Un volume collettaneo aiuta a capire come si sono sviluppati e come si manifestano gli squilibri e la povertà in Svizzera e in Ticino
In una società ideale tutti gli individui hanno le stesse opportunità di crescita e sviluppo personale. Ovviamente la società ideale non esiste né qui né altrove. Ma l’ideale rimane qualcosa a cui tendere. Come? Innanzitutto conoscendo e capendo ciò che non funziona. Ne sono convinti gli autori del volume Le disuguaglianze in una società del benessere, da poco pubblicato dall’editore Dadò, il cui sottotitolo «una questione cruciale per la Svizzera e il Ticino » suggerisce anche una certa urgenza della questione.
Il volume collettaneo si propone, come scrive il curatore Spartaco Greppi nell’introduzione, «di fare il punto della situazione con l’aiuto di esperti ed esperte del settore, offrendo una panoramica ampia e documentata, ma accessibile anche a un pubblico non specialistico». Le disuguaglianze stanno riprendendo vigore in Svizzera e sono un fenomeno al plurale, multiforme, affrontato nel volume con un approccio multidisciplinare che va dalla statistica alla sociologia, dal diritto alle questioni di genere. Perché le disuguaglianze non si misurano solo economicamente, la loro natura affonda in modo più profondo nella società creando effetti di esclusione, vulnerabilità e frustrazione. Ne abbiamo parlato con Spartaco Greppi, ricercatore del Centro competenze lavoro, welfare e società (CLWS) della SUPSI.
Professor Greppi, quando si parla di disuguaglianze si pensa subito alla povertà , ma questo è solo un aspetto, le disuguaglianze in una società sono più complesse da cogliere e non sono sinonimo di povertà , ci spiega perché?
Sì, sono due concetti diversi, certamente correlati ma non vi è una vera e propria sovrapposizione. La povertà indica di solito una soglia di reddito e di patrimonio al di sotto della quale si è considerati appunto poveri, stiamo parlando in termini materiali. Poi sappiamo che vi sono forme di povertà che vanno oltre a quella materiale, ad esempio una povertà di formazione, di rete sociale, di capacità di esprimere una determinata e legittima aspettativa di vita. Le disuguaglianze sono un’altra cosa, misurano anch’esse una distanza tra persone o tra gruppi di persone in termini certamente di reddito e di ricchezza, ma anche in termini di accesso a determinati servizi, di dotazioni o di risorse culturali. Quello che emerge, ed è anche un po’ il senso del libro collettaneo, è che un conto sono le disuguaglianze tra persone, che ci sono e occorre pensare come superarle o attenuarle, un altro è quando le disuguaglianze toccano la capacità di essere cittadini. È qui che le disuguaglianze diventano gravi, portatrici di problemi che vanno ben oltre la condizione del singolo o di singoli gruppi.
Secondo voi in Svizzera nel dibattito pubblico e politico si parla troppo poco di disuguaglianze?
Sì, se ne parla ancora troppo poco, non c’è una vera consapevolezza del fenomeno. Da tanti anni si parla di povertà , soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta con studi a livello federale e cantonale, tanto è vero che oggi c’è una politica federale di lotta alla povertà coordinata e gestita dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali. Vi è dunque consapevolezza delle difficoltà della popolazione o di alcuni gruppi di popolazione. Si parla ancora poco invece delle disuguaglianze, che nel nostro Paese sono in crescita dopo che per anni sono state contenute dalle politiche di welfare, dalle politiche sociali e di intervento pubblico. Soprattutto a partire dagli anni 2000 assistiamo a una recrudescenza del fenomeno, parallelamente si registra anche una crescita della povertà .
La pandemia ha avuto un’influenza?
Sì, la pandemia è stata in qualche modo determinante, ha accelerato la crescita della povertà e delle disuguaglianze, ha agito da catalizzatore, ha svelato un problema che era in parte nascosto o comunque latente. L’indice di questo svelarsi, come forse tutti ricordano, sono state quelle lunghe fila d’attesa davanti ai banchi alimentari. E da allora il fenomeno è in crescita, cioè aumentano le persone che frequentano non solo i banchi alimentari ma anche tutte quelle associazioni e fondazioni che erogano degli aiuti puntuali che permettono di superare un momento di difficoltà , come ad esempio spese impreviste in ambito sanitario. Dalla pandemia le cose non sono migliorate anzi stanno peggiorando.

Lei nel suo saggio definisce le disuguaglianze come strutturali in Svizzera e in Ticino, che cosa significa?
Strutturale si oppone a contingente, congiunturale o temporaneo. Le disuguaglianze e la povertà sono fenomeni che tendono a persistere nel tempo e a resistere all’andamento economico, cioè alla congiuntura economica. Questo perché sono il riflesso di un modello economico. Strutturali significa dunque persistenti e consolidate, che si riproducono nel tempo a prescindere dalla capacità del sistema economico di produrre benessere. Benessere che, ahimè, non viene ridistribuito in maniera equa. Le disuguaglianze sono tenaci e perniciose, e quando non si curano a fondo operando sulle cause tendono a riprodursi attraverso l’eredità , si trasmettono di generazione in generazione.
Il fatto che le disuguaglianze persistano nella nostra società , anzi peggiorino, significa che le politiche adottate finora per mitigarle non sono state efficaci?
Diciamo che sono state relativamente efficaci durante un periodo più o meno lungo, ma quello che oggi si constata è un certo disimpegno dello Stato nel lottare contro questi fenomeni. La nostra è una società sempre meno redistributiva. Occorre dunque pensare non soltanto al breve termine, cioè intervenire a favore delle persone che sono in condizione di povertà o di disuguaglianza estrema e conclamata con delle politiche adeguate nel campo delle prestazioni sociali a vari livelli, ma occorre anche pensare seriamente ad adottare delle politiche di investimento, pubbliche, sociali, formative e anche economiche nel medio-lungo termine. Chiaramente questo significa dotare lo Stato delle risorse adeguate per affrontare in maniera efficace le sfide in questione.
A suo avviso da dove iniziare? Dal lavoro? Dalla formazione?
Prioritario è sicuramente il lavoro, che deve essere remunerativo per chi lo esercita e qui penso ai tanti working poor, cioè i lavoratori poveri. Ma le disuguaglianze nel mercato del lavoro non si esprimono solo in termini salariali, si declinano anche in termini di nazionalità , genere e condizioni contrattuali. Certamente il mondo del lavoro è un campo da considerare come pure quello della formazione che richiede degli investimenti pensati nel medio-lungo termine. Considerando però che c’è urgenza e molta sofferenza, è necessario anche intervenire con delle misure serie per alleviare questa sofferenza alla quale sono esposte sempre più persone. Penso a chi fatica ad arrivare alla fine del mese, a sostenere i costi dell’alloggio, delle cure sanitarie o dei beni essenziali. Al tempo stesso, occorre creare le condizioni affinché le persone possano mantenere e sviluppare le proprie reti sociali, amicali e associative, che rappresentano una risorsa fondamentale contro l’isolamento e l’esclusione sociale. E poi aggiungerei, ma questa è un po’ una chiosa, occorre ricominciare, come si faceva un tempo, a ripensare il nostro modello di sviluppo che continua a produrre disuguaglianze e povertà . Un modello di sviluppo che ormai possiamo definire fallimentare.
