L’arte dell’equilibrio lungo le «i» faticose

by azione azione
22 Maggio 2026

Taccuino sportivo: reportage dalla tappa ticinese: da Bellinzona a Carì sul percorso del Giro d’Italia

In vista della sedicesima tappa del Giro d’Italia 2026, in programma martedì 26 maggio da Bellinzona a Carì, abbiamo chiesto allo scrittore e nostro collaboratore Andrea Fazioli di salire in sella e anticipare la corsa a modo suo. Ne è nato un reportage letterario in presa diretta che porta il lettore lungo le rampe leventinesi, immaginando la fatica, il respiro, i pensieri e le visioni che accompagneranno i corridori nel giorno della gara. Un viaggio dentro il paesaggio, ma anche dentro il tempo, la memoria e quell’arte precaria dell’equilibrio che ogni ciclista conosce.

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Sento un dolore al ginocchio.

Forse sarei dovuto restare a casa? Provo il percorso della sedicesima tappa del Giro d’Italia di martedì 26 maggio, da Bellinzona a Carì. Sono pronto e allenato, ma purtroppo da qualche giorno il ginocchio ha deciso di scioperare.

Sei solo un ginocchio, gli dico. Non puoi prendere il controllo.

Ginocchio: «Non posso? Voglio vedere come te la cavi senza di me…».

Io: «Ho un altro ginocchio».

G.: «Quello è il sinistro. Non c’è da fidarsi».

Io: «Sei irrispettoso. E comunque il resto funziona: gambe, cuore, polmoni»

G.: «E la testa?»

Io: «La testa? Cosa ne sai tu, che sei un ginocchio?»

Lui non risponde, ma ormai ha seminato il dubbio. Ci penso mentre mi vesto, mentre infilo le barrette e il taccuino in tasca, poi mentre parto da Bellinzona.

Per un professionista questa è una tappa come tante. Una «frazione brevissima di soli 113 chilometri», con tremila metri di dislivello, che «potrebbe far male a chi non ha recuperato nel giorno di riposo» (La guida del Giro, «Bicisport», maggio 2026). Per me, invece, diventa metafora di altro: ferita, ricerca, speranza. Troppe cose, direbbe il mio ginocchio. Pensa a pedalare e basta.

Con un ginocchio in sciopero, pedalare in salita significa mettere in equilibrio  corpo, pensiero e paesaggio

Abito a Bellinzona e trascorro le estati a Rossura, vicino a Carì. Percorro queste strade in bici dall’età di quindici anni e oggi sono ancora qui, con la mia fida BMC bianca. «Bicisport» avvisa che «nel finale si sale su in modo “secco”». Apprezzo la concretezza del verbo pronominale «salire su», che rende il tutto più impervio, ma non ho bisogno di spiegazioni. Anche perché la salita più dura non sarà una faccenda di muscoli, bensì di memoria. Che ne è stato dell’Andrea quindicenne, dei suoi stupori e dei suoi sogni ostinati? Per fortuna le domande svaniscono come fantasmi dopo i primi chilometri. Ecco l’utilità della bicicletta: è uno strumento per trovare l’equilibrio. Ogni tanto me ne dimentico, ma è evidente. Senza equilibrio, come facciamo ad avanzare? E senza avanzare, come facciamo a stare in equilibrio?

A differenza dei professionisti, seguo le vie secondarie in mezzo ai campi. Oltrepasso Claro, Cresciano, Osogna. Il ginocchio tace e io mi concentro nel puro gesto della pedalata. È un pomeriggio nuvoloso. Non sono io a portare la bici, mi limito ad assecondarne il movimento, come se fosse un cavallo, un mustang selvaggio nella prateria. Senza esagerare, che poi il ginocchio brontola.

La tappa prevede un circuito in valle di Blenio per poi tornare a Biasca e proseguire lungo la Leventina. È un percorso che di solito faccio al contrario, salendo verso Leontica prima di scendere a Ponto Valentino. Stavolta invece imbocco la via che porta al Lucomagno. Sono strade diritte, poco pendenti.

Pedalando a Ponto Valentino (Maria Foletti e Giacomo Fazioli)

Una parte della mia attenzione è rivolta alla guida. Un’altra è immersa nel mondo: il vento che soffia da nord, il verde delle montagne, lo scintillio dei vetri alle finestre. L’autore francese Paul Fourniel lo riassume bene: «Essere nel paesaggio, nel suo calore, nella pioggia, nel vento, significa vederlo con altri occhi, assorbirlo in modo istintivo e profondo». Afferro al volo qualche dettaglio: lo sguardo di una mucca, l’odore del fieno, il frullare delle ali di un codirosso o una frase in dialetto al tavolino di un’osteria. Osservo a lungo il triangolo appuntito del pizzo Sosto. «L’occhio deve andare all’essenziale, stare all’erta se vuole cogliere un aneddoto, un po’ di bellezza fuggitiva, di fascino passeggero» (P. Fourniel, Io e la bicicletta, alvento, 2023).

