Sulle tracce dell’Uomo nell’Olocene

by azione azione
26 Agosto 2026

Un’escursione al Passo della Garina, nell’Onsernone di Max Frisch, a trentacinque anni dalla scomparsa dello scrittore

«All’alba, ancor prima dei brevi rintocchi della chiesa, il signor Geiser ha preso lo zaino preparato, inoltre cappello e impermeabile e ombrello – lo zaino non è troppo pesante, e non appena il signor Geiser è arrivato nel bosco, il batticuore si è calmato; nessuno del paese l’ha visto e gli ha chiesto dove mai il signor Geiser se ne vada a spasso col suo zaino, e su per la montagna e con questo tempo. Il signor Geiser sa quello che fa». 1

Stamattina, prima di partire, ho infilato nello zaino il libricino di Max Frisch. Poco più di cento pagine, pesa quasi nulla, mi sono detto. Eppure mi sembrava giusto portarlo con me: una sorta di riconoscenza verso chi ha saputo trasformare questi luoghi in letteratura. Così il signor Geiser salirà ancora una volta verso il Passo della Garina, dov’era arrivato sotto la pioggia, nel Settantotto, l’anno dell’alluvione che ha sconvolto l’Onsernone. Proprio allora Frisch scrive L’uomo nell’Olocene. Il libro uscirà l’anno seguente.

Il protagonista, il signor Geiser, è un anziano basilese che vive solo nella sua casa di Berzona. Isolato dal maltempo, con il trascorrere delle ore sprofonda in una solitudine sempre più inquieta; la memoria si sfalda, il mondo perde consistenza. Per contrastare l’oblio ritaglia da enciclopedie e giornali notizie sulla geologia, l’evoluzione, il cervello umano, i mutamenti climatici, e le appende ai muri di casa, come se volesse costruirsi una memoria esterna, fragile ma tangibile.

Berzora se ne sta lì raccolto contro la montagna, un gruppo compatto di case dai tetti in pioda: di abitanti non se ne vede nessuno

A un certo punto decide di salire verso il Passo della Garina. Lo fa perché ha bisogno di verificare che il mondo reale esista ancora e che lui stesso, in quel mondo, sia ancora capace di orientarsi nonostante la nebbia, la pioggia e il buio.

Oggi invece è il sole a far fremere il verde tenero dei boschi e scaldare l’aria, impregnandola di un avvolgente profumo d’erba nuova e fiori selvatici. Berzona se ne sta lì, raccolto contro la montagna: un gruppo compatto di case dai tetti in piode, viuzze strette, muri a secco, macchie colorate di rododendri, glicini e azalee. Il campanile svetta all’entrata, diritto e immobile come un faro o un antico totem eretto a protezione del villaggio. Di abitanti, però, non se ne vede nemmeno uno.

Mi metto in cammino e quasi subito m’imbatto nella targa di granito appesa al muro del cimitero. Ricorda l’insigne scrittore, cittadino onorario del comune, e lo ringrazia per aver scelto questo luogo come rifugio. La sua casa è poco sotto, inghiottita dalla vegetazione. Non la si vede dalla strada e non oso avvicinarmi oltre.

Dopo le ultime case, al limitare del bosco, appare l’Oratorio della Beata Vergine delle Grazie, detto del Matro, costruito nel 1671 inglobando una cappella più antica. Fa da contraltare alla chiesa parrocchiale, come se dall’alto vegliasse su quel pugno di case aggrappate al pendio.

«All’inizio non è un sentiero ripido; il pendio è ripido, ma il sentiero quasi orizzontale, parzialmente coperto di lastre di pietra…»

Sono sulla strada giusta. Il signor Geiser è passato di qui.

Sul fondo della valle sento il borbottare sommesso del riale Bordione, che incontro poco dopo. Scorre su lisci lastroni di roccia, alternando cascatelle e pozze quiete dove l’acqua indugia prima di riprendere il viaggio. Un ponticello lo attraversa e subito il sentiero s’impenna. Da qualche parte abbaia un cane; lo intravedo accanto alle cascine del Cioss dei Morti. Il toponimo inquietante m’incuriosisce e mi riprometto di scoprirne l’origine.

«In parte sono lastre pesanti, quelle che formano il sentiero, e trovare tutte queste lastre, trascinarle e sistemarle sul posto […] dev’essere stato un bel lavoro, imparagonabile alla fatica che il signor Geiser fa passo per passo e poi daccapo gradino dopo gradino…»2

Il sentiero sale attorcigliandosi al pendio. Una successione di scalini alti, bassi, irregolari, talvolta sbilenchi, che mettono a dura prova gambe poco allenate. Si comprende bene l’affanno del signor Geiser, costretto a fare una pausa per riprendere fiato. La pioggia battente non l’aiuta: rende il tracciato viscido e accresce la sua inquietudine. L’ombrello è più un impaccio che un sostegno; avrebbe fatto meglio a prendere un bastone, pensa, e «un impermeabile di quelli trasparenti meglio dell’impermeabile di gabardine, che l’umidità appesantisce».

Il mio ginocchio bionico, invece, tiene bene. Il chirurgo ha fatto un ottimo lavoro.

La Sella appare all’improvviso: un ampio dosso verde, prati puliti disseminati di castagni monumentali, vecchi ciliegi e cascine riattate con cura. All’epoca sono ancora stalle, almeno il signor Geiser le chiama così. In un primo momento non riesce a trovarle, disorientato dalla nebbia, e quando finalmente le scorge deve fermarsi ancora un poco, «senza togliersi lo zaino; senza bisogno di ovomaltina».

