Noi prigionieri del telefonino

by azione azione
13 Maggio 2026

Nel suo ultimo libro Carlo Verdelli lancia un grido di allarme sulla dipendenza dal cellulare (che non riguarda solo i ragazzi)

Per me sono semplicemente diavolerie moderne. Per Carlo Verdelli sono «tecnologie acchiappatutto», estremamente accattivanti e promettenti: tutto il sapere a portata di un click, l’apprendimento rapido senza la fatica di chinarsi sui libri. Un paese dei balocchi dove entriamo volentieri, ma da dove rischiamo di uscire con orecchie giganti e le quattro zampe dei somari, proprio come Pinocchio. Sono decine le testimonianze, spesso inquietanti, che Verdelli ha raccolto qua e là per il mondo. Lo psicanalista milanese Franco De Masi (già autore del pamphlet dal significativo titolo No Smartphone) osserva che «Internet, da gigantesca occasione di comunicazione e scambio culturale, si è trasformata in una città dove sul corso principale ci sono postriboli e bische, mentre biblioteche, cinema e teatri stanno in vicoli discosti e molto meno illuminati». Riguardo a gioco d’azzardo e bische (una volta clandestine per antonomasia e adesso «legali») online, un’altra ricerca rivela che sui siti dedicati vi hanno accesso il 44,8 % dei ragazzini italiani, quasi uno su due.

Gli fa eco Anna Lembke (Uni Stanford) secondo cui «lo smartphone è una specie di ago epidermico che somministra la dopamina digitale a una generazione connessa h/24. Nel cellulare c’è qualcosa di simile a un ago per il tossicomane».

Giornalista navigato e già direttore del quotidiano romano «La Repubblica», Verdelli ci avverte: stiamo mettendoci tutti quanti Il diavolo in tasca. Sì, proprio tutti: sembra ci siano in funzione 8 miliardi di telefonini, mentre sono solo 10 i miliardi di abitanti del nostro pianeta, e se escludiamo neonati e under quattro…

Lo smartphone è probabilmente l’oggetto più straordinario mai realizzato dall’uomo: una scatoletta da 7 x 12 cm che non solo ha occupato le nostre vite nell’arco di neppure 20 anni, ma ha tutte le potenzialità per trasformare il nostro modo di stare al mondo in un arco di tempo ancora più breve. Cinque anni, massimo dieci: «La scatoletta contiene un detonatore che, se manovrato con insufficiente cautela, trasformerà in altro il panorama che conosciamo». Il Grande Fratello orwelliano è stato sostituito da una miriade di Piccoli Fratelli e pochissimo possono le autorità per il rispetto della privacy, costrette ormai ad alzare bandiera bianca: «I correttivi sono reperti d’epoca, proprio come i mulini di Don Chisciotte».

Non c’è algoritmo che tenga e, come cantava De André, ben prima dell’avvento del telefonino, anche se noi ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti. La risposta delle autorità governative arrivano adesso, quando forse il danno è già fatto. Anche in Svizzera si auspica una maggiore protezione dei giovanissimi dai pericoli legati ai social media. È quanto emerge da un sondaggio rappresentativo dell’Istituto gfs di Berna, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati dalla «SonntagsZeitung»: il 94% degli interpellati ritiene che i minorenni debbano essere meglio protetti. «Siamo agli slanci di buona volontà – sottolinea Verdelli, amaramente – utili quanto spazzare le foglie in un ventoso pomeriggio autunnale». Però, alla luce di quanto rilevato dai preoccupanti risultati di ricerche e statistiche proposti da molte prestigiose università, parecchi Stati si stanno preoccupando e corrono ai ripari – sia pure consapevoli di intraprendere una battaglia impari.

Il primo Paese al mondo a optare per un argine al cellulare è stato l’Australia, dove lo scorso dicembre è scattata la proibizione dei social per i minori di 16 anni, poi – sperano a Melbourne – si regoleranno da soli una volta raggiunta la maggiore età. Sulla falsariga di quanto deciso dal Paese dei canguri si muovono stati come Spagna, Regno Unito e Francia. A Parigi un disegno di legge analogo ha superato la prima lettura all’Assemblea nazionale, la camera bassa del Parlamento francese, in attesa che dica sì anche il Senato. Vienna entro la fine di giugno presenterà misure specifiche per la protezione dei giovani dai rischi legati all’utilizzo delle piattaforme.

Adesso tocca anche al Ticino, dove a partire dal 30 marzo scorso c’è il divieto di usare i telefoni cellulari – e altri apparecchi personali connessi alla rete – in tutta la scuola dell’obbligo, compresi asili o giardini d’infanzia che dir si voglia. E verrebbe da esclamare «Gasp», poiché l’asilo lo frequentano tutti i pargoli, una volta compiuti tre anni!