Il settore dei media svizzeri ha adottato un codice etico comune per l’uso dell’intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la fiducia del pubblico. Dentro ci sono principi sensati: responsabilità editoriale sempre umana, formazione dei redattori, rispetto di diritti e dati, lotta alle fake news, trasparenza verso chi legge. Tutto giusto. Ma la sensazione è che questo codice arrivi mentre la trasformazione è già in pieno corso, e corre più veloce delle regole.Basta guardarsi attorno.
Il 4 marzo, al Parlamento cinese, tra i giornalisti accreditati c’era anche Yuejiang, un robot capace di presentare, intervistare e girare immagini. Non so quanto fosse bravo – non parlo cinese – ma il segnale è chiaro: l’eccezione sta diventando normalità. E non serve andare fino a Pechino. Un anno fa il «Foglio» pubblicava un inserto interamente scritto da intelligenza artificiale: quattro pagine al giorno, una ventina di articoli, editoriali compresi. I giornalisti davano i temi, la macchina faceva il resto. Il risultato? Sorprendente. Testi puliti, ritmo, ironia, perfino la capacità di imitare lo stile del giornale e di contraddirlo restando «fogliesco».A quel punto la domanda diventa inevitabile: siamo sostituibili? In parte sì, almeno nelle attività più meccaniche. L’Associated Press usa già l’IA per risultati sportivi, dati economici, meteo, titoli, riassunti. Tutta la catena di montaggio dell’informazione: lavoro ripetitivo, poco creativo, ma necessario. Qui la macchina è più veloce, più economica, più precisa. E infatti avanza.
Il problema viene dopo. Perché l’intelligenza artificiale scrive bene, ma non sa distinguere il vero dal falso. Non è un motore di ricerca: è un motore di risposta. Produce testi plausibili, coerenti, convincenti. Ma se le premesse sono sbagliate, anche il risultato lo sarà – senza che lei se ne accorga. Nel 2024 qualcuno ha ricreato la voce di un reporter di France24 e diffuso un contenuto falso su Macron: credibile, pulito, perfetto. Falso. Ecco il punto: l’IA funziona benissimo sia per dire la verità sia per mentire. Alla fine, a decidere se usarla per ingannare o per chiarire le idee, resta l’uomo.
C’è poi un limite ancora più profondo, quasi fisico. L’IA non vede. Non sente. Non è sul posto. Può riassumere tutto quello che è stato scritto su un incendio, ma non sta davanti alle fiamme, non parla con chi ha perso casa, non sente l’odore del fumo. Non può cogliere quella parte di realtà non misurabile, che spesso è la notizia. Forse un domani ci saranno droni-giornalisti IA, ma saranno in grado di «capire» quello che vedono? Nei media le macchine non sostituiranno l’uomo. Alcuni mestieri spariranno o si ridurranno: traduttori, correttori, redattori di base. Il giornalista invece sarà costretto, finalmente, a fare il giornalista: verificare, scegliere, stare sul campo, assumersi la responsabilità di ciò che pubblica.In questo senso, il codice etico svizzero è un tentativo serio di tenere insieme due esigenze opposte: innovare senza perdere credibilità. Ma non basta scrivere regole per risolvere il problema. La fiducia non si programma. Non si automatizza. Non si delega a un algoritmo. Alla fine, anche nell’epoca delle macchine che scrivono articoli, resta una verità semplice: il giornalismo è ancora – e forse sempre di più – una questione di esseri umani.