Sequenze, parole e ciò che sfugge all’immagine

by azione azione
13 Maggio 2026

Allo SpazioReale di Monte Carasso una mostra ripercorre il lavoro di Duane Michals, «il fotografo dell’invisibile»

«Sono contento di non avere studiato fotografia, così ho potuto usare il linguaggio fotografico nella sua massima libertà». La frase è di Duane Michals – celebre e visionario americano tra i primi a ragionare la fotografia come insiemi sequenziali – e a ricordarcela è Enrica Viganò, curatrice della mostra Il fotografo dell’invisibile a lui dedicata, inaugurata il 30 aprile negli ambienti rinnovati di SpazioReale a Monte Carasso e aperta fino al 21 giugno. Una libertà di creazione, quella di Michals, che qui si manifesta attraverso una sorta di sconfinamento dalla tradizione.

Prima di arrivare alle sequenze e alla scrittura (e oggi ai cortometraggi), c’è però un momento preciso in cui Michals capisce di volersi dedicare a questa arte. Nato nel 1932 a McKeesport, sobborgo industriale di Pittsburgh, parte nel 1958 per l’Unione Sovietica, durante la guerra fredda, con una macchina fotografica presa in prestito. «Ha fatto degli scatti così belli che, quando è tornato, ha capito che la fotografia era il suo linguaggio», racconta Enrica Viganò, la quale lavora con Duane Michals, come curatrice di mostre e cataloghi, dal 1998. Con quegli scatti prepara un portfolio, lo porta nelle redazioni di New York e inizia subito a lavorare, ottenendo incarichi da riviste come «Vogue», «Harper’s Bazaar» e «New York Times».

Sfruttando in un certo qual modo la pratica professionale, porta pure avanti la propria ricerca personale. Lavora anche nella pubblicità (molto famosa una sua copertina dei Police, quella a strisce colorate), sperimenta, attraversa contesti diversi. Ancora oggi, a distanza di decenni, accetta progetti solo se gli lasciano libertà: l’ultimo lavoro in ordine cronologico è la campagna What Are Dreams per Bottega Veneta, presentata alla fine del 2025.

Si specializza inizialmente sui ritratti; tra i più noti vi è lo scatto del 1969 dedicato a Pier Paolo Pasolini: «Lo portò fuori dall’albergo – ricorda la curatrice – dandogli appuntamento in un vicolo sul retro, dove per caso passò un fattorino con un carrello, e lui riuscì a cogliere quell’attimo con la luce naturale, senza bisogno di nessuna costruzione».

E poi la svolta. Non immagini isolate, ma microracconti che, passo dopo passo, si caricano emotivamente grazie alla cosiddetta quarta dimensione, cioè il tempo: ogni fotografia avanza nella «narrazione» aggiungendo qualcosa, ma anche riuscendo a mettere in dubbio quella precedente, fino a far crollare l’idea stessa di realtà. Non è un caso che René Magritte sia dichiaratamente il suo pittore preferito: «Mi ha sorpreso, mi ha contraddetto… la sua realtà ti faceva mettere in discussione la tua realtà», afferma nel video allestito nel piano interrato della mostra. Con lui, Michals trascorse tre giorni per fotografarlo, in un confronto ravvicinato che trasformò l’ammirazione in una forma di complicità. Tra i maestri di riferimento che lo hanno accompagnato nel tempo c’è anche Giorgio de Chirico, come conferma la curatrice Enrica Viganò, che sottolinea quanto per Michals sia fondamentale nutrirsi «di altre arti, e di filosofia, di politica, di scienza quantistica». Un immaginario trasversale, che si riflette in scatti capaci di spostarsi continuamente tra livelli diversi di lettura.

