L’arte di ricominciare da capo dopo un infortunio

by azione azione
24 Giugno 2026

Dalle vittime di incidenti sul lavoro ai grandi ustionati di Crans Montana: nelle cliniche Suva di Bellikon e Sion riabilitazione e reinserimento si fondono per riportare i pazienti alla vita attiva – Parla il CEO Dr. Gianni Roberto Rossi

Entro nella clinica di riabilitazione di Bellikon, attraverso l’atrio, supero il bar e le poltroncine sistemate accanto alle vetrate ed esco all’aria aperta incamminandomi sulla terrazza, davanti alle zone di ristoro. Un ospite in carrozzella volteggia sul suo mezzo e si ferma per guardare giù verso le colline della pianura, un colpo d’occhio eccezionale: in fondo sfuma la sagoma inconfondibile del Pilatus. Lo osservo incuriosito. Non avrà trent’anni. Vedo, non posso non vedere, che gli manca la parte inferiore della gamba sinistra. Sulla stessa terrazza, noto altre persone prive di uno o più arti. Di colpo il ragazzo si volta e mi guarda dritto negli occhi, mi sento un po’ a disagio. «Grüezi», mi dice senza darmi il tempo di rispondere, poi torna a fissare con calma il panorama.

La location è magnifica, dal rilievo argoviese su cui sorge, la clinica di Bellikon spazia su un mondo verde e ordinato di campagna svizzera, splendente e operosa. Tutto attorno, ammiccano campi e boschi collinari, sentieri e ciclopiste. Una gioia per gli occhi.

Sarà deformazione professionale, ma la prima idea che mi sfiora è che gli ospiti di questa struttura, prima di entrare qui, sono stati una notizia su un giornale, poche righe di cronaca per raccontare la caduta di un muratore dal ponteggio o la mano di un apprendista stritolata in un ingranaggio nell’officina.

L’aggiustamento di una protesi su un paziente (Suva)

Un concentrato di storie

Piccole e grandi storie si incrociano qua dentro. La tragedia di Crans Montana, per esempio, dove parecchi dei sopravvissuti, sono o saranno presto a Bellikon o a Sion per recuperare il massimo possibile le facoltà funzionali di prima. La clinica di Bellikon è, con quella di Sion, una delle due strutture Suva (Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni) specializzate nella riabilitazione medica e nel reinserimento di persone la cui vita è stata spezzata da un infortunio. Sono le uniche cliniche in Svizzera a offrire una riabilitazione completa e altamente specializzata per adolescenti dai 16 anni in su che hanno subito grandi ustioni.

Cerco di tenere a bada la scaramanzia e interiormente faccio gli scongiuri per non dover mai «capitare» qui da paziente. Ma allo stesso tempo, per quello che ho potuto capire visitando la clinica, è proprio qui che vorrei finire se mai dovessi averne bisogno.

Incontro Gianni Roberto Rossi, CEO delle due strutture riabilitative di Bellikon e di Sion, e subito mi chiarisce cosa devo intendere per riabilitazione, a partire dai «grandi ustionati».

«La riabilitazione dei grandi ustionati è un lavoro di squadra: una disciplina olistica, multidisciplinare e multiprofessionale, in cui il paziente è posto al centro», spiega. «A differenza di interventi chirurgici altamente specialistici in ambito somatico acuto, in cui il paziente è passivo – qui il risultato dipende anche dalla sua partecipazione attiva. È parte integrante del processo».

La logica del coinvolgimento del paziente si riflette anche nell’attività infermieristica: «Esatto, l’infermiere riabilitativo non compie un’azione “a senso unico”, ma lavora in un continuo scambio con il paziente, coinvolgendolo nella mobilizzazione e nelle attività quotidiane. Pur non essendo considerate terapie, le cure infermieristiche sono fondamentali nel percorso riabilitativo».

Legami intensi

«Il momento più difficile è la mattina, quando si concentrano dolore, stanchezza e interventi più invasivi, come ad esempio fare la doccia o mettere la crema sulle parti dolenti, un’operazione tutt’altro che semplice o banale», mi spiega Tamara Egloff, infermiera responsabile di un piano della clinica dedicato ai grandi ustionati e quindi in prima linea con quelli provenienti da Crans Montana. «Sul piano umano, l’impatto è forte: i pazienti affrontano trasformazioni profonde del corpo e dell’identità. Pur mantenendo un approccio professionale, si creano legami intensi, soprattutto nei percorsi lunghi. Stamattina ho scambiato un messaggio con un ex paziente ticinese. Per questo è fondamentale anche la “comunità” dei pazienti: chi ha già vissuto esperienze simili aiuta i nuovi arrivati a trovare orientamento e speranza».

Tamara Egloff, infermiera piano ustionati, Bellikon. (C.S.)

