Cannes: il regista de Il signore degli anelli ripercorre 40 anni di cinema
C’è qualcosa di irresistibilmente infantile e contagioso in Peter Jackson, protagonista nella prima parte della rassegna del Festival del film di Cannes. Forse sono i capelli arruffati che sembrano sfidare la gravità , forse quell’aria da eterno ragazzo cresciuto tra mostri, modellini e sogni impossibili. O forse il fatto che, anche davanti a più di mille persone riunite per celebrarlo, continui a parlare di cinema con l’entusiasmo di chi si stupisce ancora.
Il Festival gli ha reso omaggio con una Palma d’onore consegnata dal suo «Frodo», Elijah Wood, e con una masterclass-fiume in cui Jackson ha attraversato quarant’anni di carriera passando con naturalezza da Tolkien ai Beatles, da King Kong a Tintin, senza mai perdere il gusto dell’aneddoto e dell’autoironia: «Il mio rapporto con Cannes è molto lungo e particolare», racconta ridendo. «La prima volta, negli anni Novanta, non mi lasciarono entrare alle proiezioni perché avevo i pantaloncini». Un inizio poco glamour per quello che sarebbe diventato uno dei cineasti più influenti del cinema contemporaneo.
E proprio parlando degli inizi, Jackson ha difeso il valore formativo del cinema di genere. Horror e fantascienza, secondo lui, sono una palestra perfetta per i giovani registi: obbligano a usare l’immaginazione e permettono di creare mondi enormi anche con pochi mezzi. Lui lo sa bene: il suo folle e artigianale Bad Taste arrivò proprio al mercato del Festival nel tentativo disperato di trovare una distribuzione.
Poi il racconto si fa quasi romantico quando torna al suo primo amore: King Kong. «Lo vidi a otto anni. Fu un colpo di fulmine. Mi cambiò la vita e capii che volevo fare qualcosa del genere». Da lì le prime riprese casalinghe in Super 8, fino al cerchio che si chiude nel 2005 con il remake del kolossal che lo aveva fatto sognare da bambino. Nel frattempo, Jackson era già diventato un autore capace di lanciare talenti: con Creature del cielo aveva rivelato al mondo Kate Winslet e Melanie Lynskey. Ma naturalmente è con Il Signore degli Anelli che il regista neozelandese è entrato nella leggenda.
«Quei tre film non li rivedo da vent’anni – ammette – ma ne sono molto orgoglioso». L’idea nacque anche per non disperdere il patrimonio tecnico costruito dopo The Frighteners: una compagnia di effetti speciali appena fondata, un know-how straordinario da sfruttare ancora e l’ambizione quasi folle di adattare Il Signore degli Anelli. Ottenere i diritti fu complicatissimo. Realizzarlo ancora di più: duecentosessantasei giorni di riprese spalmati su due anni, una produzione gigantesca mai tentata prima in Nuova Zelanda e una troupe che lavorava sospesa tra incoscienza e genialità . «Eravamo coraggiosi, ingenui… e, quando non sapevo come risolvere un problema, rubavo le idee ai miei collaboratori», scherza ancora. Fondamentale, ricorda, fu anche l’energia di Elijah Wood: «Ogni mattina arrivava sul set pieno di allegria. Mi dava una carica incredibile».
Tra i progetti più amati degli ultimi anni c’è anche The Beatles: Get Back. Jackson racconta di aver voluto demolire il cliché dei Beatles eternamente litigiosi. Per farlo si è immerso in 65 ore di materiali, molti dei quali inediti. «Mi sono divertito moltissimo. Erano quattro ragazzi che scherzavano continuamente mentre creavano Let It Be». A quanto pare, il documentario ha persino cambiato il ricordo che Paul McCartney aveva di quel periodo. E poi c’è quell’aneddoto meraviglioso che sembra scritto dal destino: nel 1967 i Beatles avevano tentato di portare i libri di Tolkien al cinema, sognando addirittura Stanley Kubrick alla regia. Il progetto naufragò, ma decenni dopo sarebbe stato proprio Jackson a realizzare quell’universo immaginario.
Caccia a Gollum
Il futuro, intanto, è ancora pieno di mondi da esplorare. Jackson ha terminato le riprese di The Hunt for Gollum, spin-off ambientato nella Terra di Mezzo. Sta anche lavorando al sequel del film di Steven Spielberg dedicato a Tintin: «Lo sto scrivendo anche qui, in albergo – racconta – ma non sono ancora sicuro della storia».
