Circa la metà delle iniziative popolari approvate alle urne in Svizzera viene applicato solo parzialmente, ecco il perché
Sarà una domenica da bollino rosso, e non stiamo parlando di traffico e imbottigliamenti. Il prossimo 14 giugno i cittadini della città di Zurigo avranno il loro bel daffare, visto che dovranno esprimersi su ben venti temi in votazione popolare. Una vera e propria indigestione democratica, suddivisa in tre portate: tredici votazioni hanno a che fare direttamente con la loro città , cinque riguardano argomenti cantonali, mentre due votazioni sono federali. Nella storia dei nostri diritti popolari non è la prima volta che i cittadini, localmente, si trovano a dovere fare i conti con una domenica pantagruelica di questo tipo. Un sovraccarico di schede che rischia di mettere sotto pressione i cittadini, e magari di scoraggiarli nell’andare a votare, ma anche di danneggiare l’immagine e il valore della democrazia diretta elvetica.
Chi lancia un’iniziativa tende a farcirla di articoli e di capoversi
Ciò detto, in materia di democrazia diretta, quello che molto spesso fa discutere non è solo il numero dei temi su cui esprimersi ma anche il «post», e cioè la fase che segue una votazione popolare. E questo, in particolare, nel caso in cui le urne dovessero dare il loro via libera ad un’iniziativa popolare, fatto piuttosto raro nella storia del nostro Paese. Un sì che modifica la Costituzione e che va poi concretizzato in una legge di applicazione. E questo è un compito che spetta soprattutto a Governi e Parlamenti, federali o cantonali a seconda del caso.
Di questi tempi ne sappiamo qualcosa in Ticino, visto che ormai da diversi mesi assistiamo a una serie di tiri alla fune – tra Governo, Parlamento e partiti – per cercare di definire l’applicazione concreta delle due iniziative sui premi delle casse malati, approvate lo scorso 28 settembre. Un tema, tra l’altro, su cui si voterà anche nel canton Zurigo, proprio il prossimo 14 giungo. In attesa che qualcuno riesca a sciogliere il nodo del «post 28 settembre», val la pena, a mo’ di parziale consolazione, guardare alla storia del nostro Paese per capire che quanto sta capitando in Ticino non è affatto un’eccezione. Citati di recente dalla «NZZ am Sonntag», i politologi Adrian Vatter e Rahel Freiburghaus, basandosi su uno studio realizzato all’Università di Berna, hanno messo in evidenza che a livello federale circa la metà delle iniziative popolari approvate alle urne non ha poi trovato un’applicazione alla lettera di quanto voluto dal popolo. E questo dopo estenuanti discussioni e polemiche, non solo alle Camere federali ma in tutto il Paese.
Dalle cure infermieristiche al tabacco
Gli esempi di questo autentico rompicapo politico sono numerosi, ne elenchiamo solo alcuni. Iniziamo dall’iniziativa «per cure infermieristiche forti», discussa dal Consiglio nazionale lo scorso aprile. Finora dal Parlamento è stata forgiata un’applicazione solo parziale, per la delusione di chi aveva sostenuto l’iniziativa, approvata nel 2021 dal 61% dei votanti. C’è poi il caso dell’iniziativa che vuole proteggere i giovani dalla pubblicità del tabacco, anche qui il Parlamento ha approvato una versione alleggerita di questo divieto. Il 14 giugno voteremo sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni», che nasce dall’applicazione, anche in questo caso «light», dell’iniziativa contro l’immigrazione di massa, approvata dal 50,3% dei votanti nel 2014. Un quarto e ultimo esempio, tra i più noti, riguarda il traffico pesante e l’iniziativa delle Alpi, approvata ormai 32 anni fa. In questo caso non sono stati raggiunti nemmeno gli obiettivi previsti dalla legge di applicazione. I camion in transito avrebbero dovuto limitarsi a 650mila all’anno, nel 2025 erano invece quasi un milione.
C’è da dire che l’applicazione parziale appare politicamente neutrale, colpisce sia le iniziative lanciate dalla destra sia quelle promosse dalla sinistra. Le ragioni di questi annacquamenti legislativi sono diverse. In primo luogo va detto che il Parlamento è molto spesso contrario al testo di un’iniziativa, ma poi, in caso di approvazione, tocca a questo stesso Parlamento elaborare la legge di applicazione. Smentire sé stessi è un esercito ostico. Ci sono poi i limiti legati alle finanze, e il caso del canton Ticino relativo alle iniziative sui premi delle casse malati è emblematico. L’ostacolo principale per l’applicazione sta nei conti in rosso delle finanze cantonali. Spesso ci sono anche considerazioni legate al diritto internazionale e agli accordi stipulati con l’Unione europea, con il Parlamento che a maggioranza predilige il rispetto di queste norme piuttosto che applicare pienamente un’iniziativa che contiene elementi contrari ai trattati sovranazionali.
Quel «semi» che non può essere dimenticato
In termini generali, se il 50% delle iniziative viene applicato solo parzialmente vuol dire che la nostra democrazia diretta zoppica. E così, nel tentativo di assicurarsi un’applicazione alla lettera, chi lancia un’iniziativa tende negli ultimi anni a farcirla di articoli e di capoversi, per limitare il margine di apprezzamento del Parlamento. Con diverse controindicazioni: per i cittadini il testo in votazione può diventare un po’ troppo carico e barocco; per il Parlamento si aprono poi ulteriori margini di apprezzamento e di discussione. A ciò si aggiunge il fatto che, in questi anni, in particolare dall’UDC, si sono proposte più volte iniziative su temi simili, in particolare nell’ambito dell’immigrazione e dell’espulsione dei criminali stranieri. Con, di fatto, un malinteso di fondo, la nostra democrazia è in verità semi-diretta, perché chiama in causa il popolo, che può dire soltanto «sì» o «no», ma anche le istituzioni, Governo e Parlamento, chiamate a elaborare le leggi. Le leggi non vengono scritte dal popolo, anche se poi in ultima istanza, si può ancora lanciare un referendum contro una legge di applicazione. Quel «semi» ha un suo peso e non può essere dimenticato. In ogni caso in un Paese come il nostro, in cui si convocano tavole rotonde per affrontare problematiche di ogni tipo, è forse arrivato il momento di pensare a una tavola rotonda anche sulla democrazia elvetica. E qui, in conclusione, ci sembra appropriata una citazione che traiamo dal libro scritto a più mani La Svizzera da caso particolare a caso normale, un Paese in crisi di identità . La citazione è questa: «Il sentimento, più che la certezza, di dover sacrificare la propria cultura politica, che nasce dal basso e dal popolo, rischia di essere uno dei principali fattori di insicurezza, che al momento frenano il nostro Paese». Insomma c’è materia su cui riflettere. Prendersi cura del nostro sistema democratico non è mai tempo perso.