(Maria Foletti e Giacomo Fazioli)

La bellezza è sempre «fuggitiva». Ecco perché il viaggio è anche una ferita: la strada mi riconduce all’infanzia, a ciò che ne rimane. Il sentimento del tempo mi accompagna nella salita verso Leontica, nella ricerca di un ritmo, di una costante. Lo diceva già Frances Willard nel 1895: si tratta di «sviluppare un equilibrio di pensiero e azione». Questa pioniera sapeva ancora meravigliarsi a cinquant’anni del fatto che il piccolo prodigio di acciaio (nel suo caso) o di carbonio (nel mio) non rovinasse al suolo. Dopo avere imparato a pedalare con grandi sforzi, Willard riconobbe che il velocipede è «il mezzo più straordinario, ingegnoso e ispiratore che sia mai stato concepito su questo pianeta» (in Dell’andare in bicicletta e altre divagazioni, a cura di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, ediciclo, 2020).

(Maria Foletti e Giacomo Fazioli)

Le vocali si fanno acute: sono in arrivo le «i» faticose di Giornico, di Faido, di Carì (con il respiro mozzato!). Sull’ultimo tratto della Biaschina mi alzo sui pedali, poi mi fermo per un momento sotto il cavalcavia. Mi viene in mente, in tutt’altro contesto, un personaggio strambo di Gesualdo Bufalino. Si chiamava Biagio Re. Alto, dinoccolato, lo sguardo un po’ fisso, chiedeva a tutti: «“Comu tieninu i palazzi?” («Come fanno i palazzi a stare in piedi?»), turbato da questa poco credibile cosa: che solo essi durassero in piedi in un universo così visibilmente destinato a tremare, a spaccarsi, a scoscendere». Una sera di festa fu sorpreso «tra la folla, mentre guardava, trasecolato, a dieci metri dal suolo, un acrobata volteggiare in bicicletta lungo un invisibile filo sospeso» (in Museo d’ombre, Sellerio, 1982).

Anch’io mi sento un acrobata. Ho l’impressione che il filo sospeso del presente mi mantenga fedele a ciò che sono, a ciò che divento. La mente abbandona i pensieri: esiste solo il moto circolare delle gambe, della catena, delle ruote. Dopo Faido sono a casa. Conosco ogni metro di questa ascesa, che da ragazzi chiamavamo «il drago». Qualunque uscita si facesse, al San Gottardo, al Passo della Novena, prima di rientrare a Rossura bisognava arrampicarsi ancora lungo gli ultimi chilometri. Per tornare a casa devi sconfiggere il drago: è così da sempre. Al bivio sopra Faido andavamo a destra; oggi invece vado a sinistra, verso Calpiogna e i tornanti che portano a Carì.

(Maria Foletti e Giacomo Fazioli)

Immagino la folla nel giorno della gara, i ciclisti che salgono al doppio della mia velocità. Il boato. Chissà se dopo si ricorderanno del loro transito fulmineo. Forse no. A me invece sembra di conoscere uno per uno pure i denti di leone a bordo strada. Quante volte sono passato di qui con mio fratello, in silenzio, come se pedalassi di fianco a un altro me stesso. Ma non ha senso contarle: in bici si è sempre quello che il poeta Mario Luzi definiva un «estremo principiante». Da un anfratto della memoria mi arrivano alcuni suoi versi (si vede che ho un calo di zuccheri): «Il termine, la vetta / di quella scoscesa serpentina / ecco, si approssimava, / ormai era vicina». Immaginare l’arrivo «già era beatitudine / concessa / più che al suo desiderio al suo tormento. / Sì, l’immensità, la luce / ma quiete vera ci sarebbe stata?» (Lasciami, non trattenermi, Garzanti, 2009).

G.: «Temo che dovrai rinunciare alla quiete».

Io: «Grazie».

G.: «Per non parlare dell’“immensità” e della “luce”».

Io: «…»

G.: «Ti ricordi che alla fine c’è il pezzo più duro?»

Come potrei dimenticarlo? Tutto cambia e tutto è come sempre: le cappelle votive, il bosco di pini. Il tratto dove spiana e poi di nuovo la strada ripida, il distributore di formaggio, la fontana di Molare. Sull’asfalto, qualche vecchia scritta: il nome di Gino Mäder, giovane talento morto a 23 anni nel 2023; quello di Ferdi Kübler, un campione svizzero che gareggiò fra il 1940 e il 1954. Lontano, il passaggio di un falco. Un gruppo di capre si volta all’unisono, come per salutarmi. Infine, l’ultimo strappo.

Sono arrivato? Non lo so nemmeno io.

Non so se stia scrivendo, se stia ancora pedalando o se, per qualche miracolo letterario-ciclistico, stia facendo le due cose insieme. Ma so che sono qui, ora, in equilibrio. Né prima, né dopo: al momento giusto.