Piccole apocalissi alpine

by azione azione
20 Maggio 2026

Catastrofi, disastri, alluvioni, crolli, incendi… Quest’anno cade il quarantennale di due eventi che hanno segnato lo scorcio del Novecento: Černobyl’ e Schweizerhalle, il primo nucleare e lontano (Ucraina), il secondo chimico e nazionale (Basilea campagna). Due incidenti che, al di là delle conseguenze materiali, come le diffuse ricadute radioattive e l’inquinamento del Reno, hanno modificato la nostra percezione del progresso industriale e scientifico. D’un tratto le nostre collettività si sono scoperte vulnerabili, esposte a pericoli che si credevano improbabili o comunque prevedibili. Consapevoli o meno, eravamo entrati nella «società del rischio», diagnosi formulata nel 1986 dal sociologo tedesco Ulrich Beck, i cui fattori causali andavano fatti risalire all’orizzonte scientifico-tecnologico aperto dall’industrialismo. La reazione fu l’abbandono del nucleare, soprattutto in Germania e in Italia, ma non in Francia. La Svizzera decise di introdurre una moratoria, per concentrare risorse e ricerche nelle energie rinnovabili.

Il controllo? Un illusione

La modernità è maturata sull’idea prometeica della manipolazione e del controllo delle forze naturali, sull’onda delle conquiste della scienza e della tecnologia. In realtà il corso della storia ci ha impartito una lezione diversa, molto meno trionfante. Il rischio infatti è un compagno di viaggio che non ci lascia mai e che ci sorprende anche quando riteniamo di aver fatto tutto il necessario per incavezzarlo. Le frane e i nubifragi del biennio 2024-2025 (Mesolcina, val Bavona, Blatten) rimarranno incastonati nella memoria collettiva. Lungo passo indietro: 1515, anno infausto, scandito dalla disfatta militare di Marignano e dalla «buzza» di Biasca, lo straripamento rovinoso del lago artificiale che qualche anno prima si era formato nella bassa Blenio. Un’esondazione che nella sua furiosa corsa raggiunse Bellinzona, distruggendo il ponte della Torretta, per poi allagare il piano di Magadino. Fu il Vajont dei nostri antenati, allora sudditi dei confederati. Ma ogni secolo, dal tardo Medioevo in poi, è costellato di calamità naturali, smottamenti, valanghe, incendi, epidemie, incidenti, tante apocalissi alpine che hanno prostrato per decenni le comunità rurali dell’alto Ticino.

Tutto questo è ricordato e ricostruito nei suoi vari addentellati nella mostra da poco inaugurata al Museo di Leventina, a Giornico, sotto il titolo «Una storia culturale dei disastri». L’approccio adottato dalle curatrici (Diana Tenconi e Alessandra Ferrini, con la collaborazione del Centro di etnografia e dialettologia) è di tipo storico-antropologico, con l’intento di allargare lo sguardo oltre il singolo episodio: un capitolo che possiamo in parte rubricare sotto la voce «storia delle mentalità». L’accento è insomma posto sulle risposte delle credenze popolari, su come i valligiani colpiti reagivano, sia sul piano della prevenzione, costruendo ripari, arginature, vasche di contenimento, sia sul piano normativo, emanando severe leggi sul fuoco. Tuttavia le reazioni investirono anche il sentimento religioso (cattolico nel nostro caso), che trovò espressione in partecipate rogazioni e processioni, a volte degenerando nella caccia al capro espiatorio, altre volte nell’istruzione di processi sommari.

Una dolente via crucis

Lungo le caselle allestite dalle curatici, 63 stazioni di una dolente via crucis, i visitatori e le visitatrici vedono snodarsi le sciagure che nei secoli hanno funestato la val Leventina, dagli incendi che, in epoche diverse, hanno ridotto in cenere Airolo all’esplosione, nel 1921, della fabbrica Nitrum di Bodio. E poi alluvioni disastrose come quelle verificatisi in tutto l’arco alpino nel 1868 o la straordinaria nevicata del 1951: disgrazie che sono confluite anche in opere letterarie, come nei versi di Alina Borioli, o come nel racconto L’anno della valanga di Giovanni Orelli. Borioli, nella toccante poesia Ava Giuana volle ricordare i sei abitanti di Altanca che nel 1894 annegarono nel Ritom in seguito alla rottura della superficie ghiacciata. Orelli si sofferma invece sulle precipitazioni nevose, incessanti ossessive ansiogene, la neve che «scende a braccia aperte, che nevica che Dio la manda, che s’accumula, che s’alza, che cresce…».

Aggirarsi tra i pannelli dell’esposizione vuol dire immergersi nel regno della malasorte, nelle paure e nelle angosce che assillavano le comunità di valle alle prese con forze che non riuscivano a dominare. Fenomeni improvvisi e imprevidenze umane s’intrecciano, come nel singolare gioco dell’oca che il Museo propone: e qui il fato, rappresentato dalle traiettorie casuali del dado, rende bene l’imprevedibilità alla quale siamo tutti esposti, ieri come oggi.