Il prossimo 9 settembre saranno cent’anni dalla nascita del grande attore e calciatore locarnese
Quando si è molto fortunati, nella vita si arriva attrezzati di un talento. Se poi lo si sa mettere a frutto, può trasformarsi nel faro di un’intera esistenza e portare, nei casi davvero baciati dalla sorte, al successo.
Il successo è ciò che consigliava di perseguire Sir Charles Spencer Chaplin, in arte Charlie Chaplin o Charlot, a chi si approcciava alla professione di attore. Fu anche il significato delle parole che nel 1955 rivolse a un giovane (aveva solo 29 anni) Hannes Schmidhauser sul set di Uli del Pächter (Ueli il mezzadro), sequel del film che aveva consacrato quell’ultimo nell’olimpo del cinema svizzero – che negli anni Cinquanta viveva una grande, florida stagione.
L’anno prima, era il 1954, il regista Franz Schnyder aveva realizzato, a Zurigo e nel Bernese, soprattutto nel bucolico Emmental, Uli der Knecht (Ueli il servo) basato sull’omonimo romanzo del pastore protestante bernese (anche lui dell’Emmental) Albert Bitzius (1797-1854), in arte Jeremias Gotthelf.
Un film, quello che narra la vicenda del giovane Knecht-servo Ueli, capace di riscattarsi grazie a buona volontà , intelligenza e un pizzico di furbizia, su cui non erano stati in molti a scommettere: soprattutto nelle grandi città , chi poteva interessarsi agli affarucci dei contadini? E chi, invece, in campagna o in montagna ci viveva, non voleva forse proprio al cinema distrarsi da quelle realtà ? Eppure, al casting si presentarono in oltre ottanta attori, e tra di loro anche Schmidhauser.
Sebbene avesse un padre zurighese e parlasse uno svizzero tedesco perfetto, Schmidhauser si considerava un ticinese a tutti gli effetti
Il film, però, grazie anche alla presenza, nei panni della coprotagonista Vreneli, della star di allora Liselotte (Lilo) Pulver, fu un successo senza precedenti, calamitando in sala, dicono le cifre, oltre un milione e mezzo di spettatori, e trasformando Hannes Schmidhauser (da sempre «Pussy» per chi gli era vicino) da un momento all’altro nel «sonny boy» nazionale. (Non a caso, qualche anno più tardi, Ueli e Vreneli furono definiti i Clark Gable e Vivien Leigh delle alpi).
Che Hannes Schmidhauser fosse nato (il 9 settembre del 1926) sotto una buona stella, nel suo entourage furono in molti a riconoscerlo, come racconta l’amico d’infanzia Innocente Pinoja nel documentario Hannes «Pussy» Schmidhauser di Victor Tognola, presentato al Locarno Film Festival nel 2012. Hannes, figlio di Sonja Angela Rognoni e del giurista zurighese con la passione per la filosofia Julius Schmidhauser – amico di Ignaz Epper, Fritz Pauli e Marianne von Werefkin, come una sorta di Re Mida locarnese, spiccava in tutto ciò che faceva: se c’era una partita di calcio era il migliore, se si faceva una gara in bicicletta arrivava per primo, in classe era sveglio e vivace, sul palco si trasformava di ruolo in ruolo e in compagnia era un trascinatore e un leader naturale, ma con il cuore al posto giusto.
E tutti parevano disposti a riconoscergli una genuinità e un estro geniali, dagli amici d’infanzia all’FC Locarno (che a quindici anni lo prese in prima squadra), al collegio Papio, dove poté brillare in numerosi ruoli, al direttore della Schauspielhaus di Zurigo Oskar Wälterlin, che quando si ritrovò davanti quell’audace sedicenne ticinese in bicicletta (che parlava anche lo svizzero tedesco) desideroso di calcare le scene zurighesi, gli propose di frequentare per prima cosa il Bühnenstudio lì vicino (le cui rette Schmidhauser poté pagare grazie al calcio, come ebbe a dichiarare lui stesso), poi si sarebbe visto.