L’obiettivo della riabilitazione è recuperare, per quanto possibile, le funzioni compromesse da una malattia o da un infortunio: attività, autonomia e partecipazione alla vita sociale e professionale. «Un ictus, esemplifica Rossi, può causare deficit di linguaggio o di deglutizione a seconda dell’area cerebrale colpita. La riabilitazione si basa su un sistema di cure integrate: il team riabilitativo collabora con l’ospedale per acuti, valutando insieme il momento più adatto per il trasferimento del paziente e garantendo continuità nella presa in carico. Il percorso è continuo, non frammentato».

Traumi cranici e amputazioni

A Bellikon e a Sion, però, accanto alle malattie, vengono trattati anche incidenti con traumi cranici o amputazioni. «L’approccio multidisciplinare mira a riportare il paziente il più vicino possibile alle condizioni precedenti, favorendone il reinserimento familiare, sociale e professionale». Nel percorso di riabilitazione lavorativa, oltre il 95% dei pazienti viene oggi seguito in regime ambulatoriale. La clinica utilizza tecnologie avanzate come sistemi robotici (come dispositivi di sospensione che permettono di camminare in sicurezza) per recuperare il movimento, soprattutto in pazienti amputati o con traumi cranici. Ma sono anche presenti strumenti per il recupero e il rafforzamento muscolare, fondamentali per chi proviene da professioni fisiche come l’edilizia.

Nei piani interrati ecco uno spazio dedicato al training funzionale e al reinserimento professionale, dove si valuta concretamente la capacità del paziente di svolgere attività lavorative. Qui si misura, ad esempio, quanto peso riesce a sollevare o gli si insegna a camminare con una protesi su diversi tipi di terreno, attraverso esercizi che riproducono situazioni reali. C’è una vera e propria «arena del lavoro», un centro in cui vengono simulati mestieri e ambienti professionali: laboratori artigianali, postazioni d’ufficio, tecnologie come la stampa 3D. I pazienti seguono orari regolari, timbrano il cartellino e svolgono attività come in un contesto lavorativo reale.

La prevalenza dei giovani

Un approccio che permette non solo di recuperare capacità fisiche, ma anche di sviluppare competenze nuove, ad esempio in ambito amministrativo, per chi non può più svolgere il proprio lavoro precedente. «Accompagniamo poi i pazienti già stabilizzati sul piano funzionale ma ancora in difficoltà nel rientro al lavoro, attraverso valutazioni, orientamento e, in alcuni casi, riqualificazione professionale».

Anche perché qui i pazienti sono mediamente più giovani rispetto a quelli colpiti da malattie come l’ictus e spesso erano completamente sani prima dell’evento. «Questo – osserva Gianni Rossi – comporta, in generale, maggiori possibilità di recupero, ma richiede anche strutture e percorsi adeguati a degenze più lunghe e bisogni diversi». È essenziale affrontare anche il trauma psicologico: per questo nel team sono presenti psicologi e psichiatri.

Nel caso dei grandi ustionati emergono ulteriori complessità. «Mi ripeto, l’impatto psicologico è particolarmente intenso. La cura delle ferite richiede interventi altamente specializzati e ritmi di lavoro specifici. Le attività riabilitative, per esempio, devono adattarsi ai tempi delle medicazioni e dei trattamenti cutanei, influendo sull’intera organizzazione della clinica. A ciò si aggiungono possibili amputazioni e percorsi molto lunghi, che coinvolgono numerosi professionisti: medici riabilitatori, chirurghi plastici, infermieri, fisioterapisti, ergoterapisti, psicologi e psichiatri, appunto».

Protesi e ortesi

Gianni Rossi ci accompagna a questo punto davanti a una vetrina dove sono esposti modelli di arti artificiali: gambe, braccia, mani, piedi. Sorpresa, li costruiscono in loco: «Siamo tra le poche cliniche in Svizzera a disporre internamente di un servizio di tecnologia ortopedica e protesica. Progettiamo e realizziamo direttamente nei nostri due centri, protesi, arti artificiali e supporti personalizzati. È un valore aggiunto importante, perché consente rapidità, adattamenti continui e una presa in carico completa». In uno di questi laboratori salutiamo un tecnico che sta ritoccando una fascia femorale in carbonio.

Il cuore di questo lavoro è la consulenza: ogni protesi è progettata in base alle esigenze del paziente, che variano a seconda della professione e dello stile di vita. La realizzazione è artigianale e altamente personalizzata: si parte dal calco del moncone in gesso, da cui si crea un primo modello, poi progressivamente perfezionato fino alla versione definitiva, spesso in materiali come il carbonio, appunto.

Rinascere con lo sport

E poi c’è la medicina dello sport, perché molti pazienti giovani, anche dopo amputazioni gravi, trovano nello sport una via di reinserimento e di riscatto personale. «Seguiamo casi di persone che, dopo incidenti drammatici, sono diventate atleti di alto livello nello sci o nel ciclismo paralimpico».

