L’ultimo Quaderno di Coscienza svizzera firmato da Enrico Morresi e Fabrizio Panzeri è dedicato alla figura di Guido Locarnini, storico direttore del «Corriere del Ticino»
Anche il giornalismo di una piccola provincia come quella ticinese può esprimere figure e percorsi esemplari. Ciò vale sicuramente per Guido Locarnini, direttore del «Corriere del Ticino» dal 1969 al 1982, come suggerisce l’ultimo bel Quaderno di Coscienza svizzera a lui dedicato, con due saggi di Enrico Morresi – che di Locarnini al «Corriere» fu il braccio destro – e dello storico Fabrizio Panzera. Un omaggio sentito e fortemente voluto da Morresi, che alla soglia dei 90 anni e dopo diverse opere di riflessione sull’etica e la storia del giornalismo ha inteso così onorare colui che in quegli anni gli fu maestro.
La pubblicazione ci riporta ad una stagione felice per il giornalismo ticinese, quando il «Corriere» indicò a tutti la via dell’indipendenza, della professionalità, dell’affrancamento da partiti e comunicati stampa, che fino ad allora avevano nutrito gran parte della stampa cantonale. E grazie a questa svolta (nonché alle nuove pagine di cronaca locale) il giornale crebbe in qualità, lettori e pubblicità, imponendosi come primo quotidiano ticinese.
Come spesso capita, tutto ciò fu possibile non solo perché Guido Locarnini, bellinzonese, classe 1919, arrivò al «Corriere» con la personalità, le capacità e le esperienze necessarie per riuscire in una simile impresa, per altro forse persino inattesa tra parte di coloro che lo avevano scelto; ma anche grazie alla congiuntura particolarmente favorevole (il Paese stava mutando pelle e non sempre in meglio) e al gruppo di giornalisti e collaboratori (li chiameranno i Locarnini’s boys) che permisero la svolta impersonata e capeggiata da Guido Locarnini.
Il suo retroterra era molto solido: cresciuto a cavallo tra due lingue e due culture (dagli undici anni il giovane Guido visse con la nonna Susanna di origine tedesca), studi di germanistica e storia contemporanea con dottorato all’università di Berna, redattore sempre a Berna della «Corrispondenza politica svizzera» e poi responsabile della sede di Lugano. Eppure, le questioni che più avevano preso Locarnini nei primi anni di lavoro oggi possono sembrare remote: la «difesa spirituale del Ticino», sfondo della tesi di dottorato e «Il problema etnico ticinese», suo saggio del 1956, quando la germanizzazione del Ticino era avvertita come una minaccia.
In realtà Locarnini lavorava intensamente sui temi della democrazia, del federalismo, della salvaguardia del plurilinguismo e quindi dell’italianità quali imprescindibili specificità elvetiche. Un serbatoio di riflessioni e di conoscenze, che unite ad una penna sicura e svelta gli permetteranno di affermarsi come editorialista e direttore del «Corriere». Ma non solo: Locarnini da tempo maturava una versione del liberalismo, a cui si ispirava, in senso più propriamente moderno e sociale.
Fu tutto facile e scontato? Ovviamente no e Morresi lo spiega in dettaglio. Un giornale che abbandona il «moderatismo piccolo borghese» che lo aveva caratterizzato per anni e affronta con spirito indipendente e critico il presente finisce per scontrarsi con potentati di varia natura, con dubbi e ostilità. L’orizzonte si era fatto stimolante, ma impegnativo: il fiume di denaro che proveniva dall’Italia, gli scandali finanziari, la svendita del territorio, la Legge urbanistica, madre di tutte le questioni. Il giornalista secondo Locarnini doveva essere in grado di affrontare questi temi e aveva dunque bisogno di una nuova professionalità. E proprio per questo terminata la direzione del «Corriere del Ticino» gli venne affidato il Corso di giornalismo, come spiega bene Panzera.
Il saggio di Enrico Morresi non è esente da autocritica personale: non aver saputo cogliere il declino della fase politica degli anni ’60 e, forse, la redazione si era spinta troppo in là per un giornale che restava governativo per statuto. Ma il giudizio sull’operato di Locarnini resta integro e con un merito in particolare: «la conduzione intelligente e rispettosa di un gruppo di giornalisti che aderiva a un’etica della professione modernamente intesa». Locarnini era davvero «una lampada accesa nella direzione giusta».
