Armatura e prigione: l’illusione del corpo perfetto

by azione azione
20 Maggio 2026

Filosofia del sudore: nella New York degli anni Ottanta, l’intellettuale Simon Wilson Fussell si trasforma in un temibile bodybuilder

Loïc Wacquant, il sociologo francese autore di Anima e corpo. La fabbrica dei pugili nel ghetto nero americano (DeriveApprodi, 2002) di cui abbiamo scritto nell’ultima puntata di questa rubrica («Azione», 22 aprile), e l’americano Simon Wilson Fussell, autore di Muscle: Confessions of an Unlikely Bodybuilder (Open Road, 1991), un’autobiografia sui generis di cui parliamo in questo contributo, hanno diverse cose in comune. A un’età non più giovanissima, ma ancora nel pieno della loro forma fisica, varcano per la prima volta la soglia di una palestra per praticare uno sport rispetto a cui sono dei perfetti novizi e che, convenzionalmente, è considerato da duri: Wacquant la boxe, Fussell il bodybuilding.

Il sogno del corpo perfetto può trasformarsi progressivamente in una spirale di ossessione, disciplina e fragilità

Per un periodo di tre e, rispettivamente, quattro anni, vivranno un’esperienza immersiva totale, trasformando la loro nuova disciplina in un impegno quotidiano fatto di allenamenti estenuanti, rinunce, e tanta, tanta disciplina. Entrambi abbandonano la vita relativamente comoda dell’intellettuale per praticare uno sport in cui è il corpo, e non la mente, ad essere continuamente sollecitato. Se si allontanano dai luoghi in cui sono cresciuti per vivere in un contesto metropolitano complesso e non sempre ospitale – almeno fintanto che non se ne conoscono le regole – non è per capriccio, ma per un’esigenza comune: quella di integrarsi, di sentirsi a proprio agio in un ambiente, il ghetto di Chicago e la città di New York, che ancora non padroneggiano.

In realtà, però, le motivazioni profonde per cui ciascuno intraprende la propria avventura sportiva divergono. Wacquant si dà alla boxe perché vuole avvicinarsi, fino a confondersi, con le persone che vivono nel ghetto, con quella comunità e quell’umanità che vuole conoscere appieno, per poi scriverne nella sua tesi di dottorato. Fussell, al contrario, ubbidisce a un movimento opposto. Vive a New York e lavora nell’editoria, ma ha l’impressione di essere fin troppo dentro la giungla metropolitana. Si sente intrappolato, e avverte il bisogno impellente di stabilire una distanza rassicurante fra lui e quella sterminata città.

Forse oggi Simon Fussell sarebbe un professore universitario di letteratura inglese, se non avesse passato quattro anni della sua vita a sollevare pesi come un ossesso, prima a New York, e poi in California. Figlio di professori universitari di letteratura e dall’aspetto gracile come si addice agli uomini di lettere, approda a New York subito dopo la laurea all’Università di Oxford e nulla, a quel punto, lascia presagire un futuro nel mondo del bodybuilding.

Simon Fussell pur raccontando di steroidie rabbia evita il mito eroico del culturista e costruisceil ritratto di un outsider

A New York però qualcosa si inceppa, Simon si sente in pericolo, intimidito dai rischi che si annidano a ogni angolo buio della metropoli caotica. Ne parla con gli amici, che gli raccontano qualche loro disavventura e provano a rassicurarlo, a sdrammatizzare. Ma per Simon non basta riderci sopra, lui l’insicurezza ormai l’ha somatizzata, e neanche fra le quattro mura domestiche si sente al sicuro. Non dorme la notte perché crede che il pericolo sia in agguato.

Come confessa nell’introduzione di Muscle: Confessions of an Unlikely Bodybuilder: «I miei giorni a New York li trascorrevo correndo per le strade della città con gli occhi sgranati dalla paura, mentre le notti le passavo rinchiuso nel bagno del mio appartamento in affitto, in preda al terrore. La porta chiusa a tripla mandata, le finestre inchiodate, le tende, inutile dirlo, tirate. […] Intrappolato in questo incubo, avevo bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa, per garantire la mia sicurezza».

Conquistata l’indipendenza finanziaria, di tornare in famiglia Simon non ne ha voglia, ma se vuole continuare a vivere a New York deve trovare una via d’uscita. Gli amici gli consigliano di aggregarsi a un gruppo di lettura o di provare qualche tecnica di rilassamento, nulla che però lo convinca veramente. Ci sarebbe anche un gruppo che il sabato si ritrova a Washington Square per giocare a scacchi, ma anche quest’idea ha vita breve.

Demoralizzato, Simon cerca rifugio in uno dei pochi luoghi dove ancora si sente al sicuro: una libreria, possibilmente grande e ben fornita. E, passeggiando lungo lo scaffale delle autobiografie, gli capita sotto gli occhi il libro che gli cambierà la vita, Arnold: The Education of a Bodybuilder (L’educazione del bodybuilder. La storia di Arnold) del celebre bodybuilder e attore cinematografico Arnold Schwarzenegger. E lì qualcosa si sblocca: «E se mi trasformassi in un cartellone pubblicitario ambulante che trasuda invulnerabilità, proprio come Arnold?», si chiede Simon. Sì, perché no? In fondo, conclude lì per lì, «non varrebbe forse la pena sopportare qualche ora al giorno di sofferenza privata in cambio di una vita di sicurezza pubblica?».

Ora dalla teoria bisogna passare alla pratica. A 26 anni Fussell si iscrive alla palestra della YMCA, avviando una trasformazione radicale. Nel giro di quattro anni, tra allenamenti intensivi, integratori proteici e uso di steroidi, il suo corpo cambia drasticamente, con il duro allenamento i suoi muscoli si ingrossano a dismisura. Con quaranta chili di muscoli in più arrivano anche le prime competizioni di culturismo. Ma dietro l’apparente successo, tuttavia, si nasconde una realtà più complessa. Nonostante una fisicità imponente, Fussell si sente più fragile che mai. Il regime estremo cui si sottopone per gareggiare e ambire a un piazzamento lo porta verso una condizione di estrema labilità fisica e mentale, segnata da stanchezza, nausea e improvvisi e incontrollati scatti d’ira legati all’uso di sostanze.

Fussell, raccontando in prima persona la propria odissea, offre uno sguardo diretto e spesso ironico su un ambiente dominato dall’ossessione per la perfezione fisica. Tra palestre e competizioni nella cosiddetta Iron Mecca (mecca del ferro) della California meridionale – dove l’autore si trasferisce per perfezionare i suoi allenamenti – Fussell descrive un universo in cui molti sacrificano equilibrio, salute e identità pur di inseguire un ideale di gloria. Tanto da trasformare il suo mémoire personale in una testimonianza storica dell’ascesa del bodybuilding nell’America degli anni Ottanta, ma soprattutto mettendo in evidenza il compimento di un paradosso.

Il paradosso è che proprio votandosi al culturismo, abbandonando il mondo dell’editoria e rinunciando, in qualche modo, al suo habitus intellettuale a favore del nuovo ethos dell’acciaio, Samuel Fussell è riuscito a lasciare un segno, consegnando alle stampe un contributo saggistico significativo e importante, una sorta di trattato di sociologia incarnata.