Trovare il proprio posto nel mondo attraverso i libri, è l’idea alla base del progetto di formazione per giovani in difficoltà delle Biblioteche cantonali di Lugano, Bellinzona, Locarno e Mendrisio
C’è un racconto che ben rappresenta cosa sia, davvero, una biblioteca. Jorge Luis Borges ne è l’autore, Umberto Eco il lettore e interprete più acuto. Proprio l’autore de Il nome della rosa trasforma infatti questo racconto in una metafora del mondo. È qui, ne La Biblioteca di Babele dove i libri si parlano tra loro in un infinito gioco di specchi, che Eco individua l’uomo, bibliotecario imperfetto, mentre si muove nella costante e faticosa ricerca di ordine e verità. Non abbiamo chiesto alla responsabile della sede di Lugano della Biblioteca cantonale, Barbara Robbiani, se si senta bibliotecaria imperfetta, ma, dall’ultimo nostro incontro – quello nel quale ci raccontò dell’inclusione negli stages orientativi e formativi anche di alcuni giovani migranti non accompagnati (cfr. Azione 23.01.2026) – una curiosità l’avevamo in sospeso: chi sono gli altri giovani che accedono al progetto inclusivo promosso dalla Biblioteca?
Robbiani, che considera la biblioteca il luogo dell’inclusione per eccellenza, ha tenuto a precisare che «le misure inclusive non sono rivolte soltanto ai giovani rifugiati, ma anche a ragazzi e ragazze che vivono situazioni di particolare fragilità dal punto di vista psicologico, fisico o sociale. Possono essere, ad esempio, ragazzi con difficoltà emotive o relazionali, con disabilità, oppure seguiti da servizi sanitari». Obiettivo principale di questo genere d’intervento è «offrire a questi giovani un contesto protetto e strutturato, come quello della Biblioteca cantonale di Lugano, dove poter svolgere un’esperienza formativa o professionale adeguata alle loro capacità aiutandoli a rafforzare competenze, fiducia in sé stessi e possibilità di integrazione».
Va subito precisato che questi giovani – attualmente sono presenti nella sede di Lugano, ma anche a Bellinzona, Locarno e Mendrisio – giungono in biblioteca non attraverso candidature spontanee in senso stretto, ma sulla base di percorsi costruiti ad hoc da servizi sociali, servizi socio-educativi, servizi sanitari oppure da enti che si occupano di orientamento e inserimento professionale. «Le Biblioteche cantonali – spiega Robbiani – collaborano con diverse istituzioni del territorio, così da garantire che lo stage o l’apprendistato sia inserito in un progetto più ampio e in modo coerente con i bisogni e le fragilità del giovane».
Esiste un preciso iter legato all’accoglienza di questi giovani. Si parte da un incontro conoscitivo cui fanno seguito brevi stage esplorativi e, dopo alcuni momenti di verifica, si procede a un bilancio congiunto con la rete di riferimento. «Se l’esperienza risulta positiva per entrambe le parti e l’inserimento nell’ambiente della Biblioteca si dimostra adeguato – precisa la responsabile della sede di Lugano – si passa gradualmente a una collaborazione più stabile. Nel caso di un apprendistato, questo processo consente di consolidare e strutturare il percorso formativo nel tempo». Attualmente alla Biblioteca cantonale di Lugano sono presenti quattro persone con età, fragilità e percorsi diversi. C’è chi sta svolgendo un apprendistato e chi è in «fase di studio».
Ma si può davvero raggiungere l’inclusione attraverso uno stage in biblioteca? «Sì – risponde Barbara Robbiani – è possibile giungere a una vera inclusione, perché in un contesto strutturato come quello delle biblioteche, i giovani hanno la possibilità di sviluppare competenze professionali di base (puntualità, rispetto delle consegne, lavoro in team a contatto con collaboratori e utenza), rafforzare la fiducia nelle proprie capacità e sperimentarsi in un ambiente reale, ma accogliente. Tutto ciò ha reso possibile per alcuni un primo passo verso un inserimento lavorativo più stabile; per altri ha coinciso con un momento di riattivazione che ha poi permesso di rimettersi in gioco. I traguardi possono essere diversi da persona a persona, ma non sono simbolici: anche piccoli progressi – maggiore regolarità, più autonomia, una migliore gestione delle responsabilità – costituiscono risultati significativi in percorsi segnati da fragilità».
E di questi sette anni di impegno sul fronte dell’inclusione Barbara Robbiani racconta che «la soddisfazione più grande non sta tanto nei numeri, quanto nei cambiamenti osservabili. Vedere un giovane che inizialmente fatica a trovare il proprio posto riuscire, passo dopo passo, ad assumersi responsabilità, a sentirsi parte di un’équipe e a guardare con maggiore fiducia al proprio futuro è stata, per me, una soddisfazione che si è ripetuta. Poi, quando un’esperienza di stage diventa un apprendistato, o quando un ragazzo o una ragazza proseguono altrove il loro percorso, ma con maggiore sicurezza e consapevolezza, si ha la conferma che non si è trattato di un semplice “parcheggio”. C’è la consapevolezza di aver camminato insieme su un tragitto che ha lasciato un segno reale concretizzatosi a volte con un certificato federale di formazione pratica (CFP) o, addirittura, in un Attestato federale di capacità (AFC). Soddisfazioni vere: per i ragazzi, certo, ma anche per me. Per noi».
Direttore unico delle quattro Biblioteche cantonali del Ticino è Stefano Vassere. Il prossimo 1. luglio saranno dieci anni che ricopre quest’incarico. Le Biblioteche cantonali, dal 2019, si sono fatte parte attiva in ambito di inclusione di giovani problematici. A lui chiediamo quale la genesi di questo progetto. «Semplicemente – spiega Stefano Vassere – diamo seguito concreto a un autentico mito degli operatori del settore, quello che considera la biblioteca come la casa dei libri ma anche una sede pubblica promotrice di significati culturali e sociali riconosciuti, come l’inclusione, l’accoglienza, magari anche l’attenzione quasi terapeutica nei confronti di determinate categorie della società. A mio parere, il contesto pubblico delle biblioteche identifica questo mandato come quasi un obbligo vero e proprio: in questo senso, ci si potrebbe chiedere, se non risponde lo Stato chi può rispondere? Ecco, quindi, che le quattro biblioteche cantonali – una delle forme con le quali lo Stato produce bene pubblico – si sono attivate per dare seguito a questa domanda proveniente dalla società».
Per garantire l’inclusione di questi giovani sono sufficienti le competenze del personale delle biblioteche o si deve far capo a personale specializzato? Stefano Vassere: «La modalità ideale di questi compiti vorrebbe il personale bibliotecario prontamente e sistematicamente formato in questo senso. Le situazioni si fanno però più complesse e l’idea è quella di prevedere formazioni regolari tenute da specialisti. In alcuni casi, imprevisti e difficoltà richiedono un’attrezzatura supplementare che ci riproponiamo di mettere a punto al più presto».
Ma solo le biblioteche possono pensare a un progetto di inclusione attiva? Secondo Stefano Vassere non ci sono solo le biblioteche: «L’ente pubblico fornisce servizi di integrazione e di inclusione declinati in varie forme. L’offerta di una biblioteca pubblica è però peculiare, come sede dove il libro può essere considerato un fine (vado in biblioteca per prendere in prestito un libro) ma in un qualche modo anche un mezzo (la casa dei libri è la casa di tutti e per tutti, ben più di altre case)».
