che continua a idolatrarlo senza tentennamenti. «Quello del presidente è un seguito quasi da setta», ci spiega Charlie Cook, decano degli analisti politici americani e fondatore del seguitissimo «Cook Political Report». Da oltre quarant’anni è una delle voci bipartisan più autorevoli di Washington su elezioni, sondaggi e dinamiche del Congresso. «Se i suoi sono convinti di una cosa e Trump imbocca la direzione opposta, o si riallineano immediatamente alla nuova linea, oppure ignorano il cambio di rotta, fingendo che non abbia detto nulla». Una motivazione, sottolinea Cook, va trovata nella profonda spaccatura che caratterizza l’America contemporanea. «Nel nostro clima di iperpolarizzazione, anche quando una parte dell’elettorato può sentirsi delusa o non apprezzare alcune mosse del proprio schieramento, prevale comunque la logica partigiana: si arriva a detestare il partito avversario persino più di quanto si sostenga il proprio. Ed è proprio questo livello di ostilità a tenere insieme il consenso».
Uccidere senza perdere un solo voto
D’altra parte, Trump aveva già afferrato questa grande verità nel 2016, quando in piena campagna elettorale, in un comizio in Iowa nello sbigottimento generale, si lanciò in una delle sparate più celebri della sua carriera politica. Il futuro presidente disse che avrebbe potuto persino sparare a qualcuno in pieno centro, nel cuore della Fifth Avenue a New York, senza perdere un solo voto. Una frase rozza e provocatoria che però è innegabilmente la sintesi più efficace del legame indissolubile con la sua base. «Che cosa si potrebbe dire oggi a qualcuno per fargli cambiare idea, in meglio o in peggio, su Donald Trump? Le opinioni, a questo punto, si sono ormai formate e c’è pochissimo spazio per modificarle», conferma Cook. «Potrebbe raddoppiare il prezzo della benzina e ci sarebbe comunque chi continuerebbe a supportarlo con forza; potrebbe regalarla e ci sarebbe comunque chi resterebbe contrario».
A Capitol Hill, però, lo scontro è aperto. Più di 85 democratici tra Camera e Senato hanno chiesto, in varie forme, l’impeachment o l’attivazione del venticinquesimo emendamento, la clausola costituzionale che consente di dichiarare il presidente incapace di esercitare le proprie funzioni e di trasferire temporaneamente i poteri al vice. Un’ipotesi che, allo stato attuale, resta ovviamente pura elucubrazione. È però il segno più evidente di come il dibattito sulla sua tenuta non appartenga più soltanto alla polemica in favore di camera o al cicaleccio social, ma sia ormai entrato in Congresso, nel cuore della battaglia istituzionale americana. E così, mentre il Paese torna ancora una volta a interrogarsi sulla lucidità del «leader del mondo libero», riaffiora quella definizione che Trump diede di sé anni fa: «un genio molto stabile». Ripescata in mezzo alla tempesta, non può che strappare un sorriso amaro.
