La condizione dei braceros haitiani tra piantagioni di canna da zucchero, bateyes, sfruttamento e deportazioni
Vedo uno dei lavoratori haitiani, chiamati comunemente braceros, piegato sotto al sole cocente, impegnato a compiere in modo meccanico sempre lo stesso movimento: alzare il braccio con il machete e colpire la canna da zucchero alla base. Il suono della lunga e affilata lama che si abbatte sulle canne da zucchero è sordo e profondo. La sua fronte è imperlata di sudore e il respiro è affannoso. La produzione di zucchero rimane un settore storico e rilevante dell’agricoltura dominicana (insieme ad altri comparti come quello turistico e dei servizi). Le piantagioni di un colore verde smeraldo si perdono a vista d’occhio. Chilometri e chilometri di canne che si muovono leggere al soffio del vento. Il raccolto viene fatto a mano e molti lavoratori sono haitiani irregolari, vestiti di stracci, le mani callose, stivali di gomma ai piedi e occhi spenti. Un lavoro massacrante – denunciano Ong e osservatori internazionali – per uno stipendio da fame che si aggira sui 140 franchi mensili, lavorando sette giorni su sette per 12 ore al giorno.
Fatiscenti agglomerati di case attorno alle piantagioni
Alcune stime parlano di circa 200’000 haitiani, in larga parte irregolari, che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero e senza di loro la coltivazione avrebbe un crollo verticale per la totale mancanza di mano d’opera a basso costo. Stessa cosa per altri settori – dall’agricoltura, alle costruzioni e al turismo – che portano il numero totale di migranti intorno ai 700’000. Si tratta di stime necessariamente approssimative, poiché il flusso di lavoratori haitiani verso la Repubblica Dominicana è continuo e di natura strutturale. Le precarie condizioni di vita ad Haiti, le continue e feroci violenze tra le bande di criminali che si contendono il Paese, l’insicurezza alimentare e la continua instabilità politica spingono molti uomini, donne e bambini ad attraversare il confine e cercare un futuro, immaginato migliore rispetto al luogo d’origine, in quella parte dell’isola conosciuta ovunque per il turismo, le sue spiagge, il mare cristallino.
Ma è una pura illusione, perché la vita di un haitiano nella Repubblica Dominicana è sempre stata segnata da condizioni di quasi schiavitù: lavori estremamente sottopagati, assenza dei più elementari diritti umani, abitazioni fatiscenti, negazione della cittadinanza ai bambini nati su questo lato dell’isola, che li rende apolidi. A tutto questo si aggiungono una xenofobia e un razzismo costanti: in modo dispregiativo, gli haitiani vengono spesso chiamati negro o congo. Ma se tutto questo era già difficilmente sopportabile, la situazione è peggiorata negli ultimi anni, rendendo la vita degli haitiani un inferno.
Repressione sempre più forte
La politica del Governo dominicano è improntata a una repressione sempre più dura nei confronti dei migranti. Nel 2022 il presidente Luis Abinader ha avviato la costruzione di un muro lungo 160 chilometri lungo il confine con Haiti e nel marzo 2024 ha dichiarato al programma HARDTalk della BBC: «Non fermeremo le deportazioni verso Haiti né autorizzeremo dei campi profughi nel nostro territorio». A partire dal 2025 il Governo ha varato un ampio pacchetto di misure restrittive contro la migrazione irregolare, con la conseguenza che solo nell’ultimo anno oltre 200 mila haitiani, compresi molti minorenni, sono stati arrestati dalle autorità e trasferiti forzatamente verso il confine. Tutto mascherato da motivi che vanno dal proteggere la popolazione dominicana dalla violenza delle bande haitiane, al contrabbando di droga e alla tratta di esseri umani, creando un clima di terrore e di caccia alle streghe. La conseguenza? Gli haitiani vivono con la costante paura di essere catturati, non avendo nessun documento di identità dominicano (quasi impossibile da ottenere). La polizia gira per le città alla ricerca dei clandestini e una volta individuati li carica con forza e violenza sulle camionette. Qualcuno riesce ad ottenere la libertà pagando mazzette alla polizia che si lascia corrompere. Ma per molti la sorte è segnata con l’arresto e poi il trasferimento verso il confine.
