La rilettura di Serena Sinigaglia del testo di Aristofane diverte ma resta superficiale
Ha esordito a Siracusa, con un impianto molto più ampio, la Lisistrata di Aristofane rivisitata da Serena Sinigaglia, un lavoro frutto dell’adattamento di Emanuele Aldrovandi che si fregia della presenza in scena di una talentuosissima Lella Costa nei panni della protagonista.
Lo spettacolo, che vedeva in scena oltre quindici interpreti e che doveva risultare nella soluzione iniziale alquanto possente, è stato adattato e ridotto, per compiere una tournée teatrale che ha toccato diverse tappe fino a raggiungere, lunedì e martedì scorso, anche il LAC di Lugano, dove in occasione della prima serata lo spettacolo ha quasi riempito la sala.
Sei attori in scena, oltre alla magnetica Lella Costa apparsa con una tunica color arancione, tre uomini e tre donne. Dal soffitto pendono dei fili rossi, a indicare il lavoro delle donne e il colore della passione, che formano, nei loro nodi, un interessante e intrigante dispositivo scenografico. Lo spettacolo parte bene: Lisistrata, donna ateniese, chiede a un gruppo di donne di negarsi ai loro mariti, e in generale ai loro partner, per un periodo di tempo abbastanza lungo da convincerli a porre fine alla guerra, quella che da anni sfianca Atene e Sparta. All’inizio le donne sono restie, ma infine, rendendosi conto dell’importanza della causa, accettano.
Da lì diventa tutto un po’ confuso e ingarbugliato; a rimanere ben saldo, invece, è il registro goliardico, sul cui pedale si calca un po’ troppo. Anche i continui rimandi all’atto sessuale, evocato a ogni piè sospinto, risultano alla lunga triti; certamente il testo di Aristofane non è esente da allusioni e sconcezze, non è certo volto alla pruderie, ma l’attualizzazione, accantonate le altezze e le raffinatezze della lingua di partenza, che sapientemente mescolava alto e basso, e trasformando l’intera compagine nella medietas della lingua oggidiana, ha come effetto la piattezza, la ridondanza.
Dopo l’ennesimo riferimento all’atto sessuale, ha senso mettere in scena un personaggio con un enorme fallo dorato, per esempio? Quello che in prima battuta suscita risate e coinvolgimento, alla lunga stanca, e questo è il primo punto critico del testo. Un altro aspetto però indebolisce la messa in scena e la rende traballante e meno pungente di quanto avrebbe potuto essere, e ha sempre a che fare con l’attualizzazione.
La Lisistrata rivisitata da Sinigaglia appare come un’eroina femminista, ma c’è un eccesso di retorica nello spiegare le ragioni del femminile verso il maschile. Ragioni che hanno a che fare con la tessitura, certo, e la scenografia, di per sé molto eloquente, lo spiega già da sola, senza bisogno di didascalie e postille, le quali invece abbondano. Insomma nemmeno la perizia e la presenza scenica di Lella Costa riescono a salvare uno spettacolo che risulta a tutti gli effetti un po’ debole, un po’ troppo a tesi. Si esce pensando che questo lavoro non rimarrà impresso a lungo, perché non ha saputo toccare corde profonde né eccellere in nessun modo.
