Poesia: in «Semplici abbandoni», Alberto Bertoni esplora il dissolversi delle relazioni, la fragilità del ricordo e il senso instabile dell’esistere
L’ultima raccolta poetica di Alberto Bertoni, Semplici abbandoni, edita nella bianca di Einaudi, è già dal titolo molto indicativa di un modo di intendere, quasi sentire il mondo da parte dell’autore; una riflessione non solo sull’uomo e su quel suo rapporto sempre problematico col vivente, ma anche sulla precarietà della memoria individuale e collettiva. Un libro, questo, che a sfogliarlo, sembra un ventaglio di immagini eterogenee, che mai però si imbalsamano nella rigidità di un passato più o meno remoto; no, esse hanno, nella pagina, quella leggerezza capace di liberarsi dalle incrostazioni del tempo e riproporsi col loro carico di evidenze sull’hic et nunc, quasi sorprendente.
Insomma, ecco venire nel verso, luoghi, visioni, relazioni, capaci di comunicarci un senso dell’esistere più ampio ma sempre partendo dal particolare: «// Lo so, / lo so che in questo modo / vivo senz’altro poco / ma se mai mi fingessi di ortaggi devoto / e d’insalate e di altri / pastrocchi vegetali / cosa guadagnerei al più grande / tempo che tutti accoglie / nel gorgo di una polvere? // […]». E i semplici abbandoni per il poeta sono tali, proprio perché avvengono senza che nessuno, proprio nessuno, possa impedirli; e difatti la consunzione degli oggetti, delle cose, molte volte richiamate nella pagina, porta a un inesorabile abbandono, così come la loro dimenticanza.
Già, la dimenticanza, cos’è se non quella capacità cognitiva al suo declino, generante a sua volta per chi ne è toccato, l’abbandono del mondo ma ancor più di se stessi. In qualche modo è un ritornare nella pagina, con parole nuove e nuove rielaborazioni, su quel rapporto peraltro sempre indagato, tra ricordanza quasi leopardiana e suo oblio inteso come fine della memoria, e quindi dell’esserci. E allora, Alberto Bertoni, nelle sue micro storie quotidiane, non sembra proporci la chiarità di una relazione, il punto fermo di un’idea ma esattamente il suo contrario, cioè a dire il momento in cui le relazioni, le idee, tendono ad annebbiarsi; di conseguenza chi è più l’altro? Che senso può avere la nettezza di un pensiero? In definitiva, vi è nel giustapporsi di immagini remote, che si fissano alle recenti, un senso di tremore della visione, suo fatidico scollamento memoriale; in una parola aleggia una precarietà esistenziale: «[…] / l’Oltre che intuivo ogni tanto, / quel sovrappiù di senso, / era solo un riflesso d’erba / o il serpeggiare immotivato di una nuvola / subito girato l’angolo / Lanciato per sbaglio lo sguardo / fino all’aereo in alto».
«E quale lingua, mai,avrai parlato / nelle circostanze del trapasso / […] / in quel tuo ragionare su Dante / sillabando l’idioma più caro»
Il poeta riflette profondamente su quella memoria oramai offuscata quasi del tutto, che si impossessa talvolta anche dei più vitali, rendendoli non più individui ma oggetti alla mercé di altri. E così compare la sagoma sbiadita del grande pugile degli anni Cinquanta del Novecento, Tiberio Mitri: «[…] / l’ex pugile e attore… / prima di prendere l’ostia / […] / accennava la mossa / del pugile in guardia / senza dire se poi scattava / di Tiberio anche il gancio sinistro / col quale ogni giorno mandava / al tappeto se stesso, / risucchiato alla fine da un treno / fra Civitavecchia e Roma / un’alba d’inverno al principio / del nuovo secolo // […]». Ecco poi nell’ultima parte materializzarsi la morte, la sua forma, alla quale il poeta dedica pagine grevi ma toccanti.
La nera signora che caccia nell’abbandono democraticamente chi tocca, anche quindi i grandi narratori, poeti, o saggisti fraternamente qui richiamati, come tra gli altri, Marco Santagata: «[…] // E quale lingua, mai, avrai parlato / nelle circostanze del trapasso / che ho sperato protratto / chissà per quanto / nel musicale gorgheggio, / pappo e dindi dell’infante / o, in vista del vero finale, / in quel tuo ragionare su Dante / sillabando l’idioma più caro / e più abituale? // […]».
E così il mondo vita di Bertoni per converso, è proprio quello dell’attimo e del suo fulgore, non il tempo dissolto del fu degli anni, dei secoli; in Semplici abbandoni vi è la riemersione dello spazio essenziale del momento, e quindi di ogni momento. E il libro appare come libro delle domande, mai delle risposte, tanto che nel suo giro rabdomantico per le vie delle città, la bacchetta del poeta tocca i tanti punti delle storie collettive e li incrocia con quelli delle private, che sono pure loro domande. Cos’è la povertà? Il comunismo, il ventennio fascista, il nuovo fascismo, gli amori accennati e mai realizzati, le passioni per i cavalli, l’Inter. Tutti fantasmi, la cosa privata, quella pubblica, tutti transfughi e convergenti da uno stesso girone, sembrano ancora interrogarci con i loro sguardi sospesi.
L’autore ci restituisce una poesia, che esplorando la dimensione della precarietà, diviene essa stessa precarietà, scarto di senso: «Il mio idolo Luisito Suarez / in una delle ultime foto prima di morire / al ristorante Botinero di Milano / […] / ad anni 87 aveva messo su un faccino / senza baffi ma un po’ troppo appuntito / e grigio, / la mascherina molle attorno al collo, / gli occhi incapaci di decidere / da che parte guardare / se altrove o l’obiettivo, / […]».
Parole che si torcono, si alzano, ricadono giù, come se si reggessero su fonemi invisibili, rinforzando nel lettore la consapevolezza che ogni legame, sorriso, non può che durare che il tempo di un attimo. L’uomo che balli, ci suggerisce Alberto Bertoni, il suo ballo incantato ma sempre e solo dentro l’arco stretto del momento.