Eccome, se si vide: Hannes Schmidhauser dal 1945 (dall’età di 19 anni) in poi si esibì sui palcoscenici di Berna, Zurigo, Costanza, Francoforte, perfino al Teatro Schiller di Berlino. Ma probabilmente la carriera attoriale non gli bastava, o, piuttosto, non era sufficiente a prosciugarne l’energia, se negli anni Cinquanta diventò anche un calciatore professionista, giocando nelle fila di Lugano e Grasshopper (dove, come si ricorda nel documentario di Tognola, faceva il tutto esaurito, con un pubblico a importante quota femminile), e vestendo per ben tredici volte la maglia della Nazionale. Una doppia natura, sportiva e culturale, vissuta con tale intensità da riuscire a creargli più di un grattacapo, e in diverse occasioni a imporgli delle rinunce a causa di un’agenda troppo fitta.
All’inizio degli Anni Sessanta, sulla scia di un successo che sembrava ormai consolidato e inscalfibile, probabilmente influenzato da una Nuovelle Vague che però nel nostro Paese non era riuscita ad affermarsi fino in fondo, Schmidhauser decise di buttarsi anche negli ambiti della regia e della produzione, realizzando lo psicodramma Seelische Grausamkeit, che purtroppo fu un fiasco quasi antitetico ai successi che lo avevano preceduto. Una prima, dolorosa disfatta nella vita di un uomo che fino a quel momento era (stato) abituato a inanellare una serie di successi trasversali.
In fondo, la vita del locarnese Hannes Schmidhauser fu un eterno set, da una parte sul palcoscenico dei teatri, dall’altra sui campi di calcio
Seguì un periodo dettato da incertezze professionali ed economiche, cui Schmidhauser tentò di porre rimedio un po’ tentando una nuova carriera in Italia, una sorta di rinascita attoriale, mossa per la quale cambiò addirittura nome, diventando Jonathan Elliot, come ne La suora giovane di Bruno Paolinelli, tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Arpino; un po’ gettandosi in investimenti nebulosi e poco redditizi (a Tognola, che lo conosceva di persona, confessò un giorno in treno di essere diretto a Zurigo per la vendita di un F4 Starfighter in compagnia di due agenti segreti) e in produzioni a scarso rendimento. Sul lungo termine ciò portò a diluire quello che era stato un condensato di successi che non aveva avuto precedenti e che a oggi non ha avuto pari, spingendo Schmidhauser in una zona d’ombra da cui sarebbe riemerso solo molti anni più tardi.
Ciò accadde quando rientrò in Ticino, e la compagna decise di notificare il cambio di indirizzo alla RSI: Hannes Schmidhauser non era stato dimenticato, e così ricominciarono gli inviti in televisione e alla radio.
Nel 1994, poi, si riappropriò di un personaggio (come aveva fatto con Uli quarant’anni prima) e di una nuova generazione di ammiratori, vestendo i panni di Linus Caduff nella serie televisiva Die Direktorin (di Wolfgang Panzer e Markus Imboden), ambientata nell’immaginario villaggio grigionese di Madruns. Schmidhauser-Linus Caduff, contadino cocciuto e scorbutico, ma dal cuore d’oro, riuscì a restituire al pubblico un personaggio che pareva un incrocio tra René Deltgen, nonno di Heidi nella serie del 1978, e Bruno Ganz, quando avrebbe fatto Heidi nella versione di Alain Gsponer. La protagonista di Die Direktorin Sabine Schneebeli, parlando di lui lo ricordava come una persona luminosa, «bella fuori e dentro».
Un figlio del Ticino che aveva sempre rivendicato la propria appartenenza («penso e sogno in dialetto ticinese», amava ripetere), che quando nel 2000 se ne andò a settantaquattro anni, aveva da poco finito di meditare sul balcone. Immerso in sé stesso, sprofondato per un’ultima volta in un uomo dolcemente divorato dalla brama di vita.