L’area di medicina dello sport è riconosciuta da Swiss Olympic, ed è accessibile sia ad atleti con disabilità (sport paralimpici) sia a sportivi normodotati. La dottoressa che dirige Medicina dello Sport e Riabilitazione a Bellikon Marion Grögli, ci spiega che non è tanto un centro che «riceve» pazienti dall’esterno, quanto uno spazio dove i pazienti già in riabilitazione possono vedere e sperimentare percorsi sportivi avanzati. «Il reparto è dotato di macchinari altamente specializzati, utilizzati sia per la terapia sia per i test funzionali». Questi strumenti permettono di lavorare su forza, equilibrio e mobilità anche in pazienti con gravi limitazioni, ad esempio quando non riescono ancora a muovere bene le gambe. Alcune apparecchiature funzionano anche come sistemi di valutazione, consentendo di misurare i progressi nel tempo. Spesso gli esercizi assumono una dimensione quasi ludica, pur restando impegnativi. Me ne fanno testare uno: in piedi sopra una pedana semovente devo spostare il peso del corpo in modo da sospingere una pallina dentro un percorso di buche.

Le vittime del tempo libero

Negli ultimi anni è cambiata anche la natura degli infortuni: grazie alla prevenzione sono diminuiti quelli professionali, ma sono aumentati quelli nel tempo libero, spesso legati a sport come la bicicletta o la mountain bike elettrica. «In questo contesto, il sistema assicurativo incentiva fortemente la riabilitazione, perché un buon recupero funzionale riduce il bisogno di rendite a lungo termine: un interesse che coincide con quello del paziente».

A Bellikon, durante la settimana i pazienti presi in carico in regime di riabilitazione ambulatoriale (clinica diurna) seguono le terapie e i trattamenti in clinica e possono rientrare in camera tra una sessione e l’altra, evitando spostamenti faticosi. Le 55 stanze servono soprattutto per il riposo e per il pernottamento, mentre le attività si svolgono negli spazi dedicati. Nel fine settimana questi pazienti tornano a casa, favorendo autonomia e reintegrazione nella vita quotidiana e sociale.

Il tour è finito, e mi gira un po’ la testa. Torno sopra, in terrazza, all’aria aperta. Avvisto altri ospiti che chiacchierano tra di loro. Ritrovo il ragazzo di prima: sta ancora scrutando l’orizzonte. Forse sta guardando il proprio futuro.

Bellikon e Sion sono le cliniche Suva che possono occuparsi di tutte le fasi della cura degli ustionati

L’emergenza a Crans Montana

È vero che la riabilitazione arriva dopo le cure di immediato soccorso, ma in un caso come il rogo di Crans Montana, la macchina deve partire subito. La mattina dell’evento, il 1° gennaio, dopo aver appreso della tragedia, Gianni Rossi ha pensato subito al sostegno degli ospedali per acuti. «Alle 7.30 ho contattato i responsabili sanitari del Vallese offrendo disponibilità a liberare posti e accogliere pazienti, anche non tipicamente riabilitativi, per alleggerire la pressione sugli ospedali. Le nostre strutture possono contare su alcuni dei migliori specialisti per il trattamento dei grandi ustionati».

Contestualmente ha convocato una riunione d’urgenza con i comitati di direzione delle cliniche di Sion e Bellikon, avviando una valutazione delle risorse disponibili e dei possibili scenari. Ha poi avviato un dialogo con le autorità cantonali, la Suva e i partner sanitari, dichiarando la piena disponibilità ad accogliere tutti i pazienti domiciliati in Svizzera bisognosi di riabilitazione specialistica.

È stato mobilitato personale già formato e si è accelerato l’inserimento di nuove risorse. Parallelamente Rossi ha partecipato a una task force nazionale con cantoni, ospedali universitari e autorità federali per coordinare il rientro dei feriti, il triage e la continuità delle cure.

I primi pazienti, con ustioni meno gravi, sono arrivati già in gennaio (ustioni su tutto il corpo al di sotto del 20%); nei mesi successivi sono seguite ondate di casi sempre più complessi, con percorsi riabilitativi lunghi anche oltre un anno. L’ultima ondata di feriti, quelli con ustioni al di sopra del 70% ha preso avvio nelle ultime settimane e proseguirà nei prossimi mesi. «L’obiettivo era coordinamento, discrezione mediatica e attenzione anche ai familiari, mantenendo come priorità la qualità della presa in carico più che la visibilità o gli aspetti economici». Attualmente i pazienti ricoverati per ustioni nelle due cliniche Suva sono 10, si prevede che ne arrivino altri 13 prossimamente, mentre quelli già dimessi sono 17.