Il sangue, il corpo e il dolore della morte

by azione azione
13 Maggio 2026

Il difficile racconto della curda Zehra Doğan

Guardatela, guardatela bene Zehra Doğan. Fiera, con lo sguardo intenso, i capelli corvini mossi, il naso squadrato, la bocca ritagliata nel marmo. Guardatele la siyala verticale sul mento, quel tatuaggio tribale simbolo di forza e bellezza che dona energia e fertilità. Guardatele gli occhi neri sfavillanti. «Non vedete voi il cor negli occhi miei…» scrive Petrarca nel Canzoniere. Il suo cuore è impavido, forte, come quello splendido delle soldatesse curde con il loro fucile sotto braccio mentre lottano per la libertà e la sopravvivenza.

I geografi arabi del X secolo tracciano già sulle loro mappe la terra dei curdi. Da quel momento la loro identità è definita, dalla lingua al territorio. Soldati, forse mercenari. ma durante la prima guerra mondiale partecipano al genocidio degli Armeni. Da allora la richiesta di un Kurdistan autonomo rimane ai margini dei vari trattati come quello di Sèvres del 1920 e di Losanna del 1923. Sono circa 35 milioni sparsi fra Turchia, Iran, Siria e Iraq. Ovunque formano un esercito paramilitare come i peshmerga in Iraq. Il Rojava è una regione autoproclamatasi autonoma. Dopo il colpo di stato in Turchia del 1980 molti sono andati in Europa e negli Stati Uniti (fonte: Christian Grataloup, Atlante storico mondiale).

Quando viene incarcerata, la curda Zehra dipinge con quello che ha a disposizione, dal caffè al sangue alla rucola

Perché ci piace Zehra Doğan? Per molti motivi, ma soprattutto perché è un’artista e una giornalista scomoda. Lotta con le mani e con le unghie senza genuflettersi, senza implorare, senza sollecitare, senza richiedere aiuti, permessi… Ne abbiamo già parlato brevemente su queste pagine il 4 giugno 2018 per chiederne la libertà nell’attesa di una sua esposizione. Da allora ne ha fatte diverse. Nel maggio 1919 la Tate Modern ospita una sua installazione e fino al 16 maggio 2026 il Museo d’arte contemporanea di Termoli presenta una serie di suoi lavori.

Nasce a Diyarbakir nel 1989 nel sudest della Turchia. Si diploma in arte e design all’università Dicle della sua città. È fra le fondatrici dell’agenzia di stampa Jinha chiusa dal governo turco nel 2016. Come giornalista nel 2015 riceve il premio Metin Göktepe, il giornalista morto dopo le torture della polizia nel 1996. Il premio le viene conferito per aver raccontato la storia delle donne Yazide, considerate eretiche da Daesh. Uccise, schiavizzate, vendute sul mercato internazionale dei corpi. Il 21 luglio 2016 viene arrestata per quattro mesi per un disegno e alcuni scritti sui bombardamenti a Nusaybin la città turca a maggioranza curda. In carcere scrive: «Mi sono persa nell’azzurro infinito del cielo. Sono salita su una nuvola per correre verso il mare». Secondo l’Onu fra i 355’000 e i 500’000 abitanti di Nusaybin sono dovuti fuggire e il 70% degli edifici sono stati distrutti. Non si conosce il numero dei morti.

Il 20 luglio 2016 da Nusaybin riporta: «Pensavano che di fronte ai carri armati che si avvicinavano i manifestanti si sarebbero dispersi. Ma il popolo era determinato. Nessuno si è mosso. Allora sono passati sopra le persone, decine di persone. Quello che doveva succedere è successo, le persone si sono fatte schiacciare. Sento ancora il rumore delle costole che si rompevano. Dappertutto c’erano pezzi di cervello».

Il 23 febbraio 2017 viene di nuovo imprigionata e condannata a 2 anni e 9 mesi. Dal 2019 risiede a Londra. Nel 2017 l’associazione svizzera Frei Denken le assegna il Freethinker Prize e nel 2018 la Deutscher Journalisten Verband le dà il premio Spring of Press Freedom. Ovviamente non li può ritirare perché in carcere. Nel 2019 riceve il premio Index on Censorship Freedom of Expression per i suoi lavori artistici. Il 30 novembre 2016 sempre dal carcere si chiede: «Gli artisti e le artista che sono schiavi e lacchè del potere sono veri artisti o vere artiste?».

Citiamo alcuni nomi di artisti soppressi: ad Algeri l’illustratore Dorbane; Brahim Guerbi viene gettato vicino a casa con le mani legate dal filo di ferro e la gola squarciata; l’illustratore Said Mekbel ucciso con una pallottola in testa…

Zehra Doğan al Museo Macte (Gianluca Di Ioia)

In carcere Zehra dipinge. Con il caffè e le sue macchie, con i giornali, con il sangue mestruale, con i capelli. Scrive Elettra Stamboulis» «Sono i corpi che chiedono di essere presenti nelle opere dell’artista… La prigionia dei sogni non è metaforica». Veniamo ai suoi dipinti. Nel 2017 nel carcere di Diyarbakir realizza piccoli gioielli con la buccia di melograno, il caffè e il succo di rucola: esplosioni di colore nel quale si intravedono personaggi inquietanti e contorti. L’anno seguente per il ciclo Kanli Bir Gün: giorno di sangue con la matita, il sangue mestruale e il succo di rucola le persone disegnate si contorcono distorcendosi e il colore rossastro le inonda sino a confonderle. Ma, si sa, la sua mente vola in alto con le nuvole verso il mare e nel ciclo Denidze bir Gün: Un giorno al mare, realizzato con sangue mestruale e vernice rubata dal deposito del carcere, le esplosioni di rosso e blu diventano schegge che nuotano e si spandono verso l’altrove. I mostri appaiono comunque come tali, inquietanti, irreali, spaesanti, deformanti come in Bilinmeyen: sconosciuto del 2018 realizzato con succo di melograno, caffè, curcuma, cenere di sigaretta e matita su lembo di camicia.

Scrive Zehra: «In una visione strumentalizzata in cui l’urina, il sangue mestruale e altre sostanze corporee che produciamo sono classificate come rifiuti, le autorità politiche e religiose inducono una percezione di disgusto, una moralità artificiale e manipolata. Attraverso questo disgusto organizzato si stabilisce una distanza, che diventa la regola di separazione tra un essere umano e la presenza tangibile del proprio corpo».