Ci sono stati, in tempi recenti, anni in cui Noè Ponti poteva condividere la responsabilità di portare in alto la bandiera rossocrociata. Non solo, due anni fa, agli Europei di Belgrado, ha persino subìto una delle rarissime battute d’arresto. Solo sesto nei 100 farfalla, in un’edizione sontuosa per la Svizzera, grazie all’argento e al bronzo di Lisa Mamié nella rana, ai due bronzi di Antonio Djakovic nello stile libero e a quello di Roman Mityukov nei 200 dorso.
Nella kermesse appena conclusa a Parigi, il nuotatore del Gambarogno è stato invece l’unico svizzero a salire sul podio. Bronzo nei 100 farfalla, dopo che nei 50 aveva concluso all’ottavo posto. Noè ha catturato la simpatia del mondo social, con le interviste del dopo gara, grazie alla sua consueta disinvoltura, mista a imbarazzo. La 19esima medaglia in un grande evento ha regalato a Noè ulteriore fierezza, ma anche il rischio di sentirsi troppo solo, con le aspettative di un intero Paese sulle sue pur possenti spalle. È però un campione sereno, genuino, amato in patria e fuori dai confini di Helvetia. Il modo con cui ha commentato la sua controprestazione nei 50, dopo che in partenza gli occhialini gli si erano sfilati per andare a sistemarsi fastidiosamente sul volto, ha fatto il giro del web. Compreso il colorito finale pirotecnico, con tanto di accenno in mondovisione a due sfere che girano.
Il suo modo di porsi davanti a microfono e telecamera è a volte spiazzante. È timido, spavaldo, o semplicemente burlone? Comunque, sempre divertente.
Emerge però anche il giovane uomo che sa riflettere su sé stesso e sul senso di ciò che sta facendo nella carriera di nuotatore di punta. In una recente intervista a blue Sport, ha parlato del nuoto svizzero, sostenendo che siamo bravi nel promuovere le giovani leve. A proposito, due di loro, Mattia Mauri ed Enrico Sottile, a Parigi hanno migliorato i propri limiti dimostrando di non essere lontani dall’élite continentale. Un dato che farà sentire Noè meno solo, e gli offre la gioia di avere accanto a sé altri ticinesi in grado di emergere nei grandi appuntamenti.
Il nostro numero uno ha d’altro canto dichiarato che siamo carenti nel sostegno a chi non sa decidere se dedicarsi professionalmente al nuoto, o votarsi agli studi o al lavoro. «Il nostro è uno sport di dedizione massima e di sacrifici, ma con 30mila franchi all’anno, è difficile tirare avanti. In Svizzera, ha concluso Ponti, siamo in tre o al massimo quattro a vivere di nuoto». Insomma, è indispensabile una motivazione d’acciaio per trascorrere, tutti i giorni, ore e ore in acqua a seguire una linea nera che si snoda sul fondo della vasca.
Le differenze di trattamento finanziario sono una triste costante nello sport. Lo sanno anche i big dell’atletica rossocrociata, che hanno condiviso il palcoscenico con i nuotatori, dato che i loro Europei, di scena a Birmingham, si sono sovrapposti a quelli acquatici. Peccato! Ai Giochi Olimpici, di regola, una settimana spetta agli atleti, una ai nuotatori.
I nostri rappresentanti non se ne sono fatti un cruccio. Hanno corso, saltato, lanciato, cercando di eguagliare il bottino storico di due anni fa a Roma, quando conquistarono 9 medaglie, di cui 4 d’oro, issandosi al quinto posto del medagliere davanti a potenze come Germania, Polonia, Spagna e Svezia. Missione fallita? Nel caso, sarebbe un fallimento entusiasmante. Il sesto posto di quest’anno è un lusso. La nostra delegazione ha portato a casa 7 medaglie, 3 d’oro, 3 d’argento, 1 di bronzo. La Svizzera si è presentata con le sorelle Kambundji lontane dalla miglior condizione fisica, e in cinque occasioni abbiamo masticato l’amaro del quarto posto. Questione di briciole. Che Angelika Moser riconfermasse l’oro di due anni fa, che Dominic Lobalu fosse ancora lì, a lottare per una medaglia sui 10mila, non stupisce. Così come l’argento di Simon Ehammer nel lungo e il bronzo di Mumenthaler nei 200.
Le gradite sorprese sono giunte da Jason Joseph, impeccabile e ammantato di oro nei 110 ostacoli, e dalla staffetta 4 per 100 femminile (in batteria con la nostra Ajla Del Ponte), seconda alle spalle di un’inarrivabile Gran Bretagna, grazie a una quarta frazione di Salomè Kora in versione «figlia del vento». L’oro di Audrey Werro sugli 800 non è una sorpresa. È il successo, logico e attesissimo di una delle giovani più talentose al mondo. Ha demolito il record dei Campionati. Presto darà la caccia allo storico primato mondiale che appartiene alla cecoslovacca Jarmila Kratochvilova dal lontanissimo 1983.