Nella serie Things Are Queer – una sequenza di mise en abyme del 1973 – tutto parte da un bagno qualsiasi, per poi allontanarsi progressivamente e rivelare, immagine dopo immagine, che ciò che si stava guardando era sempre qualcos’altro: un gioco di proiezioni e prospettive, di riflessi, di rappresentazioni dentro altre rappresentazioni (quadri, specchi, giornali), che finisce però per tornare al punto di partenza, come in un cortocircuito visivo invece di proseguire verso l’infinito. È qui che la sua fotografia smette di essere testimonianza e diventa costruzione. Non c’è più un «reale» da documentare, ma qualcosa da mettere in scena, da spostare, da forzare. Ed è proprio questa dimensione – quella che la curatrice definisce mise en scène e che prevede anche alcuni soggetti mossi e altri fantomatici o spettrali – a rendere il lavoro di Michals ancora sorprendente: perché non si limita a inventare immagini, ma inventa il modo in cui queste immagini si mettono in relazione tra loro. Ne nasce qualcosa che va oltre il già visto, anche quando gli elementi sono semplici, quotidiani, quasi banali.

A questo gioco di slittamenti e ribaltamenti si accompagna anche un’altra dimensione, meno immediata ma altrettanto presente: l’ironia. «È geniale ed è pieno di senso dell’umorismo. Ti racconta cose serissime con un approccio spesso al limite del giocoso», così Enrica Viganò. Una leggerezza che non attenua i contenuti, ma li rende ancora più incisivi, anche grazie a una sorta di passione per la vita che si percepisce guardando le sue opere, che siano fotografie o video: «È un vulcano, non si ferma mai», aggiunge la curatrice. Un’energia continua, che trova un equilibrio nella vita privata: «La sua ancora è stata Fred, un architetto con un senso dell’umorismo più contenuto, più inglese: il loro è stato un amore bellissimo», aggiunge riferendosi al compagno con cui Michals, oggi 94enne residente a New York, ha condiviso più di cinquant’anni di vita.

È proprio grazie a questa ironia, espressa con forte libertà immaginifica e passione, che emergono i temi più diretti del suo lavoro. «Io sono un uomo di opinioni», dice, e in effetti prende posizione: l’omosessualità, il razzismo, la guerra, ma anche la spiritualità, il desiderio e la propria intimità affettiva. Non li affronta in modo didascalico, ma li rende visibili con scatti, questa volta singoli, a cui aggiunge però del testo («a tratti poetico», come suggerisce Viganò), scritto a mano sulle immagini stesse. È semplice, talvolta apparentemente ingenuo, ma molto preciso. Non spiega la fotografia, piuttosto la accompagna e la spinge un po’ più in là. Un altro modo per dire ciò che gli interessa: una forma che non tradisca il contenuto; una ricerca di comunicabilità non lontana da ciò che oggi molti cercano di affidare alle immagini.

Tuttavia, Michals mantiene uno sguardo piuttosto critico su ciò che sta accadendo alla fotografia contemporanea. Non tanto rispetto al digitale – che, anzi, gli ha permesso di avvicinarsi alla produzione di video – quanto verso una certa direzione dell’arte contemporanea. In uno dei suoi lavori parla infatti di «come la fotografia abbia perso la sua verginità sulla strada per la banca». Sarebbe così che l’opera rischia di diventare prodotto. Come racconta Enrica Viganò – che ha curato anche il bel catalogo di questa mostra per Admira Edizioni – «ciò che lo disturba è una fotografia che tende a essere sempre più costruita per il mercato, pensata per attirare l’attenzione, per essere venduta, più che per comunicare qualcosa. Una fotografia che spesso punta allo scandalo o alla provocazione, più che a dire quello che si pensa».

In questo senso, il lavoro di Michals continua a muoversi altrove. «Quando guardi le mie fotografie, stai guardando i miei pensieri», è solito affermare. Non è quindi la fotografia il punto, ma ciò che attraverso di essa prende forma: un modo di dare visibilità a quanto normalmente resta fuori dalla inquadratura – emozioni, idee, contraddizioni.