Il ritorno sulla Luna come messaggio politico

by azione azione
6 Maggio 2026

Nessuna svolta scientifica ma un segnale strategico: con Artemis 2 gli Stati Uniti riaffermano la loro presenza nello Spazio. Come negli anni di Apollo, il nostro satellite torna a essere soprattutto una questione di potere

È passato un mesetto da un avvenimento che possiamo sicuramente definire storico perché finirà nei libri e verrà in ogni caso ricordato: dopo 54 anni l’umanità è tornata in prossimità della Luna. La missione è stata la seconda parte del progetto denominato Artemis, che prevedeva per la fine del decennio il ritorno di almeno un uomo e di una donna a calcare il suolo lunare. L’ultima volta fu nel dicembre 1972, con gli astronauti Jack Schmitt, un geologo, e il comandante Gene Cernan, nella missione Apollo 17. I meno giovani ricordano bene quegli anni, definiti mitici dalla stampa e dagli scienziati. Oggi mi sembra che non ci siano lo stesso entusiasmo e la stessa meraviglia. In cinquant’anni i tempi sono davvero molto cambiati, la gente si è abituata a tutto: non ci si sorprende più, o comunque molto meno.

Artemis 2 ha ripetuto ciò che fece la missione Apollo 8

Cosa ha fatto per il momento la missione Artemis 2, partita il 1° aprile 2026, con un volo abitato di 9 giorni e giro della Luna? Ha praticamente ripetuto ciò che nel dicembre 1968 fece la missione Apollo 8, con una capsula che ospitava 3 uomini: gli astronauti Borman, Lovell e Anders, i primi a girare attorno alla Luna senza scendervi, i primi a vederne la faccia nascosta e a riportare a terra una fotografia che mostrava la Terra che sorgeva come una pallina azzurra e bianca contro il cielo nero, dietro all’arido e grigio suolo lunare. Quella foto diventò iconica. Il programma Apollo si interruppe nel 1972, dopo che 12 uomini erano scesi sul suolo lunare in 6 missioni di successo, fondamentalmente per motivi politici ed economici. Tutto era partito come un’operazione di propaganda. Gli Stati Uniti volevano battere sul tempo in termini di opinione pubblica gli avversari dell’Unione sovietica (l’Urss, sostituita oggi dalla Russia). Volevano dimostrare di avere la tecnologia migliore e così cominciarono la corsa alla Luna a qualsiasi costo. Una volta arrivati primi (nel 1969) l’enorme spesa non fu più accettabile, la motivazione politica era ormai soddisfatta: tanto valeva chiudere tutto.

Quella motivazione politica oggi è tornata a farsi sentire. L’obiettivo tecnologico esiste ancora, perché c’è sempre qualcosa da migliorare e da scoprire, ma il vero obiettivo attuale è principalmente politico. All’avversario Urss si è sostituita la Cina, Paese molto importante, con un programma spaziale evoluto, che ha annunciato che avrebbe portato un taikonauta (loro lo chiamano così) sulla Luna per il 2030. Per dovere di cronaca dobbiamo dire che gli Stati Uniti hanno fatto partire il progetto di riprendere l’esplorazione lunare già 20 anni fa, sotto l’amministrazione del presidente George W. Bush. Dopo le missioni dello Shuttle nell’orbita terrestre ci si rese conto che finito quel programma sarebbero rimaste senza lavoro molte industrie che ruotavano attorno a quel settore e che gli Stati Uniti avevano ancora in mano molti pezzi e tecnologie del programma Shuttle che rimanevano inutilizzati. Serviva quindi dare ancora lavoro a parecchia gente, a quei potenziali elettori dei politici che compongono il Congresso americano, dal quale tra l’altro dipende la NASA. Nacque così l’idea di creare un nuovo razzo, lo Space Launch System (SLS), che recuperasse materiali già usati nei voli Shuttle, e di dare ancora appalti a chi da sempre aveva lavorato per la NASA. Fu così che partì il programma Artemis, non voluto dalla NASA ma dai politici.

Quindi oggi non c’è niente di nuovo: politica, scienza e tecnologia si mischiano una volta di più. Di nuovo e determinante c’è stato l’insediamento del Governo Trump e l’ingombrante presenza cinese. Sappiamo bene che Trump si è attorniato di miliardari amici ai quali ha affidato incarichi statali di varia natura, anche per lo spazio, leggi Elon Musk (Space X) e Jeff Bezos (Blue Origin).

Il nuovo avversario degli Usa è la Cina

Tra le ultime operazioni la nomina a capo della NASA, dal 18 dicembre 2025, del miliardario Jared T. Isaacman. Si sa che la nomina dell’amministrazione della NASA compete al presidente degli Usa, che può lasciarlo in carica a sua discrezione. Isaacman è un imprenditore e pilota di jet militari: si fregia anche del titolo di astronauta in quanto si è comprato da turista due voli spaziali. Il primo nel 2021, con tre giorni a bordo del veicolo Crew Dragon di Space X (nel quale il miliardario ha persino assunto il ruolo di comandante), poi un altro volo nel 2024. La nomina di Isaacman è coincisa, guarda caso, con un drastico cambiamento di rotta.

Il programma Artemis originale per portare l’uomo, la donna sulla Luna era stato concepito con i partner europei (ESA), giapponesi (JAXA) e russi (Roscosmos – ritirata per la guerra di Putin contro l’Ucraina) e avrebbe dovuto procedere a tappe fino ad Artemis 7 nel 2032. Tra le cose previste c’era anche una base orbitante intorno al nostro satellite (il Gateway) dalla quale gli astronauti sarebbero scesi in corti viaggi di andata e ritorno sulla superficie lunare. Tutto questo non andava bene a Trump, il cui mandato alla Casa Bianca scade nel 2028. Lui voleva essere presidente in carica al momento dell’allunaggio! Se poi i cinesi fossero riusciti ad arrivare lassù per il 2030 lo avrebbero beffato. Isaacman, subito nel marzo di quest’anno 2026, ha stravolto tutto, sospendendo a tempo indeterminato il progetto Gateway. Spalleggiato da Trump ha detto: «Lasciamo perdere la base orbitante, scendiamo subito sulla Luna, e facciamo direttamente la base al suolo». Ignorando gli accordi internazionali e i lavori in corso delle Agenzie spaziali di mezzo mondo è stata cambiata la tempistica: missione Artemis 3 già l’anno prossimo, a metà del 2027, con giri intorno alla Terra per testare tutti i sistemi e le apparecchiature per garantire l’allunaggio.

Poi Artemis 4, nel 2028, con discesa direttamente sulla Luna mentre Trump è ancora presidente. All’inizio niente di nuovo rispetto all’Apollo 11 del 1969, ma per Trump va bene così: potrà annunciare trionfalmente di aver riportato l’umanità sulla Luna. Va molto meno bene per gli alleati del programma originale Artemis, europei in testa, spiazzati dalle cancellazioni annunciate dalla NASA. A rischio anche posti di lavoro. Resta la soddisfazione di un volo Artemis 2 ben riuscito: la navicella americana Orion con 4 astronauti è stata all’altezza, come perfetto è stato il funzionamento del modulo di servizio (European Service Module – ESM) sviluppato e costruito in Europa. L’ESM ha fornito propulsione, energia (tramite pannelli solari) e supporto vitale a Orion (acqua, ossigeno e azoto). Montava anche componenti di aziende svizzere.