Budapest è zeppa di cartelloni con il volto del presidente ucraino Zelensky. Il premier ungherese, Viktor Orbán, che al voto del 12 aprile potrebbe perdere il potere dopo 16 anni, ha deciso di giocare la sua campagna elettorale sull’Ucraina, sulla guerra, quella vera, di Putin che rischia di sconfinare, e su una guerra finta, che Orbán si è inventato, quella di Zelensky contro gli ungheresi. Per questo il presidente ucraino è su tutti i muri, spesso assieme ai leader europei, o con il rivale del premier, il leader del partito Tsiza, Péter Magyar, che è avanti nei sondaggi. Orbán ripete nei suoi comizi – che sono quasi solo incontri a invito – che lui la vincerà, questa guerra con Kiev, la vincerà con la forza, senza compromessi e senza patti: costringerà gli ucraini a interrompere il blocco energetico che hanno imposto all’Ungheria.
Il 27 gennaio scorso un attacco russo contro l’Ucraina, nella regione di Leopoli, vicino a uno snodo energetico, ha danneggiato l’oleodotto «Druzhba» (amicizia in russo) che trasporta il greggio russo verso l’Ungheria e la Slovacchia passando appunto per il territorio ucraino. Da quel momento il greggio che alimenta gran parte del sistema di raffinerie ungheresi non arriva più. Orbán accusa Kiev di non voler riparare l’oleodotto per danneggiarlo in campagna elettorale; l’Ucraina risponde che un serbatoio da 75 milioni di litri è stato colpito dai russi e che, per evitare un disastro ambientale, il petrolio è stato pompato nell’oleodotto, rendendo impossibile ripristinare subito le forniture. Serviranno almeno sei settimane per le riparazioni. Soprattutto gli ucraini insistono sulla causa di questa interruzione, cioè le bombe russe in una regione che non è vicina al fronte. Assieme alla Slovacchia, l’Ungheria è l’unico Paese dell’Ue ad aver conservato una dipendenza energetica dalla Russia dopo il 2022. In realtà il Governo di Bratislava ha cercato di contenerla, questa dipendenza, ma Budapest no, l’ha incrementata: nel 2021, il 61% del petrolio ungherese veniva dalla Russia, oggi questa percentuale è del 92%. Negli ultimi quattro anni – quindi durante la guerra di Putin all’Ucraina – la raffinazione del greggio russo in Ungheria e la rivendita sul mercato hanno garantito a Mosca parecchi soldi che vengono usati per alimentare la macchina da guerra e anche per sostenere il sistema di potere orbaniano che controlla questo approvvigionamento.
Per questo Orban non chiede a Putin di smettere di bombardare gli ucraini, anzi, si mette di traverso nelle decisioni dell’Ue e della Nato, continuando però a beneficiare della sua appartenenza all’Ue, decisiva per i conti ungheresi, approfittando di grandi esenzioni, visto che non deve partecipare finanziariamente a nessun piano di aiuto per Kiev. Il ricatto di Orbán è ancora più evidente: Bruxelles non ha trovato più metodi per aggirare le pretese ungheresi e così ha deciso che saranno gli europei a pagare la riparazione dell’oleodotto dell’amicizia. È l’unico modo per superare l’ultimo veto di Budapest (e di Bratislava) che blocca il prestito da 90 miliardi di euro promesso a Kiev a dicembre e indispensabile per la sua difesa. Nel frattempo, la campagna elettorale voluta da Orbán si è fatta ancora più aggressiva. Uno spot di Fidesz, generato con l’AI, mostra una bambina che piange chiedendo quando tornerà il padre, seguito da un plotone d’esecuzione che lo uccide: il messaggio è che questo sarebbe il destino degli ungheresi se votassero Tisza, il partito di Péter Magyar. Nonostante le polemiche, i social non hanno rimosso il video e i media filogovernativi lo hanno rilanciato più volte. Per aumentare la tensione, il Governo ha schierato l’esercito nei principali impianti energetici, sostenendo di voler proteggere il Paese da sabotaggi ucraini e «operazioni ibride».
In realtà, l’unica operazione ibrida documentata è quella orchestrata dallo stesso Orban con l’aiuto russo. È infatti entrata in gioco la Social Design Agency, una società legata al Cremlino e già sanzionata da Stati Uniti, Regno Unito e vari Paesi europei per ingerenze elettorali e disinformazione. In Ungheria ha contattato influencer e personaggi popolari, fornendo loro messaggi pro-Orban. La Social Design Agency non ha legami ufficiali con il Governo, ma un’inchiesta giornalistica ha rivelato la presenza di almeno tre agenti dell’intelligence militare russa all’interno dell’ambasciata di Mosca a Budapest.