Il giornalismo nell’era dei predatori miliardari

by azione azione
1 Luglio 2026

Di recente una nomina è giunta a ricordare che anche nel nostro Paese il giornalismo è alle prese con momenti delicati, causati dalla crisi praticamente mondiale che il settore dell’informazione non riesce a risolvere. La nomina riguarda una posizione dirigenziale di retroguardia nel giornalismo, ma di massima importanza per l’editoria: Paolo Tacconi è stato scelto come CEO di transizione dal Gruppo «Corriere del Ticino». Giornalista, manager, imprenditore, Tacconi ha già curato la transizione digitale del «Corriere della Sera» e ora avrà lo stesso compito al «CdT».

«Dobbiamo ripensarci completamente», ha spiegato il presidente del CdA Fabio Soldati. E quel «ripensarci» va inteso come un progetto di riforma, visto che l’amministratore del «CdT» ha aggiunto che «per fare questo cambiamento, ci sarà sia nell’ambito del Corriere del Ticino, sia in TeleTicino e in Radio 3i, la necessità di ripensare, di avere nuove energie, nuovi entusiasmi». Al saluto per la scelta annunciata dal «CdT», pur dando giusto peso e importanza agli aspetti economici di future strategie industriali, abbiniamo l’augurio che il «ripensarci» possa contemplare, difendere e magari rafforzare anche il ruolo etico e morale che il giornalismo cantonale deve continuare a svolgere. E ricordando come anche l’editore de «La Regione» abbia già operato cinque anni fa una scelta dirigenziale quasi analoga, se non proprio simile, con la nomina di Daniel Ritzer a direttore, vale forse la pena di estendere l’auspicio anche a partenze, pensionamenti e vuoti (non solo fisici) che la Rsi presenta per radio e televisione. Agli auguri a Tacconi credo di poter unire anche qualche considerazione personale sul futuro del giornalismo nel nostro Cantone, dal momento che l’attività del nuovo CEO risulterà inevitabilmente importante non solo per gli orientamenti del gruppo «Corriere del Ticino», ma anche per il ruolo e i compiti che potrà continuare a garantire nel nostro Paese.

La ricetta per uscire dalla crisi

Praticamente in tutto il mondo, dai piccoli editori regionali ai potenti trust editoriali delle grandi Nazioni, da diversi decenni si sta cercando la ricetta per uscire dalla crisi in cui versa l’informazione. Alla fine prevalgono sempre le strategie di crescita dettate dalla rivoluzione digitale e finanziate dalla manciata di «predatori» miliardari (come li chiama Giuliano da Empoli) che le hanno create. Fortunatamente il giornalismo riesce ancora a svolgere il ruolo di garante insostituibile di una preziosa affidabilità riconducibile al servizio pubblico. Ma negli ultimi tempi anche quest’ultimo presidio sta subendo assalti da chi controlla le nuove tecnologie, cioè le piattaforme che – spesso spalleggiate dai politici e dopo aver distrutto letteralmente il mercato pubblicitario della stampa scritta – sono ora in grado di produrre informazioni con sempre più raffinate tecniche narrative sinora appannaggio del giornalismo tradizionale.

Una strategia confermata dagli esempi Usa con i vari Bezos, Musk e compagnia bella intenti a portare avanti insensate acquisizioni e cambiamenti redazionali senza badare a distruzioni e distrazioni di massa, né a pressioni o censure imposte ai giornalisti. In questo quadro, necessariamente sommario, chi distribuisce servizi informativi è ora impegnato a includere anche il controllo, o comunque l’ingerenza, dell’animazione culturale e del consenso sociale dell’opinione pubblica dei Paesi in cui operano quasi sempre indisturbati. L’effetto di questo assalto che minaccia il giornalismo e l’editoria tradizionali è desolante: chi cerca riparo dall’incessante vento di paura che sale dal baratro di violenze, disordini e crisi alimentate da conflitti sempre più assurdi, si trova di fronte anche all’inaffidabilità dell’informazione.

Cominciare dal basso

È questo il motivo principale per cui non deve sembrare illogico o fuori misura che anche alle nostre latitudini ci si preoccupi di fronteggiare questi pericoli. Mi piace chiudere con un «cicchetto» che in qualche modo attenui il pessimismo di fondo dettatomi dalla mia avversione verso i cambiamenti imposti dalle macchine. Lo rubo al sociologo Nassim Nicholas Taleb («Il cigno nero») che ci esorta, quando guardiamo al futuro e «tendiamo sempre a considerare il solito tran tran», a tener presente che «nel futuro non c’è niente di solito» e che le crisi vanno affrontate «cominciando dal basso», rifacendo o consolidando le fondamenta.