Il giornalismo alla prova di Habermas

by azione azione
25 Marzo 2026

«Alla base dei diritti e dei doveri dei giornalisti non stanno la grazia del principe, le leggi del mercato o un’arbitraria presa di potere da parte della corporazione, bensì una delega alla società civile». Parto da una citazione del sempreverde saggio di Enrico Morresi, L’onore della cronaca (Casagrande 2008), per ricordare la figura di un pensatore morto pochi giorni fa a 96 anni, a cui il giornalismo contemporaneo, ergo l’intera società, deve moltissimo: Jürgen Habermas.

Gli deve molto perché, come spiega lo stesso Morresi, il filosofo tedesco ha chiarito che ai giornalisti è stato assegnato un «ruolo fiduciario» che tendiamo a dimenticare. Tocca a noi media garantire che la democrazia, anzi l’Öffentlichkeit (la sfera pubblica), rimanga aperta, pluralista, accessibile e non venga manipolata. I giornalisti, dice Habermas, non parlano al posto dei cittadini, ma rendono possibile quello che oggi appare un vero miracolo: che tutti possano parlare con cognizione di causa. Invece, soprattutto sui social, molti si sentono esperti onniscenti e depositari della verità, indipendentemente dalle loro reali conoscenze. Purtroppo, anche alcuni giornalisti che pontificano senza sufficiente cognizione di causa o, peggio ancora, in malafede, ossia per conto di qualche potere. Se la sfera pubblica si sfalda, si sfalda la democrazia. E se chi dovrebbe tutelare il discorso pubblico lo deforma in polarizzazione, emozioni tossiche o manipolazioni strategiche, il comune cittadino perde la bussola.

L’allarme di Habermas sulle «distorsioni sistemiche» – la colonizzazione del discorso pubblico da parte della logica del mercato e del potere – era già evidente negli anni Sessanta. Ma oggi vive una nuova e se possibile ancor più grave stagione. Le distorsioni sistemiche si producono quando le logiche non comunicative sopra menzionate (denaro, potere, strategia) invadono ambiti che dovrebbero essere regolati dalla comprensione, dal dialogo, dall’argomentazione. Lascio al lettore la valutazione sulla reale presenza di questi strumenti nella discussione pubblica contemporanea. Da decenni Habermas ci mette in guardia sulla proliferazione nei media di propaganda politica, manipolazione dei fatti (disinformazione e fake news), marketing camuffato da notizia e informazione strategicamente orientata. Denuncia, insomma, la trasformazione dello spazio pubblico in una pseudo-sfera pubblica che appare pluralista, ma in realtà è gestita da logiche e interessi di parte. Un ambiente informativo, anzi disinformativo, in cui i cittadini non partecipano realmente al discorso pubblico, ma lo subiscono perché l’opinione pubblica è manipolata, non formata.

Il quadro è aggravato da un fattore relativamente nuovo e potentissimo: la presenza capillare del digitale nelle nostre vite. Guardate i social (ma anche certi talk show in tv): gli algoritmi premiano il conflitto e la scazzottata virtuale, non la forza e men che meno la pacatezza degli argomenti. L’eredità lasciata da Habermas ai professionisti dell’informazione conferma e approfondisce molti aspetti dei tre pilastri del buon giornalismo, che nel suo piccolo anche «Azione» cerca di onorare: ricerca della verità, indipendenza di giudizio e rispetto delle persone.

Non so se fosse ottimista o pessimista di fronte alle derive della democrazia e dell’informazione a cui stiamo assistendo. Ma siamo convinti che seguendo la sua lezione non tutto è perduto. Il giornalismo può ancora essere un motore di fiducia: scegliendo di trasformarsi nel luogo della forza del migliore argomento, non del più chiassoso. Può diventare la palestra della deliberazione democratica, dove le posizioni non vengono solo contrapposte ma spiegate, contestualizzate, comprese. Può «ripulire l’aria» della discussione pubblica sempre troppo avvelenata, offrendo condizioni di chiarezza e di rigore che nessun algoritmo garantirà mai. Può perfino contrastare la polarizzazione mostrando le ragioni dietro i conflitti e non le caricature delle ragioni. Non è per nulla facile, ma è sempre più necessario.