C’è un’immagine, diffusa e fuorviante, del linguista: quella di un custode severo delle regole, una specie di arbitro supremo incaricato di stabilire cosa si può dire e cosa no. Un ruolo che ricorda, per certi versi, quello del Grande Inquisitore evocato da Dostoevskij: offrire certezze in cambio della rinuncia alla libertà. Niente dubbi, niente scelte difficili, niente responsabilità. Ma è davvero questo il compito di chi studia la lingua? Deve dirci «come si deve dire» oppure aiutarci a capire perché diciamo quello che diciamo?
È da qui che prende le mosse il libro di Edoardo Lombardi Vallauri, L’italiano in bilico – Quello che sì, quello che no (il Mulino), un saggio che osserva da vicino l’italiano contemporaneo senza nostalgia né allarmismi. La lingua, ci ricorda l’autore, non è un sistema immobile ma un organismo vivo, il prodotto di chi la usa ogni giorno: parlanti, giornalisti, utenti del web.
Uno dei fenomeni più interessanti analizzati è quello delle neosemie, cioè l’attribuzione di nuovi significati a parole già esistenti. Non si tratta di eccezioni marginali, ma di trasformazioni spesso ormai radicate. Il caso più noto è «piuttosto che», che da espressione di preferenza («anziché») è diventato per molti un semplice «oppure», talvolta persino un «e anche». O «implementare», sempre più usato come sinonimo di «aumentare», mentre in origine significa «realizzare, mettere in atto». E ancora: «visualizzare», che scivola verso il generico «vedere», perdendo il legame con schermi e dispositivi; «quantizzare», impiegato al posto di «quantificare»; «reticente», confuso con «renitente». Non sono solo le parole a cambiare: anche la sintassi mostra segni di movimento. Le preposizioni si spostano, si semplificano, talvolta si confondono. Si dice «dovuto da» invece di «dovuto a», «diffidare da» invece di «diffidare di». Il pronome «ne» invade territori che non gli sarebbero propri («farne riferimento» al posto di «farci riferimento»), mentre verbi tradizionalmente intransitivi diventano transitivi per analogia: ad esempio si trova «plaudere il governo» (anziché «al governo») o «scaturire l’interesse» (anziché «far scaturire»). E poi c’è la tendenza a snellire le frasi eliminando ripetizioni percepite come pesanti, anche a costo di allontanarsi dalla norma.
L’italiano si sta perdendo, si dice, travolto da errori, mode, superficialità. Lombardi Vallauri invita invece a cambiare prospettiva. Non tutto ciò che devia dalla norma è automaticamente un errore: spesso è il segnale di un cambiamento in atto. E non tutto ciò che è corretto è necessariamente efficace. La lingua non serve a rispettare regole astratte, ma a comunicare.
Vale lo stesso sul fronte degli anglicismi. Parole come «computer», «selfie» o «jeans» rispondono a necessità concrete; altre, come «meeting» o «location», hanno una funzione più legata al prestigio. Ma in ogni caso la struttura della lingua resta intatta, adattando i prestiti alle proprie regole: non diciamo «io clic», ma «cliccare».
Più delicato è il terreno del politicamente corretto. Qui il libro evita sia il rifiuto polemico sia l’adesione acritica. Alcuni cambiamenti lessicali funzionano, altri meno. Dire «gay» al posto di termini dispregiativi ha avuto un effetto positivo; più discutibile è l’idea di bandire parole neutre come «cieco».
Un ultimo grande tema riguarda il sessismo. L’autore difende l’uso dei femminili professionali («ministra», «sindaca») perché la lingua non pone ostacoli strutturali al loro uso, ma è solo l’abitudine sociale a frenarli. Tuttavia, è critico verso soluzioni come lo schwa o l’asterisco. Perché inapplicabili alla complessità del sistema: ad esempio, come declinare al plurale «amic
scorbutic
» se la consonante cambia suono («amici» vs «amiche»)? Inoltre, il maschile non marcato («tutti i clienti») non è un segno di potere, ma un principio di economia linguistica (come il presente usato per il tempo universale).
Alla fine, il punto non è stabilire cosa sia giusto o sbagliato. È acquisire consapevolezza. Capire che la lingua è un campo di forze e che orientarsi in questo campo richiede giudizio, non obbedienza cieca. L’italiano in bilico è, in questo senso, qualcosa di più di un libro sulla lingua: è un invito a usarla meglio, con meno ansia e più attenzione. Perché parlare e scrivere significa scegliere, ogni volta, il modo più efficace per dire qualcosa a qualcuno. E in quella scelta – inevitabilmente imperfetta – sta tutta la nostra responsabilità.