Da qui si scollina verso la valle del Ri del Vò lungo un sentiero ripido e sconnesso, dominato da rocce strapiombanti colonizzate da un bosco ostinato. Trent’anni fa, passando di qui per la prima volta, il versante era ancora brullo e pietroso.

Con me allora c’era l’amico e collega Piergiorgio «Pierre» Baroni, appassionato cultore di Frisch e della sua opera.

«L’ho incontrato nell’Ottantuno», mi aveva raccontato, seduto su un vecchio tronco ai bordi del sentiero. «Frisch mi ha concesso quattro ore del suo tempo prezioso. Abbiamo parlato del libro, naturalmente, ma anche del Ticino e dei ticinesi, del suo rapporto con Dürrenmatt, l’altro grande della letteratura svizzera. Tra loro c’era stima reciproca, ma erano diversissimi. Frisch parte da ciò che vede: senza gli occhi non sarebbe esistito, almeno come scrittore. Dürrenmatt invece tira fuori tutto dalla testa. Anche fosse stato cieco, avrebbe scritto gli stessi splendidi libri».

Allora non c’era ancora il monumento che oggi mi compare a una biforcazione del sentiero. È un blocco irregolare di granito, vagamente simile a una montagna. Vi sono scolpiti un viottolo e una scalinata, su cui sale un bronzeo signor Geiser dall’aria stanca, con zaino e ombrello. L’opera è dello scultore Fritz Widmer. Sul retro campeggia, stilizzato e dipinto di rosso, lo scheletro di un animale preistorico.

Più avanti, il sentiero si addolcisce e taglia il versante destro della valle, che qui si apre in un’ampia conca disseminata di prati e piccoli nuclei di cascine: Cortaccio, Campo, Eria, Laresid. Su tutto regna un silenzio quasi minerale. Solo qualche gorgheggio nascosto tra i rami o il canto limpido di un ruscelletto, che scivola tra macchie d’ontani, erbe alte e pietre e rompe l’immobilità del paesaggio.

«Di tanto in tanto si ode il rumore sfarfallante di un elicottero che trasporta materiale edilizio, in qualche sito si costruisce ancora. Per il resto non succede granché».3

Uno ronza davvero, più in basso, sul versante opposto. Non si vede anima viva, eppure il paesaggio porta ovunque i segni di una cura paziente e discreta.

Il Passo della Garina arriva quasi senza annunciarsi. Non ha nemmeno l’aspetto di un vero valico: forse perché il sentiero che scende verso Aurigeno, in Vallemaggia, sprofonda subito nel bosco, mentre dal lato onsernonese tutto è pascolo, muri a secco, che incorniciano il viottolo, e cascine restaurate.

Il signor Geiser, però, non lo trova così. Vi vede soltanto «rovine di stalle in pietra, la travatura crollata, le mura si reggono ancora in quadrangolo, nell’interno proliferano le ortiche a cielo aperto e nulla si muove […] Altre stalle, che non sono ancora crollate, hanno la porta aperta; a entrare si sente quasi un residuo di odor di fieno, lo sterco delle capre è disseccato, quasi pietrificato. Scheletri di abitanti non se ne trovano».4

L’anziano basilese si confronta con quella civiltà alpina tramontata e si domanda cosa possa esserci rimasto là dentro.

«Un interrogativo che si ponevano anche quelli della mia generazione, che trascorrevano le vacanze in montagna», mi aveva detto Pierre. «Quando entravo in quei diroccati, cercavo sempre qualcosa. E Frisch mi dà la risposta: “Skelette gibt es keine”, non ci sono scheletri. Ma in italiano il senso si perde un po’. In dialetto suona meglio: “la m… l’è come calcificada sui sass. Scheletri a gha n’è mia”».

Non mi resta che tornare. Scenderò verso Loco seguendo la valle del Ri del Vò, lungo una mulattiera in gran parte lastricata e dotata di un ingegnoso sistema per raccogliere l’acqua piovana. Passerò da altri monti, Mulegn, Ighelon, e dall’Oratorio del Sassello, del XVII secolo, dedicato alla Madonna di Re: sorprendente nelle dimensioni, segno dell’importanza che questa storica via tra Onsernone e Vallemaggia deve aver avuto per la popolazione locale.

Prima però voglio restare ancora un poco qui, godermi il momento.

Mi siedo nell’erba tiepida e profumata, accanto a un rivolo silenzioso. All’improvviso qualcosa si muove più in basso. Una giovane volpe, ancora avvolta nel mantello invernale, avanza guardinga, soppesando ogni passo. Viene verso di me; forse non si è accorta della mia presenza. A tratti si immobilizza, punta qualcosa, poi si tuffa nell’erba alta con un balzo rapido. Infine mi vede. Si ferma appena un istante, quindi si allontana senza fretta e scompare, lieve come un’apparizione.

Note

1 Max Frisch, L’uomo nell’Olocene, Einaudi, Torino, 1981, pp.66-67

2 Idem, pp. 68-69

3 Idem, pg. 45

4 Idem, pg. 47

5 Idem, pg. 29

6 Fonte interessante per la conoscenza di Max Frisch scrittore e «privato» sono i quattro volumi editi dal Museo Onsernonese, contenenti testi e foto della mostra allestita nel 2011, per il centenario della nascita dello scrittore. Cfr.: Max Frisch Berzona, Cur. da Charles Suter, Maria Rosaria Regolati Duppenthaler, Gian Pietro Milani: [in collab. col Max Frisch-Archiv, Zurigo], ed. Museo Onsernonese, Loco, 2012.

7 L’uomo nell’Olocene, pp. 22-23