I tempi di una canzone che resta

by azione azione
13 Maggio 2026

«Sulle piattaforme streaming ogni giorno vengono pubblicate più di 100 mila canzoni. Significa che ogni minuto ne vengono caricate oltre 80. Ora, se lì in mezzo c’è – e non è così assurdo che ci possa essere – il nuovo De André, beh mi dispiace per lui: sarà sommerso dagli altri 79 e passerà inosservato».

Di tanto in tanto ascolto il podcast del comico Luca Bizzarri, Non hanno un amico, ironico e feroce quanto basta per divertire facendo al tempo stesso riflettere. Quando, qualche giorno fa, ha snocciolato questi dati, sono rimasto di sasso. Stava parlando della differenza tra il modo in cui i giovani di oggi fruiscono la musica e quello della sua generazione (Bizzarri ha 54 anni). E ha osservato: «Noi ventenni non ascoltavamo solo i nostri coetanei. Quando ascoltavo Fossati o vedevo Gaber, avevano l’età dei miei genitori. Non è che oggi manchino i messaggi: tutti si espongono. Ma manca la gravitas, l’autorevolezza. E manca perché non è richiesta dal mercato. Che se ne fa il mercato di un autore autorevole quando ne ha 70 da piazzare ogni ora?».

In altre parole, non mancano talenti: manca «la possibilità che una canzone si fermi abbastanza a lungo da diventare un pezzo di vita, manca il tempo perché una voce sedimenti. Perché un autore si faccia riconoscere dalla fedeltà a un’idea e non da un tormentone». Insomma, gli artisti «vivono dentro un meccanismo che li consuma prima ancora di farli maturare».

Non so fino a che punto tutto questo sia vero, ma il ragionamento intercetta qualcosa di reale: oggi il problema non è la mancanza di riferimenti, ma il contrario. Un’offerta talmente vasta da risultare impossibile da metabolizzare.

E se questo vale per la musica, vale forse ancora di più per il resto dell’ecosistema culturale. Nel cinema e nelle serie, la quantità ha raggiunto livelli senza precedenti: solo nel primo semestre del 2025 gli utenti Netflix hanno accumulato oltre 95 miliardi di ore di visione. Il risultato è che gran parte dei titoli si consuma rapidamente e viene subito sostituita da altro. Non sedimenta: scorre.

Il paradosso è evidente soprattutto tra i più giovani. In Svizzera, secondo lo studio JAMES, social e piattaforme digitali sono ormai centrali nella vita quotidiana degli adolescenti, sempre più immersi in un flusso continuo di contenuti personalizzati. Da un lato consumano più di qualsiasi generazione precedente; dall’altro il rapporto con ciò che vedono rischia di diventare più frammentato, guidato dagli algoritmi e dalla logica dell’attenzione immediata.

Questo meccanismo produce una forma di «bulimia culturale» che investe anche l’editoria. I giovani leggono ancora: in Svizzera oltre il 70% dei 15-29enni apre almeno un libro all’anno. Ma la lettura assidua resta prerogativa delle fasce più adulte, segno che più contenuti non significano necessariamente più profondità.

Il punto, allora, non è opporre un «prima» a un «dopo», né accusare i giovani. È capire che il contesto è cambiato. Quando Bizzarri parla di gravitas, forse allude proprio a questo: non alla qualità delle opere, ma alla possibilità di costruire nel tempo una relazione con chi le fruisce. Una possibilità oggi resa fragile dalla sovrabbondanza.

In un mondo in cui ogni giorno si accumulano migliaia di nuovi contenuti e l’attenzione è continuamente sollecitata, il vero lusso diventa la durata: il tempo necessario perché un film, un libro o una canzone entrino davvero sottopelle.

Qui si gioca la differenza tra consumo ed esperienza. La sfida culturale dei prossimi anni non sarà creare contenuti migliori, ma imparare a sceglierli, abitarli, lasciare che si sciolgano lentamente nell’anima.