Il caffè dei genitori La specialista Vera Gheno: hanno bisogno di rompere con le generazioni precedenti anche col linguaggio
Ammettiamolo: c’è da uscirne matti. Chi segue la rubrica Le parole dei figli, ogni mese sempre su «Azione», lo sa: i Gen Z, e persino gli Alpha, stanno creando una nuova lingua che può capire solo chi passa ore al giorno a scrollare su TikTok. È un dato di fatto: i giovani parlano in uno slang che appartiene ai chronically online.
Sappiamo che la costruzione dell’identità giovanile passa anche dalle parole. Da qui arriva la convinzione che, per tentare di comprendere cosa frulla nel cervello di un adolescente, dobbiamo capire il suo linguaggio. Ora la questione che vogliamo affrontare, però, è più profonda: perché – ci domandiamo – i giovani sentono il bisogno di parlare in slang?
Ci rivolgiamo a Vera Gheno, sociolinguista che ha collaborato per vent’anni con l’Accademia della Crusca, che spiega: «Il tentativo dei giovani di crearsi un’identità passa anche dall’avere una personalità linguistica. E l’identità che i giovani cercano di costruirsi non può prescindere da due aspetti: 1) la rottura con le generazioni precedenti persino attraverso il linguaggio; 2) il senso di appartenenza al gruppo usando gli stessi termini. Non farsi capire dagli adulti, dunque, è parte del gioco: “Non sono come i miei genitori, e parlo anche diversamente. I miei amici mi capiscono”».
Il meccanismo non è nuovo. Tre generazioni diverse, tutte in ribellione con gli adulti, esprimono gli stessi concetti in modi differenti. Il giovane Holden (1951) di J.D. Salinger, nella storica traduzione italiana di Adriana Motti, dà voce per la prima volta all’insofferenza adolescenziale con un linguaggio antiautoritario e irrispettoso. Negli anni Ottanta, i paninari creano una vera e propria sottocultura giovanile, che nasce a Milano e poi si diffonde in tutta Italia, caratterizzata da un’ossessione per l’apparenza e da un gergo in codice. Nel 1994, Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi racconta l’adolescenza bolognese degli anni Novanta, dove i termini utilizzati sono un tutt’uno con il rifiuto del conformismo borghese.
Prendiamo il concetto di una persona in là con gli anni. Ne Il giovane Holden, il protagonista descrive il preside Thurmer con l’espressione «marpione sfessato», un termine che rende perfettamente l’idea di un individuo vecchio e viscido. Per i paninari degli anni Ottanta chi è anziano è banalmente un «arterio». In Jack Frusciante è uscito dal gruppo, invece, troviamo i «poser sfigati che vanno in giro a comportarsi da fatturioni».
C’è da far capire immediatamente che qualcosa è brutto? Quando Holden deve parlare del suo passato, lo liquida così: «Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa». I paninari, per indicare una situazione deprimente usano la parola «squallor»: «L’andazzo oggi è uno squallor». Il protagonista di Jack Frusciante, Alex, per descrivere il suo grigiore esistenziale, la noia e l’abbattimento quotidiano, usa costantemente il termine «skazzato» (scritto rigorosamente con la k).
Al contrario, di fronte a qualcosa che colpisce e che lascia senza parole, Holden ammette che il racconto scritto dal fratello è «una cosa da lasciarti secco». Nel gergo paninaro, il massimo del piacere, del godimento o dell’eccitazione è una «libidine». In Jack Frusciante, un’esperienza intensa come i sabato sera in macchina fino a Riccione è «strong».
Del resto il linguaggio tipico dei giovani esiste dai tempi che furono. Alla domanda su quando abbia avuto inizio, il docente di Storia della lingua italiana Gianluca Lauta su Treccani si sbilancia: «Qualcuno risponde che un inizio non c’è, perché un lessico dei giovani esiste da sempre. In realtà nel Teeteto di Platone (146a), Socrate sfida i suoi allievi a fornire una definizione di scienza: “Che ne dite voi? E chi di voi parlerà per primo? E chi sbaglia e chi via via sbaglierà si metterà a sedere, asino, come dicono i ragazzi che giocano a palla”. Dunque asino (), usato nel senso di “perdente in un gioco con la palla”, era un’espressione dei ragazzi ateniesi, la più antica forma di linguaggio giovanile di cui ci sia giunta notizia esplicita».
Come sono cambiati i codici di appartenenza? La differenza oggi, rispetto al passato, sta proprio nel chronically online: i social plasmano il modo di parlare della Gen Z e iniziano a farlo anche con gli Alpha come abbiamo visto ne Le parole dei figli con Six-Seven (di fatto non significa nulla, ma i ragazzini lo utilizzano come modo di dire). I termini sono la prova della frequentazione della stessa piazza virtuale. Luca Bellone, docente di Linguistica e Filologia italiana, nel saggio Dalla strada a TikTok parla di una nuova fase della storia del lessico giovanile: «Il cambiamento del modo di parlare è il sintomo che riflette un mutamento sociale più profondo, quello che ha trasferito in larga misura la condivisione delle esperienze giovanili dalle situazioni di vita concreta (in presenza) del gruppo dei pari – la piazza, la strada, i luoghi di aggregazione, il quartiere – alla dimensione virtuale (a distanza), potenzialmente ubiquitaria e indifferenziata, dei social».
Come ricorda Vera Gheno: «Qualsiasi operazione di censimento linguistico è una polaroid, ossia un’istantanea, perché lo slang dei giovani cambia di giorno in giorno». Gianluca Lauta aggiunge: «Soprattutto nel web l’italiano dovrà trovare le sue forme di convivenza con la lingua inglese senza mettere in crisi la propria identità; i giovani, nel loro solito modo scomposto, sospesi tra consapevolezza e inconsapevolezza, certamente contribuiranno a suggerire una direzione. La partita è aperta».
E qui arriviamo al punto cruciale per noi adulti. Di fronte a questa lingua in continuo cambiamento, la tentazione più grande è quella di copiare dagli adolescenti certi modi di dire. Pensiamo che usare i loro stessi termini – dire cringe a tavola o bro in auto – ci renda più empatici. Ma è un’illusione. Se lo slang nasce esattamente per creare un confine invalicabile tra noi (gli adulti) e loro (i giovani), nel momento in cui varchiamo quel confine non stiamo accorciando le distanze. Al contrario stiamo invadendo uno spazio che non ci appartiene. Stiamo togliendo loro uno strumento, tutto sommato innocuo, per ribellarsi.
La conclusione, ci viene da dire a Il caffè dei genitori, è che noi genitori non dobbiamo imitare Le parole dei figli. Dobbiamo ascoltarle, cercare di capirle per decifrare il loro mondo, ma mantenendo salda la nostra distanza. Il nostro ruolo non è fare gli adulti simpatici che parlano la stessa lingua, ma essere l’argine sicuro contro cui possono scontrarsi per crescere. Un genitore che scimmiotta lo slang del figlio perde autorevolezza. Come si legge nella Repubblica di Platone: «Il padre si abitua a rendersi simile al figlio (…); il figlio si mette allo stesso livello del padre e non prova rispetto né timore per i genitori, per essere libero». E senza quel rispetto che è fatto anche di sana distanza generazionale la libertà è solo un tuffo in mare aperto.