La repressione coinvolge anche il personale degli ospedali, costretto a denunciare gli irregolari che si presentano per un qualsiasi tipo di cura: così le donne haitiane, per paura di essere arrestate, sono costrette a partorire nelle loro case con tutti i rischi che questo comporta. Varie associazioni laiche e religiose hanno denunciato la totale violazione dei diritti umani, con arresti arbitrari e indiscriminati da parte delle autorità dominicane.
Abbiamo visto con i nostri occhi la condizione degli haitiani, visitando i campi di canna da zucchero e i bateyes, fatiscenti agglomerati di case cresciuti attorno alle piantagioni dove vivono. Luoghi in cui si comprende come le misure anti-haitiane siano in realtà un ulteriore strumento di sottomissione e assoggettamento degli immigrati. Se gli uomini iniziano a lavorare alle 5 del mattino, senza mai fermarsi per 12 ore, tagliando la canna e caricandola su grandi rimorchi di metallo trainati da buoi, un lavoro faticoso, da schiavo, il più delle volte svolto in silenzio e aspettando solamente che arrivi presto la fine del giorno, nei bateyes rimangono solo le donne, i vecchi e i bambini. Molti di questi centri hanno l’acqua corrente da poco mentre l’elettricità è praticamente inesistente, poche scuole, nessun presidio medico. In tutti i casi un misto di rassegnazione e sottomissione pervade l’aria. Ma per assurdo, sono gli unici posti sicuri per i migranti, dove la polizia non arriva. Sono diventati l’unico ambiente dove hanno la certezza di non essere arrestati. Incontriamo frate Miguel Angel Gullon Perez, teologo asturiano dell’Ordine dei Domenicani, che vive nell’isola da più di 25 anni. Direttore della radio comunitaria «Radio Seibo», lotta per i diritti umani di campesinos e braceros haitiani. «Ora, per i migranti haitiani, insieme alla mancanza di diritti umani e dignità si è aggiunta una condizione psicologica: la sindrome di Stoccolma», mi dice con voce pacata ma decisa, lo sguardo sereno e le braccia conserte. «I braceros e le loro famiglie, davanti al pericolo di essere deportati, si difendono rintanandosi nelle prigioni a cielo aperto che sono i bateyes, perché troppo lontani dalla città , ma soprattutto, perché arrestare e deportare i tagliatori di canna da zucchero dai loro agglomerati vorrebbe dire eliminare una mano d’opera a basso costo e totalmente asservita, utile per le due grandi aziende private dello zucchero del Paese, la Central Romana e CAEI, riconducibile all’orbita del potente gruppo economico Vicini».
Costrette a partorire nelle loro case
A conferma di queste parole e delle loro conseguenze esistenziali ci fermiamo a parlare con Elien, una giovane mamma che vive in un batey. È seduta davanti alla sua piccola casa, dignitosa e pulita nonostante la muffa sui muri e sul tetto, le pareti scrostate e il pavimento di cemento. Ci sono una stanza da letto con una piccola finestra dove dormono lei, il marito e le due figlie piccole e una cucina con un tavolo sbilenco e varie pentole appese al muro. È avvolta in un vestito verde e i capelli sono raccolti in un foulard che ha conosciuto tempi migliori. «Quello che desidero più di tutto – dice – è avere la carta d’identità dominicana, così che finalmente possa andare in giro libera e senza paura. Ma è praticamente impossibile ottenerla. Ora non posso andare da nessuna parte, non posso lavorare, sto vivendo come una carcerata. Vivere così è un inferno».

